Il ricordo della serata con Bruno aleggiava su di me come un profumo persistente, facendomi sentire sospesa in una nuvola di pura gratificazione.
Avevo dormito un sonno profondo, una di quelle immersioni nell'oblio che non provavo da tempo; ero stanca ma appagata, percorsa da una felicità sorda, con la mente leggera e sgombra da ansie e doveri.
Pensando a Tommaso, avevo sorriso immaginando la sua frustrazione nel trovare il mio telefono spento dalla sera prima.
Non intendevo confessargli di Bruno; quello che era successo tra noi doveva rimanere un segreto solo nostro, un tesoro erotico da non contaminare.
Per nutrirne la curiosità morbosa e tenerlo a bada, sarebbe bastata una bugia confezionata male: una menzogna plateale da poi sostituire, sotto sua insistenza, con una versione più logica ma non meno falsa.
Era il nostro gioco malato: io spargevo dubbi e omissioni, lui li coltivava nella sua fantasia, rodendosi nel sospetto.
Prima di entrare in ufficio, gli avevo inviato un breve messaggio, digitando con cura le parole: «Scusami amore, ieri sera ero fuori con le amiche, ho tenuto il telefono silenzioso e non l’ho sentito.»
Scrivendo, ero certa che avrebbe pensato che fossi con Sergio, magari a scopare prima di riaccompagnarmi a casa; un velo pietoso steso sopra la verità, per lasciarlo libero di masturbarsi immaginando il tradimento sbagliato.
La giornata in ufficio scivolò via serena, un puro stato di grazia in cui ogni compito diventava un flusso armonioso e privo di sforzo.
L’euforia della serata restava impressa nei muscoli delle cosce e della schiena; il ricordo di Bruno e del suo cazzo agivano come una spinta invisibile, sollevando metaforicamente i miei piedi da terra.
Ero radiosa, persa in un sorriso che non accennava a spegnersi, nemmeno di fronte alle scadenze più pressanti.
Arrivata la pausa pranzo, scelsi di negarmi nuovamente a Sergio.
Lo feci con una punta di dispiacere, desiderando rimanere fedele al mio nuovo amante, preservandomi "pulita" per lui almeno per un po', come se avessi una sacralità da custodire.
Accennai al malessere persistente, una scusa vaga che il collega accolse con un’ombra di delusione.
Pranzammo come sempre insieme, e trovai nella sua spensierata gentilezza un frammento di quella normalità che avevo abbandonato e che, in parte, mi faceva piacere ritrovare.
Ero felice come mai prima di allora. Tutto procedeva in un equilibrio magnifico e perfetto, convinta di poter governare quella doppia vita con la precisione di un orologiaio, gestendo legami, passioni e menzogne senza che alcuna crepa intaccasse la superficie lucida della mia esistenza.
Una sicurezza apparentemente incrollabile, un castello protetto da mura di seta e ricolmo di sogni erotici che credevo di poter controllare a piacimento.
La doccia fredda arrivò con un impatto violento e immediato all'uscita dal lavoro, proprio mentre sognavo un bagno rilassante.
Ad aspettarmi, appoggiati a una vecchia moto, c’erano Antonio e Lidia.
Vederli mi raggelò: spesso mi ero chiesta dove fosse finito, perché non continuasse a spremermi; e proprio quando iniziavo a illudermi, me lo ritrovai davanti più arrogante che mai.
Sentii lo stomaco stringersi in una morsa di timore e, al contempo, un improvviso calore risalire lungo il ventre.
La grazia della giornata era svanita, sostituita da un mondo dove la felicità borghese soccombeva alla sfrontatezza più cruda.
L'idea di trovarmi nuovamente in trappola mi tese i nervi fino a farli vibrare come corde di violino.
Era un pensiero fastidioso per la sua intensità e per la capacità di smascherarmi: non potevo negare quanto quel confronto imprevisto stesse già risvegliando i miei istinti più oscuri e inconfessabili.
Con l'incertezza e la vertigine di una bambina che si sporge su un precipizio, mossi i primi passi esitanti verso di loro.
Ogni centimetro percorso appariva una lotta tra il timore della pubblica mortificazione e una curiosità perversa, quel bisogno di essere sporcata che ormai mi divorava.
I due restavano appoggiati alla moto, esibendo facce che trasudavano un'insolente arroganza, consci del loro potere su di me.
La biondina, dall'aspetto trasandato e per nulla rassicurante, sghignazzava malignamente.
«Allora, puttanella, è finita la vacanza!» disse lui con voce ruvida.
Quell’affermazione, pronunciata con volgarità, agì come una lama affilata capace di trafiggere ogni mia difesa e denudarmi in mezzo alla strada.
Arrossendo per l’imbarazzo, mi voltai subito per vedere se ci fossero colleghi nei paraggi, terrorizzata che qualcuno potesse aver udito quell'insulto.
Per mia fortuna erano tutti troppo distanti per aver sentito, persi nei loro affari e nella fretta di tornare a casa.
Indossando il casco, Antonio si limitò ad aggiungere: «Segui Lidia.»
Avviò il motore della vecchia moto con un rombo assordante, e partì a tutta velocità.
Come un automa privo di volontà seguii la ragazza, cercando invano di riordinare i pezzi del caos che mi aveva travolta.
Camminando a passo svelto dietro di lei, digitai l'ennesima bugia per rassicurare mamma, l'unica a credere ancora nella mia innocenza: «Prendo un aperitivo con i colleghi, farò un po' tardi.»
Procedendo per le vie ombrose e degradate della città vecchia, tentai di infrangere quel silenzio ostile e carico d’odio che avvertivo in Lidia; ero ansiosa di capire la direzione che stava prendendo la mia vita e il motivo di quell'imboscata.
«Cosa vuole da me?»
La domanda scivolò fuori quasi come una supplica, ma la sua risposta fu tagliente e spietata.
«Non lo sai?»
Lo disse voltandosi appena, giusto per mostrarmi un'espressione carica di disprezzo sociale e morale, capace di rendere l'umiliazione quasi tangibile.
Continuò a camminare con passo sicuro senza aggiungere altro, trattandomi alla stregua di un oggetto, una merce da recapitare a destinazione senza fare domande.
Poi, con agghiacciante perfidia:
«Siamo stati in vacanza a Napoli, dalla sua famiglia, e abbiamo finito i soldi.»
Quelle parole furono la spaventosa conferma a ciò che temevo, una verità chiara e devastante.
Le spese di quei giorni al sud e della sua sfacciata nullafacenza gravavano sulle mie spalle, come fossi il loro bancomat, una risorsa da mungere senza ritegno.
La cosa terribile e destabilizzante fu avvertire un brivido vizioso risalire dalla fica.
Ero di nuovo in trappola, incastrata nel fango del loro mondo; ma il mio corpo, invece di ribellarsi a quella rischiosa e ignobile evidenza, sembrava reclamare la resa, la perdita totale di dignità, con una smania che mi spaventava a morte e accendeva in egual misura.
Tornare in quella sordida topaia fu un mix di stati d’animo contrastanti: la ripugnanza istintiva lottava disperatamente con ricordi d'un assoluto appagamento sessuale.
Sentivo le suole delle scarpe incollarsi al pavimento, dove una polvere grassa si impastava a residui indistinti.
L'aria appariva pesante, satura di un tanfo nauseante di chiuso e fumo stantio; un contrasto stridente con la fragranza fresca dei miei vestiti profumati di bucato.
Varcata quella soglia, la maschera della mia vita ordinata era andata in frantumi, lasciando spazio all’abiezione che bramavo e temevo.
Antonio si avvicinò esibendo quell’atteggiamento da padrone, in grado di farmi trepidare di paura e bagnare di desiderio nello stesso istante.
