Capitolo 71 - Senza via d'uscita
Sonia, sempre più in trappola, non riesce a trovare una via d'uscita. Mentre ragione e desiderio sembrano scontrarsi, il pericolo la aspetta in agguato.
La colazione si rivelò un’agonia lenta. Guardavo il caffè che fumava nella tazza, mentre mamma, con quel suo sorriso candido, mi poneva domande a raffica:
«Tesoro, si può sapere che amiche sono? Non ti sembra di esagerare? Fuori tutte le sere... E Tommi? Non credi possa dargli fastidio?».
Fingendomi tranquilla e serena, adducevo risposte vaghe, ma dentro l’ansia mi stava divorando. Indolenzita per i troppi cazzi ricevuti, per non parlare dell’ano teso e bruciante contro la sedia della cucina, ciò che mi terrorizzava era la consapevolezza che quelle giustificazioni avrebbero retto assai poco.
Lasciandomi davanti a casa, quella notte, Antonio aveva parlato chiaro:
«Ci vediamo domani e cerca di non farti aspettare; altrimenti so dove trovarti».
Per quanto avrei occultato ancora quella mia doppia vita prima di essere scoperta? Quel porco mi aveva spremuta fino alle due di notte, vendendomi al miglior offerente; tuttavia, l'idea di rivederlo evocava in me un desiderio malato. Non ero più padrona della mia volontà, ridotta a una schiava sotto il suo controllo. Avvertivo sulla pelle il peso delle sue minacce, eppure la consapevolezza di appartenergli mi faceva fremere, in un misto di repulsione e brividi indomabili. Antonio custodiva le chiavi della mia catena e la cosa peggiore era lo sconvolgente desiderio di tornare da lui.
Lasciai perdere ogni difesa, mandando giù l'ultimo sorso amaro prima di andarmene. Uscii di casa portando sulla spalla un anonimo zainetto, il cui contenuto pesava come una colpa. All'interno erano ammassati i pochi indumenti della sera prima: minigonna, gilet e quelle scomode scarpe di vernice rossa dal tacco vertiginoso; osceni capi sintetici che conservavano l’odore di chi mi aveva posseduta. Lo stringevo al petto tra gli scossoni dell’autobus, chiedendomi se tra quegli insistenti sguardi maschili ci fosse qualcuno che mi avesse riconosciuta; o ancor peggio, avuta.
Il cruccio maggiore però era per Bruno: l'appuntamento per l'indomani si stava avvicinando e l'incertezza su come agire mi logorava. Impazzivo dalla voglia di sentirmi stringere nuovamente tra le sue braccia, fare l’amore e abbandonarmi al piacere assoluto, ma disobbedire ad Antonio significava la fine. Incapace di alcuna pietà mi avrebbe cercata a casa, rivelando ai miei genitori chi fossi in realtà. Lo shock per loro, così devoti alla chiesa e al decoro, sarebbe stato insostenibile. E tutto questo per aver ceduto all’attrazione verso uno psicopatico, deciso a spremermi senza scrupoli. Ero in trappola e non riuscivo a scorgere una via d'uscita; nonostante questo, al pensiero di un’altra serata come quella appena trascorsa, avvertivo inumidirsi lo slip.
La mattinata al lavoro si trascinò come una tortura estenuante; gli occhi vagavano distratti sullo schermo, con la mente altrove, intrappolata in un groviglio di pensieri. Sergio, con la sua indole premurosa, non tardò ad accorgersi del mio disagio e, durante la pausa pranzo, domandò cosa non andasse. Con un sorriso stanco e forzato, lo rassicurai che si trattava solo di un momento passeggero; quanto avrei voluto fosse la verità, che la mia vita tornasse a respirare libera, lontana da quel ricatto che mi stava trasformando in qualcosa di infimo e oscuro.
Allo scoccare delle diciannove uscii dall'ufficio, avviandomi a passi lenti verso la città vecchia; inquietanti strade un tempo sconosciute, che ora iniziavano a diventarmi familiari. Arrivata davanti all'entrata del bar, prima di varcarne la soglia, telefonai ad Antonio: rispose Lidia, con il solito tono sgarbato.
«Oh… finalmente… Dove sei?»
«Qua fuori…»
«Beh! Cosa aspetti? Un invito?»
«No, è che… Mi vieni incontro?» chiesi titubante.
«Sì, ma intanto entra.»
Appellandomi al mio coraggio, spinsi la porta ed entrai. All’istante tutti mi fissarono spogliandomi con gli occhi, facendo battute grossolane e volgari. In quel luogo, frequentato dall'assortimento dei più squallidi individui che conoscessi, provavo sempre una certa angoscia; un mix di vergogna e perversa eccitazione. Ero imbarazzatissima e Lidia non si vedeva.
Dei tizi, dall’aspetto sprezzante e per nulla raccomandabile, mi si avvicinarono accerchiandomi. Uno di loro, con la camiciola a fantasia aperta su una pancia prominente e pelosa, mi afferrò con forza una natica:
«Ehi tesoro, hai un culetto da paura. Ci vediamo dopo, tieniti pronta», disse lascivo.
Un altro, afferrandomi il seno sinistro:
«E senti che tettine… Sono piccole ma belle sode».
Incapace di oppormi, mi lasciai palpeggiare: avevo le loro mani ovunque; un colpo secco e i jeans scivolarono fino a metà coscia, e con loro le mutandine. La mia fica, esposta al loro sguardo, era oscenamente fradicia.
Quello con la camiciola vi infilò due dita:
«Brava puttanella, sei già bagnata. Non vedi l’ora, eh troietta?».
A quell’intrusione non riuscii a trattenere un piccolo gemito. Persa in quell’incontrollabile piacere, sentii uno strattone ai capelli: era Lidia che, tra insulti e bestemmie, si accucciò per rivestirmi in maniera sbrigativa. Raddrizzatasi stizzita, mi sferrò un violento schiaffo, trascinandomi via sotto un coro di fragorose risate. Con la guancia in fiamme, la seguii in silenzio lungo la scala di legno, rimproverata per essermi lasciata toccare.
«Sei una stupida cagna in calore! Se non arrivavo ti saresti lasciata scopare gratis! No bella, se ti vogliono chiavare, prima quelli devono pagare, scema!»
Raggiunto il piano superiore, udendola strillare, Antonio le chiese cosa fosse successo. A testa bassa rimasi ad ascoltare le sue calunnie senza reagire, lasciando che le lacrime mi solcassero il viso. Incitato dalle parole d’odio di Lidia, lui mi afferrò per il collo, premendo con forza. Si limitò a fissarmi in modo minaccioso, prima di scaraventarmi all'indietro:
«Spogliati» ordinò.
Cercando di ritrovare l’equilibrio, lo guardai confusa, e subito quella strega urlò:
«Sbrigati, cretina! Sei sorda?».
Anche se spaventata dalla loro brutalità, quell’ordine di spogliarmi accese in me una certa aspettativa: Antonio sapeva come farmi godere e, nonostante il mascalzone che fosse, lo desideravo ancora; il suo cazzo era la mia droga. Purtroppo però fu solo un’illusione. Dopo essermi spogliata, lui, con un ghigno beffardo, mi disse:
«Ora, da brava, ti metti là,» indicando il materasso «e senza fare storie, fai il tuo lavoro».
«Ma...» provai timidamente a chiedere.
«Nessun ma! Tu sei una puttana e ricordati bene che appartieni a me. Dunque, se ti do un ordine, tu taci e lo fai: intesi?»
Annuii rassegnata, lasciando che il silenzio confermasse la mia sottomissione. Scesero lasciandomi sola, e per alcuni minuti vagai nuda per la stanza: Lidia non si poteva certamente definire una donna di casa, sporco e disordine regnavano ovunque. Cominciavo a odiarla, con la certezza che il sentimento fosse ricambiato.
Sentii aprirsi e chiudersi la porta del bar, poi passi pesanti risuonare sulla scala. Corsi verso il materasso, restando in attesa di chiunque stesse per arrivare. Era l’individuo dalla camicia a fantasia.
«Ciao bambola, sei contenta di rivedermi?» disse sorridendo.
Lo guardai venire verso di me slacciando i calzoni. Quando mi fu di fronte, la sua mano si intrufolò tra le mie gambe.
«Come ti chiami, dolcezza?» chiese.
«Margherita» risposi facendogli l’occhiolino.
Divertito dalla mia sfacciataggine, affondò un paio di dita nella fica, facendomi sussultare.
«Ti piace, eh, Margherita?»
Liberai un gemito profondo, socchiudendo la bocca, e lui ne approfittò per infilarci la lingua. Lasciai che mi baciasse; anche se tutt’altro che attraente, i suoi modi lo rendevano simpatico: il tipico personaggio con cui è facile prendere confidenza.
«Antonio dice che sei brava e ti lasci fare di tutto; è vero?»
Inchinandomi per succhiarglielo, emisi un debole verso di assenso. Il suo cazzo non era granché, nella norma, ma sicuramente più grosso di quello del mio fidanzato; e quanto successo giù al bar mi aveva lasciata con una voglia insoddisfatta. Lo portai più volte al limite e, prima che fosse troppo tardi, mi stesi e gli dissi di scoparmi.
Fece per mettermelo dentro, ma lo fermai:
«Aspetta, metti il preservativo, tieni».
«Ma no… non mi piace quel coso… Voglio sentirti e poi Antonio sa che sono sano.»
A nulla valsero le mie proteste, forse perché non troppo convinte, così mi scopò a pelle. Lo avevo sopra e il suo peso mi toglieva il fiato.
«Tesoro, come ti chiami?» gli chiesi.
«Lucio, amore» rispose con il respiro affannato.
«Senti Lucio, che ne dici se ti vengo sopra io?»
Accogliendo con sollievo la mia richiesta, si fece da parte. Lo scopai con un vigore tale da sorprenderlo e, quando venne… Beh, non ebbi la forza di farlo uscire, perché anch’io stavo godendo.
«Spero tu prenda la pillola» disse ridacchiando, quando mi tolsi. Sorridendo, gli diedi una leggera botta sul petto, mentre la sua sborra ricadeva, fluida e abbondante, lungo le mie cosce.
«Lucio...» gridò dal piano inferiore Lidia «il tuo tempo è scaduto... Altrimenti, ha detto Antonio che ti fa pagare l’extra».
Lucio mi guardò con una smorfia d’intesa, come a scusarsi per quell’interruzione così venale, e si alzò con calma per rivestirsi; lo salutai con un cenno, avviandomi verso il bagno per prendere della carta igienica. Camminare scalza su quel pavimento era ripugnante; il piccolo cesso sembrava ancor più sporco della sera prima. Incredibile fosse un bagno domestico: nemmeno nei peggiori locali pubblici avevo visto tanto squallore. Lidia non mostrava la minima cura o riservatezza: assorbenti usati e biancheria giacevano ammucchiati in un angolo, mescolati ad altri rifiuti. Il water, incrostato, emanava un tanfo nauseante che prendeva alla gola.
Afferrai ciò che mi serviva e scappai fuori, trovando un vecchio ad attendermi: doveva avere almeno ottant’anni, scarnito, con la barba grigia incolta e la bocca che mostrava un unico dente superstite.
«Tocca a me adesso» disse sputacchiando con una grottesca gioia infantile.
Rassegnata, tornai a stendermi su quella che appariva ormai come la mia nuova postazione di lavoro. Nonostante l’entusiasmo, al nonno non tirava; cercai di aiutarlo con la mano, forzandomi a ignorare il tanfo di sudore rancido che emanava dalla logora camiciola sintetica. Sembrò un supplizio interminabile. Soffocando il disgusto per il forte sentore di piscio, glielo succhiai fino a farlo in qualche modo raddrizzare. Proprio in quel momento comparve Lidia, rischiando di vanificare tutto il mio impegno.
«Dai Giovanni, sbrigati, ci sono altri giù che aspettano!»
Nonostante la sua impotenza, il vecchio rideva, tanto da farmi quasi tenerezza. Alla fine lo feci venire alternando dita e lingua; poche gocce stentate, ma bastarono a farlo felice.
Lidia aveva annunciato che altri erano già in attesa; infatti, senza concedere all’ottantenne nemmeno il tempo di scendere le scale, un altro già aspettava sulla soglia il suo turno. Era un ragazzotto sulla trentina dall’aspetto vigoroso; forse un contadino o comunque uno abituato a lavori manuali. Questo riuscì perfino a farmi godere e, prima di ritrarsi, sorridendo soddisfatto mi schioccò un bacio sulle labbra. Stesa con le gambe spalancate lo guardai rivestirsi, in attesa che si facesse avanti il prossimo.
Fu il turno di un colosso di colore: quando salì le scale, udii le assi scricchiolare sotto il suo peso. Aveva un cazzo spaventoso; il preservativo, infilato a fatica, ne copriva solo la metà e pareva sul punto di cedere. Seppur abituata a maschi ben dotati, questo mi fece male. Quando lo mise dentro, fui costretta a fermarlo; nonostante fossi bagnata, la fica sembrava sul punto di lacerarsi. Ci volle un po’ prima che il bruciore si affievolisse, ma impaziente, quel bestione iniziò a pompare con foga, come se non scopasse da una vita. Troppo grosso per darmi piacere, provavo solo dolore: le sue spinte sembravano sventrarmi. Quando venne e finalmente uscì, mi ritrovai piena della sua sborra; il profilattico si era sfilato rimanendo dentro.
Seguirono un sessantenne dal grosso naso butterato dall’alcol e l’alito pesante, e un grassone che volle incularmi solo per provare la sensazione. Poggiata sui gomiti, sentivo la sua pancia flaccida sbattermi sulle natiche, mentre lo sperma del nero fuoriusciva ancora dalla fica.
Non appena anche l’ultimo se ne fu andato, Lidia salì. Sporca e senza nemmeno un bidet per sciacquarmi, mi diede un catino da toeletta che in origine doveva essere bianco, indicando il lavello dove piatti unti giacevano da chissà quanto tempo. Lo riempii d’acqua e lo appoggiai su una sedia, lavandomi come potevo, con nulla per asciugarmi. Quella stronza guardava divertita il mio disagio, gridando di fare in fretta.
«Te la dai una mossa? Dai, che il bello deve ancora iniziare!»
Come fossi una bambola di pezza, lasciai che mi truccasse pesantemente, stendendo strati di colore sul viso fino a renderlo quasi irriconoscibile. In lei non c’era né dolcezza né buongusto, e tantomeno intelligenza: non certo trasformandomi in un mostro avrei attratto più clienti, ma nonostante la facilità con cui vendessi il mio corpo e i relativi introiti, nutriva per me un odio viscerale.
Finito quell’obbrobrio – sperando che almeno servisse a non farmi riconoscere – mi fece rivestire. Presi dallo zainetto il completo da mignotta e lo indossai.
«Dove sono le mutande che ti ho dato?» chiese bruscamente, riferendosi al logoro perizoma sintetico.
«Non... non so... forse è rimasto al motel... era rotto...»
«Cretina! Quello piaceva ad Antonio... vorrà dire che ne farai a meno, così sarai già pronta per farti sbattere; di’ la verità, che non vedi l’ora, troia.»
E aggiunse: «Ti è piaciuto l’aperitivo? Tra poco arriverà il resto; e cerca di darti da fare, altrimenti lo sai cosa ti aspetta, vero?».
Sapendo bene a cosa si riferisse, annuii con un cenno del capo.
Appena pronta, approfittando di un attimo in cui mi lasciò sola per andare al gabinetto, infilai i miei abiti “civili” e le scarpe nello zainetto, compresi quelli della sera prima: non potevo rischiare un'altra volta di tornare a casa vestita in quel modo.
Indossate le odiose scarpe di vernice, scendemmo al bar: a un tavolo d’angolo, Antonio confabulava con un paio di ragazzi. Li riconobbi immediatamente: erano quelli che avevano abusato di me nel cesso sul retro, rubandomi poi i cinquecento euro. Questi vedendomi sghignazzarono tra loro, proseguendo a conversare indifferenti con il mio sfruttatore, il quale nemmeno alzò gli occhi per guardarmi.
Aspettando i suoi comodi per un tempo che parve interminabile, ciò che fui costretta a sopportare da quella gente fu disgustoso e umiliante. Commenti offensivi su di me e mia madre — con il timore che la conoscessero davvero — e rudi palpeggiamenti intimi a cui non fui in grado di oppormi; il mio corpo, praticamente nudo, era come un oggetto a loro libera disposizione.
Vedendo quello che mi facevano, anziché difendermi, Lidia rideva compiaciuta tracannando vino.
Quando quel bastardo finalmente si decise ad alzarsi, sotto un coro di epiteti irripetibili, docile e silenziosa lo seguii verso l’uscita. Appena fuori da quell'inferno, il tempo sembrò tornare a scorrere, quasi si fosse congelato tra quelle mura. Mancava poco alle nove, ma nonostante il sole fosse già tramontato, restava luce a sufficienza per essere riconosciuta; consapevole di come ero conciata, fui presa da un improvviso panico. Raggiunta la vecchia e sgangherata Golf, mi infilai rapida sul sedile posteriore, pregando che la patina di sporcizia sui vetri bastasse a nascondermi dalla vista dei passanti e del mondo.
Come non bastasse, durante il tragitto dovetti sorbirmi la cattiveria di Lidia, accresciuta dai fumi dell’alcol.
«Dì, dolcezza, ti è piaciuto con Kofi?» chiese, scoppiando poi in una risata sguaiata.
«Chi è Kofi?» domandai.
«Come chi è? Il tuo stallone nero; non dirmi che non te lo ricordi.»
Non le risposi, distogliendo lo sguardo verso il finestrino alla mia sinistra, dove il vetro sporco rifletteva la mia immagine disfatta.
«Domani ha detto che porta pure i suoi amici; ha intenzione di farti anche il culo.»
La sua risata era sterile, volgare, una lama che squarciava il silenzio dell’abitacolo. Come se avesse detto la cosa più divertente del mondo, diede una manata sulla spalla di Antonio, impegnato alla guida.
«Che c’è? Non sei contenta, principessa? Preparati, perché ho già le prenotazioni per domani: sei diventata famosa, sai? Tutti lì ti vogliono trombare.»
«Smettila!» intervenne lui con un tono secco che non ammetteva repliche. «Pensa a questa sera: hai preso tutto?»
«Che c’è? La difendi ora?» ribatté lei, stizzita.
«Smettila, ti ho detto! Pensa a farla lavorare e non dire sempre stronzate. Ma guardati come sei ridotta… Quanto hai bevuto? E lavati, che puzzi.»
Pronunciò quelle parole con evidente disprezzo, e Lidia incrociò le braccia in grembo, offesa; ero certa che, più tardi, avrebbe scaricato su di me tutta la sua rabbia repressa.
Antonio ci condusse verso una zona diversa rispetto alla notte precedente; una strada più trafficata, dove il profilo delle case abbandonate tagliava il cielo del crepuscolo e le auto sfilavano in un viavai continuo. Lungo i marciapiedi c'erano altre ragazze, giovani e di varia nazionalità. Appena scesa, mi squadrarono con occhi carichi di una complicità muta, quasi leggessero chiaramente i segni del mio debutto forzato. Mi sentivo esposta a ogni sguardo, ma per qualche oscuro motivo provavo una perversa eccitazione. Prima di scendere, Antonio, con un ghigno sghembo, mi aveva getto una manciata di preservativi:
«Non farti intimidire, e vedi di portarmi più soldi che puoi».
Sapevo di dovermi vendere ed ero pronta, fremevo per quella nuova immersione nel mare di perversione e degrado; tuttavia, quel luogo mi riempiva di un'angoscia profonda: a differenza del piazzale della sera precedente, sotto i lampioni che illuminavano il traffico incessante, qui eravamo ben visibili a tutti. Un rischio continuo e una vergogna impossibile da occultare, poiché ogni macchina che rallentava avrebbe potuto nascondere un volto familiare: un amico, un collega o, peggio, un parente. Ferma sul bordo del marciapiede, percepivo la mia nudità sotto la minigonna e il gilet come un'evidenza alla vista di chiunque. Come un giocattolo in balia di un bambino crudele, venivo trascinata sempre più in profondità: non esistevano più confini né limiti. Per loro ero come un bancomat e nulla più.
Scesa dall'auto, distrattamente, avevo portato con me lo zainetto. Antonio se n'era già andato, lasciando me e Lidia a venderci per i suoi sporchi interessi. Cercai un posto dove nasconderlo e lo spinsi con ribrezzo dietro un mucchio di materassi abbandonati; la puzza pungente di urina e muffa che emanavano era nauseante.
Presi coraggio e mi misi in attesa sul ciglio della strada: terrorizzata, sussultavo a ogni coppia di fari che si avvicinava; ero un'esca tra le tante, una puttanella in attesa del proprio destino, in quel mare di cemento e spazzatura. Le macchine sfilavano accanto come squali in cerca di preda; sentivo la fica pulsare, umida e traditrice, al solo pensiero di chi si sarebbe fermato.
Osservavo le altre ragazze e Lidia: la serata sembrava fiacca per tutte e già temevo cosa si sarebbero inventati nel caso l’incasso non fosse stato soddisfacente. Dopo circa venti minuti, accostò una vecchia Fiat Punto; dal finestrino abbassato uscì un alito pesante di fumo e cipolle fritte che mi investì in pieno volto. Al volante sedeva un individuo calvo dai baffi sottili e il viso deturpato dai brufoli; squadrandomi con insistenza, gracchiò:
«Quanto?».
Udii la mia voce pronunciare nell'aria fresca della sera:
«Cinquanta per la bocca, cento per la fica, centocinquanta per il culo».
Elencare quelle tariffe mi lasciò la lingua amara, come se il lerciume circostante fosse scivolato in gola; l'uomo annuì con un cenno secco, indicando il sedile accanto a sé. L'auto, cigolando a ogni sobbalzo, si allontanò dai fari della statale per fermarsi in un angolo buio. Appena spento il motore, questo si calò i pantaloni con gesti frenetici, liberando un membro flaccido e pallido; la cappella era piccola, ridicola rispetto alla stazza, e un afrore acre di smegma invase lo spazio chiuso dell'abitacolo, provocandomi un conato di vomito.
«Forza piccola, fammi un pompino come si deve» mormorò, con un tono simile a un lamento strozzato.
Cercando di guadagnare tempo, replicai secca:
«Prima i soldi. E metti il preservativo».
«Cosa? Per un pompino? Stai scherzando? Le altre non lo chiedono.»
Temendo l’ira di Lidia nel tornare a mani vuote, non insistei, costretta ad accettarne il disgusto. Piegata di lato, sforzandomi di vincere la nausea, lo accolsi in bocca percependone il sapore rivoltante, peggiore persino di quello del vecchio di prima al bar. Fortunatamente durò poco, e con una specie di rantolo sborrò, colpendomi il viso con violenti getti caldi. Dopo essere venuto, prima di avviarsi per riaccompagnarmi, prese dalla tasca alcune banconote spiegazzate e me le pose.
Appena scesa, una vecchia Volvo scura, simile a un’ombra metallica, accostò con lentezza. Alla guida c'era un uomo anziano, dalla barba bianca ben curata. Vestiva un completo blu scuro di sartoria, piuttosto datato. Aveva l’aspetto di un signore distinto, un tempo sicuramente piacente, ma ora consunto come il suo abito. Quando elencai il mio prezzo, lui annuì senza fiatare. Salii, accolta da un odore pesante di tabacco e alcol che mi rivoltò lo stomaco. Addentrandoci in un viottolo deserto, chiese:
«Mia cara, potrei sapere il tuo nome? Se non ti spiace, vorrei provare il tuo bel culetto; non ti dispiace, vero?», mantenendo i modi educati, quasi d'altri tempi.
Negando con un breve cenno del capo, replicai:
«Va bene, ma prima i soldi», risposi, tentando di mascherare il tremito della voce.
«Oh! Certo! Giusto! Quanto hai detto?»
«Centocinquanta, e il preservativo.»
Tirò fuori le banconote da un vecchio portafoglio e si sbottonò i calzoni. Quando li fece scivolare a metà gamba, insieme alle mutande, sgranai gli occhi per la sorpresa: il suo cazzo era grosso, lungo e vigorosamente eretto; un pezzo di carne marmoreo in netto contrasto con ciò che mi aspettavo.
Vedendo il mio stupore, accennò un sorriso sornione:
«Ti piace, tesoro? Non te lo aspettavi, vero? Su, non essere timida; dagli un bacetto».
Quasi ipnotizzata da quella visione e dal suo tono mellifluo, ubbidii, affondando il viso tra le sue gambe. Con mio grande sollievo la pelle era pulita e profumata di lavanda; lo leccai timidamente come fosse un gelato, poi lo avvolsi con le labbra, iniziando a succhiarlo di gusto. Lo portai quasi al limite prima di staccarmi e, dopo avergli infilato il preservativo, scivolai tra i sedili per sistemarmi dietro; lì, poggiata sui gomiti con la gonnellina sollevata, attesi di essere raggiunta lubrificando il buchetto con il mio stesso umore.
Rodolfo — così si era presentato — aspettò, limitandosi a carezzarmi le natiche e tastarne la consistenza. Sentivo la cappella premere con delicatezza contro l’ano, aumentando piano la pressione. Ma quando fu entrata, in modo brutale, lo spinse tutto fino in fondo in un sol colpo. Un dolore acuto mi squarciò il culo, facendomi lanciare un urlo, ma sotto quella fitta avvertii un piacere che mi travolse completamente. Lui pompava forte e io gemevo schiacciata contro la portiera, sentendomi la sua schiava, la sua puttana. Quando venne io lo seguii, sconquassata da un lungo orgasmo liberatorio.
Rivestendosi con calma, fiero per avermi fatta godere, iniziò a raccontare di sé e delle sue nipoti, poco più grandi di me. Rilassata, ascoltavo quelle parole, con nessuna fretta di tornare a battere, quasi dimentica dell’inferno in cui mi trovavo.
Come scesi dalla macchina, Lidia mi venne incontro, brontolando e reclamando l'incasso con gesti rapidi e nervosi.
«Dove cazzo sei stata, scema!» sbraitò.
Rodolfo, che aveva assistito alla scena, si avviò lungo la strada rivolgendomi uno sguardo compassionevole, salutando con la mano.
Senz'altra alternativa, non mi rimase che riprendere il mio posto, con il sedere indolenzito e l’angoscia per ogni automobile che rallentava, squadrandomi da capo a piedi. In quella specie di bazar regnava una gran confusione: le ragazze che battevano facevano di tutto per attirare l’attenzione dei potenziali clienti. Alcune erano persino più giovani di me, forse minorenni, dai modi sfacciati e audaci. Una biondina, con le sole autoreggenti e i tacchi vertiginosi, si mostrava spudorata ai passanti, rivolgendo loro frasi voluttuose. Per chi transitava a piedi o in bicicletta, scaturivano addirittura scambi verbali esilaranti.
Tra noi, forse per sentirci meno sole e indifese, si era creato presto un certo cameratismo. Lidia le conosceva tutte, ma la sua attività sembrava essere più quella di spacciatrice che di puttana. Tranne le poche occasioni dove veniva presa in macchina da qualcuno, la vedevo intenta a scambi rapidi con gente che accostava e ripartiva in un istante.
Ero già arrivata a una dozzina di prestazioni: un viavai di veicoli da cui salivo e scendevo senza sosta. Le ragazze mi sfottevano per l’interesse che attiravo e Lidia si sfregava le mani, soddisfatta per i soldi che le passavo. Antonio, parcheggiato poco distante, ci teneva d’occhio e incassava. Una sfilata continua di attributi maschili anonimi: chi la fica, chi la bocca, e un paio di loro mi avevano anche inculata rudemente. Per mia fortuna l’ano era ben allenato — dilatato da cazzi ben più grossi — per soffrirne.
Ogni incontro, seppur squallido, mi iniettava una scarica di adrenalina pura, trasformando la vergogna in perversa accettazione: ero una vera zoccola che godeva nel vendersi. Totalmente calata nella parte, sentivo la figa grondare e il cuore pulsare all'impazzata a ogni auto che accostava.
Quando una piccola utilitaria si fermò, mi abbassai come sempre per sporgermi verso il finestrino; il guidatore restava in ombra, un profilo indistinto nell'abitacolo. Ma quando ne misi a fuoco il volto, il respiro si fermò e la bocca si schiuse, incapace di emettere alcun suono: era Valentino, uno degli amici più stretti di Tommaso. Mi fissava con gli occhi spalancati, le mani serrate sul volante, stupefatto. Le gambe iniziarono a tremare violentemente, mentre un sudore gelido mi scivolava lungo la schiena.
«Cazzo, Sonia! Sei... sei tu?»
La sua voce suonò estranea, carica di un'incredulità che mi rendeva nuda più di quanto fossi. Vedendomi smarrita e incapace di rispondere, il suo stupore mutò presto in qualcosa di più torbido. Squadrò il mio corpo esposto, soffermandosi sui miei seni scoperti, e ordinò:
«Sali!».
Restai immobile, sospesa tra il terrore dello scandalo e l'abisso che mi si apriva davanti. Se avessi rifiutato, avrebbe raccontato ogni cosa a Tommaso; se fossi salita, cosa gli avrei detto? Come mi sarei giustificata? Ma soprattutto: cosa avrebbe preteso? Consideravo Valentino un porco, un viscido incapace di trovarsi una donna; e ora, quel depravato avrebbe potuto decidere il mio futuro. La mia doppia vita stava per venire alla luce, aprendo scenari imprevedibili.
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