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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 71
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Capitolo 71 di 78 19 min di lettura

Senza via d'uscita

Sonia, sempre più in trappola, non riesce a trovare una via d'uscita. Mentre ragione e desiderio sembrano scontrarsi, il pericolo la aspetta in agguato.

Sonia
5 mesi fa · 799 letture · 0

La colazione si rivelò un’agonia lenta. Guardavo il caffè che fumava nella tazza, mentre mamma, con quel suo sorriso candido, mi poneva domande a raffica:

«Tesoro, si può sapere che amiche sono? Non ti sembra di esagerare? Fuori tutte le sere... E Tommi? Non credi possa dargli fastidio?».

Fingendomi tranquilla e serena, adducevo risposte vaghe, ma dentro l’ansia mi stava divorando. Indolenzita per i troppi cazzi ricevuti, per non parlare dell’ano teso e bruciante contro la sedia della cucina, ciò che mi terrorizzava era la consapevolezza che quelle giustificazioni avrebbero retto assai poco.

Lasciandomi davanti a casa, quella notte, Antonio aveva parlato chiaro:

«Ci vediamo domani e cerca di non farti aspettare; altrimenti so dove trovarti».

Per quanto avrei occultato ancora quella mia doppia vita prima di essere scoperta? Quel porco mi aveva spremuta fino alle due di notte, vendendomi al miglior offerente; tuttavia, l'idea di rivederlo evocava in me un desiderio malato. Non ero più padrona della mia volontà, ridotta a una schiava sotto il suo controllo. Avvertivo sulla pelle il peso delle sue minacce, eppure la consapevolezza di appartenergli mi faceva fremere, in un misto di repulsione e brividi indomabili. Antonio custodiva le chiavi della mia catena e la cosa peggiore era lo sconvolgente desiderio di tornare da lui.

Lasciai perdere ogni difesa, mandando giù l'ultimo sorso amaro prima di andarmene. Uscii di casa portando sulla spalla un anonimo zainetto, il cui contenuto pesava come una colpa. All'interno erano ammassati i pochi indumenti della sera prima: minigonna, gilet e quelle scomode scarpe di vernice rossa dal tacco vertiginoso; osceni capi sintetici che conservavano l’odore di chi mi aveva posseduta. Lo stringevo al petto tra gli scossoni dell’autobus, chiedendomi se tra quegli insistenti sguardi maschili ci fosse qualcuno che mi avesse riconosciuta; o ancor peggio, avuta.

Il cruccio maggiore però era per Bruno: l'appuntamento per l'indomani si stava avvicinando e l'incertezza su come agire mi logorava. Impazzivo dalla voglia di sentirmi stringere nuovamente tra le sue braccia, fare l’amore e abbandonarmi al piacere assoluto, ma disobbedire ad Antonio significava la fine. Incapace di alcuna pietà mi avrebbe cercata a casa, rivelando ai miei genitori chi fossi in realtà. Lo shock per loro, così devoti alla chiesa e al decoro, sarebbe stato insostenibile. E tutto questo per aver ceduto all’attrazione verso uno psicopatico, deciso a spremermi senza scrupoli. Ero in trappola e non riuscivo a scorgere una via d'uscita; nonostante questo, al pensiero di un’altra serata come quella appena trascorsa, avvertivo inumidirsi lo slip.

La mattinata al lavoro si trascinò come una tortura estenuante; gli occhi vagavano distratti sullo schermo, con la mente altrove, intrappolata in un groviglio di pensieri. Sergio, con la sua indole premurosa, non tardò ad accorgersi del mio disagio e, durante la pausa pranzo, domandò cosa non andasse. Con un sorriso stanco e forzato, lo rassicurai che si trattava solo di un momento passeggero; quanto avrei voluto fosse la verità, che la mia vita tornasse a respirare libera, lontana da quel ricatto che mi stava trasformando in qualcosa di infimo e oscuro.

Allo scoccare delle diciannove uscii dall'ufficio, avviandomi a passi lenti verso la città vecchia; inquietanti strade un tempo sconosciute, che ora iniziavano a diventarmi familiari. Arrivata davanti all'entrata del bar, prima di varcarne la soglia, telefonai ad Antonio: rispose Lidia, con il solito tono sgarbato.

«Oh… finalmente… Dove sei?»

«Qua fuori…»

«Beh! Cosa aspetti? Un invito?»

«No, è che… Mi vieni incontro?» chiesi titubante.

«Sì, ma intanto entra.»

Appellandomi al mio coraggio, spinsi la porta ed entrai. All’istante tutti mi fissarono spogliandomi con gli occhi, facendo battute grossolane e volgari. In quel luogo, frequentato dall'assortimento dei più squallidi individui che conoscessi, provavo sempre una certa angoscia; un mix di vergogna e perversa eccitazione. Ero imbarazzatissima e Lidia non si vedeva.

Dei tizi, dall’aspetto sprezzante e per nulla raccomandabile, mi si avvicinarono accerchiandomi. Uno di loro, con la camiciola a fantasia aperta su una pancia prominente e pelosa, mi afferrò con forza una natica:

«Ehi tesoro, hai un culetto da paura. Ci vediamo dopo, tieniti pronta», disse lascivo.

Un altro, afferrandomi il seno sinistro:

«E senti che tettine… Sono piccole ma belle sode».

Incapace di oppormi, mi lasciai palpeggiare: avevo le loro mani ovunque; un colpo secco e i jeans scivolarono fino a metà coscia, e con loro le mutandine. La mia fica, esposta al loro sguardo, era oscenamente fradicia.

Quello con la camiciola vi infilò due dita:

«Brava puttanella, sei già bagnata. Non vedi l’ora, eh troietta?».

A quell’intrusione non riuscii a trattenere un piccolo gemito. Persa in quell’incontrollabile piacere, sentii uno strattone ai capelli: era Lidia che, tra insulti e bestemmie, si accucciò per rivestirmi in maniera sbrigativa. Raddrizzatasi stizzita, mi sferrò un violento schiaffo, trascinandomi via sotto un coro di fragorose risate. Con la guancia in fiamme, la seguii in silenzio lungo la scala di legno, rimproverata per essermi lasciata toccare.

«Sei una stupida cagna in calore! Se non arrivavo ti saresti lasciata scopare gratis! No bella, se ti vogliono chiavare, prima quelli devono pagare, scema!»

Raggiunto il piano superiore, udendola strillare, Antonio le chiese cosa fosse successo. A testa bassa rimasi ad ascoltare le sue calunnie senza reagire, lasciando che le lacrime mi solcassero il viso. Incitato dalle parole d’odio di Lidia, lui mi afferrò per il collo, premendo con forza. Si limitò a fissarmi in modo minaccioso, prima di scaraventarmi all'indietro:

«Spogliati» ordinò.

Cercando di ritrovare l’equilibrio, lo guardai confusa, e subito quella strega urlò:

«Sbrigati, cretina! Sei sorda?».

Anche se spaventata dalla loro brutalità, quell’ordine di spogliarmi accese in me una certa aspettativa: Antonio sapeva come farmi godere e, nonostante il mascalzone che fosse, lo desideravo ancora; il suo cazzo era la mia droga. Purtroppo però fu solo un’illusione. Dopo essermi spogliata, lui, con un ghigno beffardo, mi disse:

«Ora, da brava, ti metti là,» indicando il materasso «e senza fare storie, fai il tuo lavoro».

«Ma...» provai timidamente a chiedere.

«Nessun ma! Tu sei una puttana e ricordati bene che appartieni a me. Dunque, se ti do un ordine, tu taci e lo fai: intesi?»

Annuii rassegnata, lasciando che il silenzio confermasse la mia sottomissione. Scesero lasciandomi sola, e per alcuni minuti vagai nuda per la stanza: Lidia non si poteva certamente definire una donna di casa, sporco e disordine regnavano ovunque. Cominciavo a odiarla, con la certezza che il sentimento fosse ricambiato.

Sentii aprirsi e chiudersi la porta del bar, poi passi pesanti risuonare sulla scala. Corsi verso il materasso, restando in attesa di chiunque stesse per arrivare. Era l’individuo dalla camicia a fantasia.

«Ciao bambola, sei contenta di rivedermi?» disse sorridendo.

Lo guardai venire verso di me slacciando i calzoni. Quando mi fu di fronte, la sua mano si intrufolò tra le mie gambe.

«Come ti chiami, dolcezza?» chiese.

«Margherita» risposi facendogli l’occhiolino.

Divertito dalla mia sfacciataggine, affondò un paio di dita nella fica, facendomi sussultare.

«Ti piace, eh, Margherita?»

Liberai un gemito profondo, socchiudendo la bocca, e lui ne approfittò per infilarci la lingua. Lasciai che mi baciasse; anche se tutt’altro che attraente, i suoi modi lo rendevano simpatico: il tipico personaggio con cui è facile prendere confidenza.

«Antonio dice che sei brava e ti lasci fare di tutto; è vero?»

Inchinandomi per succhiarglielo, emisi un debole verso di assenso. Il suo cazzo non era granché, nella norma, ma sicuramente più grosso di quello del mio fidanzato; e quanto successo giù al bar mi aveva lasciata con una voglia insoddisfatta. Lo portai più volte al limite e, prima che fosse troppo tardi, mi stesi e gli dissi di scoparmi.

Fece per mettermelo dentro, ma lo fermai:

«Aspetta, metti il preservativo, tieni».

«Ma no… non mi piace quel coso… Voglio sentirti e poi Antonio sa che sono sano.»

A nulla valsero le mie proteste, forse perché non troppo convinte, così mi scopò a pelle. Lo avevo sopra e il suo peso mi toglieva il fiato.

«Tesoro, come ti chiami?» gli chiesi.

«Lucio, amore» rispose con il respiro affannato.

«Senti Lucio, che ne dici se ti vengo sopra io?»

Accogliendo con sollievo la mia richiesta, si fece da parte. Lo scopai con un vigore tale da sorprenderlo e, quando venne… Beh, non ebbi la forza di farlo uscire, perché anch’io stavo godendo.

«Spero tu prenda la pillola» disse ridacchiando, quando mi tolsi. Sorridendo, gli diedi una leggera botta sul petto, mentre la sua sborra ricadeva, fluida e abbondante, lungo le mie cosce.

«Lucio...» gridò dal piano inferiore Lidia «il tuo tempo è scaduto... Altrimenti, ha detto Antonio che ti fa pagare l’extra».

Lucio mi guardò con una smorfia d’intesa, come a scusarsi per quell’interruzione così venale, e si alzò con calma per rivestirsi; lo salutai con un cenno, avviandomi verso il bagno per prendere della carta igienica. Camminare scalza su quel pavimento era ripugnante; il piccolo cesso sembrava ancor più sporco della sera prima. Incredibile fosse un bagno domestico: nemmeno nei peggiori locali pubblici avevo visto tanto squallore. Lidia non mostrava la minima cura o riservatezza: assorbenti usati e biancheria giacevano ammucchiati in un angolo, mescolati ad altri rifiuti. Il water, incrostato, emanava un tanfo nauseante che prendeva alla gola.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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