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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 70
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Capitolo 70 di 78 11 min di lettura

Camera 29

Sonia scivola in un mondo di riflessi distorti, dove ogni incontro è un tassello di uno squallido mosaico. Un vestito che non le appartiene, un odore che non svanisce, un'immagine riflessa che non riesce a riconoscere. La notte di Sonia, come si consuma?

Sonia
5 mesi fa · 805 letture · 1

Le luci dei lampioni, rare e distanti, proiettavano ombre lunghe e inquietanti; si allungavano e si contraevano a ogni passaggio d'auto, simili a dita scure pronte a ghermirmi.

L'aria gravava su di me, satura di un'umidità pesante che impastava l'odore ferroso del cemento a quello acre dello smog industriale. Sentirsi nuda era un'esperienza che travalicava la scarsità degli abiti indossati; era la mia intimità a trovarsi esposta, offerta al gelo e al giudizio spietato dei passanti.

Restavo lì, immobile in quella zona desolata e abbandonata, percependo chiaramente di essere diventata un giocattolo: un oggetto senz'anima, pronto per essere usato dal primo sconosciuto intenzionato a comprarmi.

Il primo veicolo a sfilare piano davanti a noi, fu un furgone bianco e sporco. I due individui all'interno mi squadrarono con insistenza: i loro occhi parevano spogliarmi, giudicarmi e desiderarmi nello stesso istante.

Un brivido mi percorse la schiena, risvegliando una consapevolezza cruda. Poco dopo, una berlina nera rallentò fino a fermarsi; l'uomo al volante fece un cenno con il capo e mi avvicinai: la mia attenzione cadde inevitabilmente sul cazzo duro che sporgeva dalla cerniera dei pantaloni; era solo un pervertito esibizionista che ripartì ridendo.

Ogni auto in transito, con il fascio abbagliante dei fari, esponeva la mia figura seminuda.

Sguardi e commenti volgari mi piovevano addosso, alimentando un paradosso interiore: più l'umiliazione si faceva densa, più l'eccitazione bruciava. Ero la loro preda, la puttana, e il mio corpo, invece di ribellarsi a quella sorte, sembrava invocarla.

Un’utilitaria accostò bruscamente: colui che la guidava aveva l’aspetto di un operaio a fine turno; era sudato, con le mani ancora nere di grasso e l’espressione lasciva di chi cerca un piacere rapido senza tanti giri di parole.

Gli dissi il prezzo, pronunciando la cifra imposta da Antonio con una voce che mi parve quasi estranea; questi annuì e aprì la portiera. Scivolai all'interno, avvertendo il cuore pulsare forte e la fica gocciolare di un desiderio torbido e inarrestabile.

L’abitacolo era lurido, saturo di un odore di sudore che mi mozzava il fiato.

Partì subito, percorrendo pochi metri per fermarsi in un angolo buio e riparato del piazzale; si muoveva con la sicurezza di chi conosceva bene quella zona e le donne che la popolavano. Con un ghigno soddisfatto si slacciò i calzoni, lasciandoli cadere fino alle ginocchia. Lo osservavo immobile e con ripugnanza: era grasso, bianchiccio e puzzava; probabilmente un problema epidermico, accresciuto dalla scarsa igiene personale.

«Beh? Che aspetti?» sibilò, notando la mia esitazione.

Destandomi da quel torpore, sollevai la minigonna di latex e scansai il perizoma, pronta ad accoglierlo. L’uomo mi squadrò con sospetto prima di avvicinarsi.

«Sei nuova, vero?»

«Perché?» risposi, cercando di mantenere un briciolo di contegno.

«Lo fai senza preservativo?»

Mi accorsi solo in quel momento della svista, un errore dettato dallo stordimento di quella situazione così squallida. Recuperai subito un profilattico dalla pochette e glielo porsi; se lo infilò con gesti sbrigativi e, senza troppi complimenti, mi montò con la furia di chi non cerca altro che uno sfogo.

Mentre mi scopava con spinte brevi e rozze, cercò di mettermi la lingua in bocca. Il suo alito, pesante e saturo di un odore dolciastro, mi costrinse a voltare il capo con una smorfia di disgusto.

In meno di un minuto lo sentii irrigidirsi e venire con un gemito soffocato, gravando su di me con tutto il suo peso fino quasi a togliermi il respiro.

Tornato al posto di guida, sistemò i pantaloni, studiandomi con una curiosità che non mi aspettavo.

«Cosa ci fa una come te su questa strada?» chiese, con un tono quasi ammirato. «Sei molto bella... e qua sembri sprecata.»

Gli sorrisi con gratitudine, ma non risposi: spiegare la mia presenza lì era complicato, ma soprattutto imbarazzante.

Con me non avevo nemmeno un fazzoletto per asciugare la fica, che colava e pizzicava per lo sfregamento. Fui costretta a chiederne uno a lui, che mi passò un pezzo di carta sgualcito; mi pulii in fretta, percependo la ruvidità del contatto sulla pelle sensibile.

Osservai per un istante il profilattico usato prima che lo gettasse con noncuranza fuori dal finestrino, insieme ai fazzoletti sporchi.

Quella visione mi fece sentire ancor più puttana, con la spaventosa conseguenza di eccitarmi ulteriormente. Non conoscevo vergogna, solo una fame insaziabile di abiezione.


Scesa dall'auto, trovai Lidia ad attendermi con un sogghigno carico di malignità; l'uomo mi rivolse un ultimo saluto prima di sparire nel via vai della statale, che nel frattempo sembrava intensificato.

Non ebbi nemmeno il tempo di riprendere fiato che una Golf sgommò verso di me, fermandosi con un sussulto. A bordo c’erano due ragazzotti piuttosto su di giri; dai loro occhi sbarrati e movimenti a scatti, tradivano un probabile abuso di cocaina.

Mi ordinarono sfacciatamente di salire, non chiedendo nemmeno quanto volevo. Cercai con lo sguardo Lidia, la quale, con un cenno del capo, mi intimò di accettare senza discutere.

Presi posto sul sedile posteriore, ed elencai timidamente la tariffa; i due, ignorando le mie parole, sembravano non curarsi del denaro, puntando decisi verso il vicino motel. A quel punto fui invasa da un senso di smarrimento: Antonio non mi aveva istruita su come comportarmi fuori dal piazzale.


«Scendi, bellezza» ordinò uno di loro non appena parcheggiata l'auto.

Mi trascinarono all'interno tenendomi stretta, quasi a volermi stritolare in un abbraccio non richiesto. Il motel appariva a dir poco squallido, immerso in luci al neon di una freddezza tale da risultare lugubre. I due, che parlavano tra loro in una lingua dell’est, lasciarono alcune banconote alla ragazza della reception; lei consegnò le chiavi senza chiedere documenti o registrazioni, con un’indifferenza che mi gelò il sangue.

Seguendo i loro passi rapidi lungo un corridoio tetro, sentii la pelle accapponarsi. Erano impazienti: già prima di raggiungere la camera, le loro mani avevano iniziato a spogliarmi, riducendo i miei pochi indumenti a brandelli di tessuto che faticavano a restare al loro posto.

Giunti davanti alla malconcia porta numero 29, le ultime difese crollarono. Mentre uno apriva la serratura, l’altro mi sollevò da terra come se non avessi peso, spingendomi la lingua in bocca con una foga brutale.

Non era stata una richiesta, ma un atto di possesso immediato che accolsi senza oppormi. In quella posizione, aggrappata al suo collo, mi portò all'interno per poi gettarmi sul letto logoro.

In un attimo li ebbi addosso entrambi, e annullando ogni resistenza, mi concessi a loro senza ritegno. Ormai denudata, le loro lingue mi percorsero ovunque; l’impazienza era palpabile, un'elettricità che vibrava nell'aria gelida e umida della stanza. Iniziai a succhiarli con foga, alternando quei due grossi e turgidi cazzi che sembrava non vedessero l’ora di possedermi.

Quel trasporto selvaggio mi fece scordare, per un istante, la natura mercenaria di quel momento: lasciandomi andare come se avessi scelto di stare con loro per puro desiderio, trascinata dalla forza di quei corpi giovani e vigorosi.

Mi piaceva, ed ero così smarrita da dimenticare di far indossare il profilattico; me ne ricordai solo quando uno di loro me lo aveva già messo dentro.

Eravamo tre belve in balia di una fame cieca. Mi scoparono a lungo, arrivando a possedermi contemporaneamente; venni più volte, persa tra le spinte ritmiche e il calore della loro pelle.

Sfilati i preservativi, mi imbrattarono le tette e il viso di fiotti densi di sborra, per poi farsi ripulire i cazzi dalla mia docile bocca. Esausti e ansimanti ci abbandonammo sul letto, immersi in un silenzio rotto solo dai nostri respiri spezzati.

Seppur si fossero presi tutto, culo compreso, non chiesi loro più di duecento euro: non m’importava certo l’interesse di Antonio e quel prezzo di favore fu un mio piccolo atto di ribellione verso di lui.

Prima di andare avanti…

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