Sonia & Tommaso

Capitolo 70 - Camera 29

Sonia scivola in un mondo di riflessi distorti, dove ogni incontro è un tassello di uno squallido mosaico. Un vestito che non le appartiene, un odore che non svanisce, un'immagine riflessa che non riesce a riconoscere. La notte di Sonia, come si consuma?

S
Sonia

4 ore fa

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Le luci dei lampioni, rare e distanti, proiettavano ombre lunghe e inquietanti; si allungavano e si contraevano a ogni passaggio d'auto, simili a dita scure pronte a ghermirmi.

L'aria gravava su di me, satura di un'umidità pesante che impastava l'odore ferroso del cemento a quello acre dello smog industriale. Sentirsi nuda era un'esperienza che travalicava la scarsità degli abiti indossati; era la mia intimità a trovarsi esposta, offerta al gelo e al giudizio spietato dei passanti.

Restavo lì, immobile in quella zona desolata e abbandonata, percependo chiaramente di essere diventata un giocattolo: un oggetto senz'anima, pronto per essere usato dal primo sconosciuto intenzionato a comprarmi.

Il primo veicolo a sfilare piano davanti a noi, fu un furgone bianco e sporco. I due individui all'interno mi squadrarono con insistenza: i loro occhi parevano spogliarmi, giudicarmi e desiderarmi nello stesso istante.

Un brivido mi percorse la schiena, risvegliando una consapevolezza cruda. Poco dopo, una berlina nera rallentò fino a fermarsi; l'uomo al volante fece un cenno con il capo e mi avvicinai: la mia attenzione cadde inevitabilmente sul cazzo duro che sporgeva dalla cerniera dei pantaloni; era solo un pervertito esibizionista che ripartì ridendo.

Ogni auto in transito, con il fascio abbagliante dei fari, esponeva la mia figura seminuda.

Sguardi e commenti volgari mi piovevano addosso, alimentando un paradosso interiore: più l'umiliazione si faceva densa, più l'eccitazione bruciava. Ero la loro preda, la puttana, e il mio corpo, invece di ribellarsi a quella sorte, sembrava invocarla.

Un’utilitaria accostò bruscamente: colui che la guidava aveva l’aspetto di un operaio a fine turno; era sudato, con le mani ancora nere di grasso e l’espressione lasciva di chi cerca un piacere rapido senza tanti giri di parole.

Gli dissi il prezzo, pronunciando la cifra imposta da Antonio con una voce che mi parve quasi estranea; questi annuì e aprì la portiera. Scivolai all'interno, avvertendo il cuore pulsare forte e la fica gocciolare di un desiderio torbido e inarrestabile.

L’abitacolo era lurido, saturo di un odore di sudore che mi mozzava il fiato.

Partì subito, percorrendo pochi metri per fermarsi in un angolo buio e riparato del piazzale; si muoveva con la sicurezza di chi conosceva bene quella zona e le donne che la popolavano. Con un ghigno soddisfatto si slacciò i calzoni, lasciandoli cadere fino alle ginocchia. Lo osservavo immobile e con ripugnanza: era grasso, bianchiccio e puzzava; probabilmente un problema epidermico, accresciuto dalla scarsa igiene personale.

«Beh? Che aspetti?» sibilò, notando la mia esitazione.

Destandomi da quel torpore, sollevai la minigonna di latex e scansai il perizoma, pronta ad accoglierlo. L’uomo mi squadrò con sospetto prima di avvicinarsi.

«Sei nuova, vero?»

«Perché?» risposi, cercando di mantenere un briciolo di contegno.

«Lo fai senza preservativo?»

Mi accorsi solo in quel momento della svista, un errore dettato dallo stordimento di quella situazione così squallida. Recuperai subito un profilattico dalla pochette e glielo porsi; se lo infilò con gesti sbrigativi e, senza troppi complimenti, mi montò con la furia di chi non cerca altro che uno sfogo.

Mentre mi scopava con spinte brevi e rozze, cercò di mettermi la lingua in bocca. Il suo alito, pesante e saturo di un odore dolciastro, mi costrinse a voltare il capo con una smorfia di disgusto.

In meno di un minuto lo sentii irrigidirsi e venire con un gemito soffocato, gravando su di me con tutto il suo peso fino quasi a togliermi il respiro.

Tornato al posto di guida, sistemò i pantaloni, studiandomi con una curiosità che non mi aspettavo.

«Cosa ci fa una come te su questa strada?» chiese, con un tono quasi ammirato. «Sei molto bella... e qua sembri sprecata.»

Gli sorrisi con gratitudine, ma non risposi: spiegare la mia presenza lì era complicato, ma soprattutto imbarazzante.

Con me non avevo nemmeno un fazzoletto per asciugare la fica, che colava e pizzicava per lo sfregamento. Fui costretta a chiederne uno a lui, che mi passò un pezzo di carta sgualcito; mi pulii in fretta, percependo la ruvidità del contatto sulla pelle sensibile.

Osservai per un istante il profilattico usato prima che lo gettasse con noncuranza fuori dal finestrino, insieme ai fazzoletti sporchi.

Quella visione mi fece sentire ancor più puttana, con la spaventosa conseguenza di eccitarmi ulteriormente. Non conoscevo vergogna, solo una fame insaziabile di abiezione.


Scesa dall'auto, trovai Lidia ad attendermi con un sogghigno carico di malignità; l'uomo mi rivolse un ultimo saluto prima di sparire nel via vai della statale, che nel frattempo sembrava intensificato.

Non ebbi nemmeno il tempo di riprendere fiato che una Golf sgommò verso di me, fermandosi con un sussulto. A bordo c’erano due ragazzotti piuttosto su di giri; dai loro occhi sbarrati e movimenti a scatti, tradivano un probabile abuso di cocaina.

Mi ordinarono sfacciatamente di salire, non chiedendo nemmeno quanto volevo. Cercai con lo sguardo Lidia, la quale, con un cenno del capo, mi intimò di accettare senza discutere.

Presi posto sul sedile posteriore, ed elencai timidamente la tariffa; i due, ignorando le mie parole, sembravano non curarsi del denaro, puntando decisi verso il vicino motel. A quel punto fui invasa da un senso di smarrimento: Antonio non mi aveva istruita su come comportarmi fuori dal piazzale.


«Scendi, bellezza» ordinò uno di loro non appena parcheggiata l'auto.

Mi trascinarono all'interno tenendomi stretta, quasi a volermi stritolare in un abbraccio non richiesto. Il motel appariva a dir poco squallido, immerso in luci al neon di una freddezza tale da risultare lugubre. I due, che parlavano tra loro in una lingua dell’est, lasciarono alcune banconote alla ragazza della reception; lei consegnò le chiavi senza chiedere documenti o registrazioni, con un’indifferenza che mi gelò il sangue.

Seguendo i loro passi rapidi lungo un corridoio tetro, sentii la pelle accapponarsi. Erano impazienti: già prima di raggiungere la camera, le loro mani avevano iniziato a spogliarmi, riducendo i miei pochi indumenti a brandelli di tessuto che faticavano a restare al loro posto.

Giunti davanti alla malconcia porta numero 29, le ultime difese crollarono. Mentre uno apriva la serratura, l’altro mi sollevò da terra come se non avessi peso, spingendomi la lingua in bocca con una foga brutale.

Non era stata una richiesta, ma un atto di possesso immediato che accolsi senza oppormi. In quella posizione, aggrappata al suo collo, mi portò all'interno per poi gettarmi sul letto logoro.

In un attimo li ebbi addosso entrambi, e annullando ogni resistenza, mi concessi a loro senza ritegno. Ormai denudata, le loro lingue mi percorsero ovunque; l’impazienza era palpabile, un'elettricità che vibrava nell'aria gelida e umida della stanza. Iniziai a succhiarli con foga, alternando quei due grossi e turgidi cazzi che sembrava non vedessero l’ora di possedermi.

Quel trasporto selvaggio mi fece scordare, per un istante, la natura mercenaria di quel momento: lasciandomi andare come se avessi scelto di stare con loro per puro desiderio, trascinata dalla forza di quei corpi giovani e vigorosi.

Mi piaceva, ed ero così smarrita da dimenticare di far indossare il profilattico; me ne ricordai solo quando uno di loro me lo aveva già messo dentro.

Eravamo tre belve in balia di una fame cieca. Mi scoparono a lungo, arrivando a possedermi contemporaneamente; venni più volte, persa tra le spinte ritmiche e il calore della loro pelle.

Sfilati i preservativi, mi imbrattarono le tette e il viso di fiotti densi di sborra, per poi farsi ripulire i cazzi dalla mia docile bocca. Esausti e ansimanti ci abbandonammo sul letto, immersi in un silenzio rotto solo dai nostri respiri spezzati.

Seppur si fossero presi tutto, culo compreso, non chiesi loro più di duecento euro: non m’importava certo l’interesse di Antonio e quel prezzo di favore fu un mio piccolo atto di ribellione verso di lui.

Era stato bello, e pensai che con clienti simili avrei potuto prenderci gusto a battere.

Dopo avermi riaccompagnata, li guardai allontanarsi: la loro baldanza era svanita, sostituita da una spossatezza compiaciuta; li avevo prosciugati a dovere, spremendo e gustando ogni grammo della loro vigoria.


Lidia mi venne subito incontro con passo svelto.

«Allora? Com’è andata con quei due? Quanto ti hanno mollato?» chiese, squadrandomi con sospetto.

«Duecento» risposi secca.

Lei mi guardò storto, masticando un’imprecazione, ma preferì non approfondire.


Nei brevi istanti di attesa che seguirono, notai strani movimenti attorno a lei: ragazzi accostare per pochi secondi, allungarle del denaro e ricevere in cambio piccoli involucri.

Non ebbi però il tempo di osservare i suoi traffici, perché il passaggio di potenziali clienti si intensificò improvvisamente.

Presto persi il conto delle volte in cui scesi da un’auto solo per salire su quella successiva; a volte trovavo qualcuno già fermo ad attendermi, con i fari puntati sulle mie gambe.

Chi preferiva l’anonimato del sedile, chi la comodità del motel: varcai la soglia della numero 29 così spesso da vedere il cestino riempirsi fino all'orlo di profilattici usati e fazzoletti di carta spiegazzati.

Chi voleva la fica, chi pretendeva il culo, chi entrambi; rari quelli che si accontentavano di un pompino.

Sfilarono davanti a me maschi di ogni età e forma: alcuni passabili, molti sgradevoli.

Mi capitò persino una coppia sulla sessantina che mi trascinò in camera.

La signora, dall'aria insospettabile e perbene, pretese che le leccassi la fica fino a venirmi in bocca, mentre il marito, da dietro, mi scopava con un misero e patetico cazzetto che faticavo persino a sentire.


Ero esausta, svuotata di ogni energia, e il mio orologio da polso segnava già le due.

Seppur avessi esaurito da tempo la scorta di profilattici, Lidia me ne aveva consegnati altri con un gesto distratto; quasi fossi una macchina da rifornire per non fermare la produzione.

Mi riportarono a casa verso le 2:40 di notte, ancora vestita con quegli stracci sintetici che fungevano da divisa.

I miei abiti borghesi, quelli indossati il giorno prima in ufficio, erano rimasti nell'appartamento di Antonio; a nulla erano valse le suppliche per recuperarli, troncate dal suo rifiuto netto e divertito.

Era soddisfatto il porco, glielo si leggeva in faccia; per tutte quelle ore ero stata il suo bancomat, lo sportello che gli aveva riempito le tasche.

Io davo i soldi a Lidia e lei li dava ad Antonio, in un continuo passaggio di mano di denaro. A me che mi vendevo, venivano dati in cambio solo altri preservativi da usare.


Varcai la soglia di casa in punta di piedi, le scarpe strette in grembo e il cuore che martellava contro le costole a ogni minimo movimento.

Ogni scricchiolio del parquet o vibrazione nel silenzio mi faceva temere l'improvviso accendersi di una luce: il volto di mio padre o di mia madre che mi scoprivano lì, ridotta in quello stato.

Fortunatamente, la casa restava immersa nel buio più assoluto.

Riuscii a chiudermi in camera e tirai un sospiro di sollievo, sentendomi finalmente al sicuro tra le mura amiche.

Mi spogliai velocemente, anche perché c’era poco da togliere.

Strappai via la minigonna di latex e il gilet; entrambi impregnati dell’odore di chi in quelle ore mi aveva avuta.

Il perizoma era rimasto chissà dove, dimenticato senza rimpianto; sembrava fatto più per irritare la pelle che per sedurre. Ero rimasta con la fica nuda per gran parte della notte, pronta per essere usata.

Cercai un nascondiglio per quei capi da mignotta: li ammassai in un angolo dell'armadio, sotto un cumulo di vecchi vestiti dimenticati. Era un gesto inutile, quasi sperassi di poter occultare la mia perversione semplicemente seppellendola sotto strati di stoffa innocente.

Andai in bagno per concedermi una lunga doccia. Non avevo nemmeno cenato e lo stomaco vuoto reclamava cibo con morsi sordi, ma il bisogno di purificarmi era più urgente della fame.

Sotto il getto dell'acqua calda, riuscii finalmente a lasciarmi andare.

Mentre mi insaponavo con gesti lenti, le immagini di quella folle serata riemersero prepotenti: volti sfuocati, corpi pesanti, odori acri e sapori ferrosi si mescolavano in un turbine di emozioni contrastanti; un groviglio di disgusto, vergogna e perversa soddisfazione.

Pensai a quegli uomini e a come mi avessero affittata per il loro piacere. Avevo assecondato ogni tipo di richiesta, e l'ano, ancora indolenzito e teso, n’era il promemoria fisico.

Ma poi, il pensiero scivolò verso quei pochi clienti che mi avevano regalato un orgasmo autentico. Erano stati rari, eppure c’erano stati.

In quell'istante, avvolta dal vapore della doccia, compresi di non essere stata solo una puttana, ma una donna capace di trarre piacere persino da quella situazione degradante.

Avevo goduto nel profondo, e quel pensiero, nonostante tutto, mi fece nascere sulle labbra un sorriso amaro e segreto.

Avvolta in un grosso telo bianco, con le gocce d'acqua che colavano dai capelli bagnati lungo la schiena, mi fermai a guardarmi allo specchio appannato: il viso era stanco e i piedi dolevano per via dei tacchi altissimi indossati tutta la sera.

Nonostante questo però, riverberando gli orgasmi vissuti, il mio corpo pulsava ancora.


Coricata finalmente nel mio letto, recuperai il telefono dalla borsa e lo accesi: c’erano diversi messaggi, tra cui uno di Bruno e diversi di Tommaso.

Non ebbi dubbi su a chi dare la precedenza: «Ciao Bruno,» scrissi, usando la stessa dolcezza che un tempo avrei riservato solo a Tommaso, «scusa se non ti ho risposto prima; sono stata con la mia famiglia per una cena di compleanno e ho scordato che il cellulare era spento. Spero tu abbia passato una splendida e serena serata... come la mia. Non vedo l'ora di rivederti.»

Era una bugia, certo, ma come avrei potuto dirgli la verità? Confessargli che ero vittima di un ricatto meschino, capace di distruggermi la vita.

Passai poi al mio fidanzato “ufficiale”: c’erano almeno una dozzina di suoi messaggi, un crescendo d’ansia e libidine; chiedeva addirittura di mandargli delle foto intime di me con Sergio.

Povero Tommaso, la sua bramosia lo stava mandando fuori di testa.

La mano mi tremava per l'ipocrisia, ma digitai comunque un messaggio: «Amore mio, scusami, non ero con lui, sono uscita di nuovo con le amiche e sono rientrata tardi. Spero tu abbia passato una buona serata.»

Non era certo una giustificazione credibile, ma il dubbio avrebbe fatto il resto.

Godeva delle mie bugie, incertezze su cui costruire castelli erotici senza limiti.

La verità, di gran lunga superiore a ciò che poteva immaginare, lo avrebbe distrutto; e questo io non lo volevo.

Tra le altre notifiche, ne scovai una di Sergio che mi mise subito in allerta.

«Sonia,» recitava il testo, «ti ho vista con un tizio e una biondina fuori dalla ditta; facce poco raccomandabili, credimi. Volevo sapere se va tutto bene.»

Sentii avvampare il viso.

Risposi solo: «Sì, tutto bene grazie, sono due vecchi amici. In effetti hai ragione ah ah ah… Comunque tranquillo, fortunatamente sono innocui, non preoccuparti.»

Altro che innocui, due autentiche canaglie!


Ripensai all’incubo in cui ero immersa: fortunatamente, durante il tragitto verso la zona industriale, avevo trovato il tempo di rassicurare mamma, anticipando che avrei tardato con la scusa di una cena fuori.

Ero diventata la regina delle falsità; la mia vita si era trasformata in un gioco di ruolo, dove mi trovavo a interpretare parti diverse e contrastanti.

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