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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 5
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Capitolo 5 di 78 15 min di lettura

IL VELENO E L'ULTIMA SOGLIA

La strada scelta da Sonia non ammette più incertezze. Inizia un cammino senza ritorno dove il piacere si confonde con l'oblio. Quale sarà il punto estremo che le verrà chiesto di superare?

Sonia
10 mesi fa · 625 letture · 1

La mia mano stringeva il piccolo flaconcino, ma il mio cuore non batteva all'impazzata per la paura, bensì per l'eccitazione di quel potere appena conquistato. Mario mi aveva dato la soluzione, il lasciapassare per quel mondo che ormai bramavo. Guardai Tommaso, quell'idiota, beato nella sua ingenua ignoranza, totalmente assorto nella musica banale.

Non esitai. Quando si girò un attimo per chiedere a Enzo se volesse un'altra birra, le mie dita, prive di tremore, ma cariche di fredda determinazione, aprirono il flaconcino e ne versai il contenuto nel suo bicchiere. Cinque gocce, Mario aveva detto. Ma io ne misi qualcuna in più, per essere assolutamente certa che il mio fidanzato dormisse davvero come un sasso. Volevo essere libera, completamente e senza interruzioni.

Tommaso tornò a bere il suo Spritz, ignaro del dolce veleno che gli stavo somministrando. Continuammo a chiacchierare un altro po', lui che si lamentava ancora della sua strana sonnolenza del mattino, io che lo rassicuravo con la mia voce più dolce. Poi, quando vidi che i suoi occhi iniziavano a farsi pesanti, lo interruppi.

"Tommi, non ce la faccio più," dissi, fingendo uno sbadiglio perfettamente credibile. "Sono proprio stanca morta. Credo che andrò a letto."

Lui annuì, già mezzo assente. "Sì, hai ragione, sono stanco anch'io. Perdonami, So', ti rovino sempre le serate." La sua voce era un lamento, e io, per un istante, provai una fitta di colpa che liquidai con disprezzo. Fu subito soppressa dal desiderio bruciante e dalla sfrontata euforia che mi pervadeva.

Salutammo Mario ed Enzo. I loro sguardi erano complici, carichi di un'attesa perversa che mi faceva fremere. Mario mi fece un occhiolino quasi impercettibile, e io risposi con un sorriso malizioso che solo lui poteva capire.

Lungo la strada verso l'hotel, Tommaso barcollava un po', la sua voce sempre più impastata. "Non so... cosa mi prende, So'... Sono così... stanco... Perdonami..." farfugliava, e la sua figura vacillante era la prova che le gocce avevano funzionato alla perfezione. In ascensore, si appoggiò a me, il suo peso morto quasi mi faceva cedere. Era un peso che mi dava un inebriante senso di controllo.

Una volta in camera, crollò sul letto con un tonfo, vestito, senza nemmeno togliersi le scarpe. Lo guardai un istante, addormentato così profondamente da non potersi accorgere di nulla. Con una strana freddezza, gli sfilai i vestiti, lo coprii con il lenzuolo e lo sistemai sul letto. Era solo un corpo inerte, il fantasma della mia vecchia vita, il simbolo della mia libertà appena conquistata.

Mi avvicinai al bagno. Sentivo il calore tra le gambe, la mia fica che pulsava e doleva leggermente. Mi sfilai la minigonna e la canotta. Il pizzo color cipria era l'unica cosa che mi restava addosso. Era appiccicoso e umido, quasi inzuppato, una prova visibile e odorosa della fame che mi aveva divorata al tavolo. Lo lasciai cadere a terra con disprezzo.

Mi infilai il mio abito da guerra: un vestito di pura seta nero, corto, che mi fasciava i fianchi e scivolava sulle cosce nude con dei piccoli spacchetti laterali. La seta non nascondeva nulla, anzi, suggeriva tutto, facendomi sentire come una pantera desiderabile e, finalmente, pericolosa.

Un'ultima occhiata al mio fidanzato che dormiva beato, ignaro del mio corpo nudo e di ciò che stavo per fare. Spensi la luce della camera. Aprii piano la porta, e uscii. Furtiva e affamata, con il cuore che mi batteva forte di anticipazione.

Scesi le scale, cercando di non fare rumore, la seta fredda che mi accarezzava le gambe. Fuori dall'hotel, a pochi metri, un'auto scura mi aspettava, i fari spenti, come un predatore in agguato. Era la mia notte, il mio destino in seta nera.

Aprii la portiera posteriore e scivolai dentro l'auto. L'abitacolo era buio, illuminato solo dai deboli riflessi del cruscotto. La portiera si chiuse con un click definitivo, sigillandomi dentro un mondo che mi avrebbe condotta a fondo. Ero nel mio miniabito di seta nero, totalmente svestita sotto, a poca distanza dal mio fidanzato che dormiva, diretta verso l'ignoto. L'auto partì subito, senza una parola, senza esitazione.

Il clima nell'abitacolo era allegro, euforico. Le risate di Mario ed Enzo riempivano lo spazio, un suono contagioso che mi trascinava in quell'ondata di libertà proibita. La preoccupazione e la colpa per Tommaso erano soltanto un vago ronzio, subito soppresse dalla foga. Ero io, Sonia, a decidere, e in quel momento, questo potere mi era più afrodisiaco di qualsiasi carezza.

Mario, seduto davanti, si girò quasi completamente all'indietro, il braccio che si allungava verso di me. La sua mano, grande e ruvida, si posò sulla mia coscia nuda, risalendo lenta, deliberatamente, sotto il tessuto di seta. Sentii il calore del suo tocco, la sua pressione che mi faceva fremere. Le sue dita arrivarono fino al bordo della mia fica, accarezzando la pelle sensibile.

"Sei senza mutandine, cagna?" La sua voce era un sussurro rauco, carico di un'eccitazione che mi faceva venire i brividi.

Non risposi. Non potevo. Annuii appena, il fiato sospeso.

"Ah, la mia puttanella ha voglia di farsi scopare!" Il suo pollice premette sul mio clitoride, un tocco leggero ma devastante che mi fece gemere. "Apri le gambe, Sonia. Voglio sentire quanto sei bagnata."

La sua voce, le sue dita, erano un comando. Obbedii. Aprii leggermente le gambe, offrendogli un accesso più facile alla mia figa che già pulsava e si contraeva, completamente bagnata, grondante di desiderio e del ricordo del suo cazzo che mi aveva riempita. La sua risata si fece più roca, più appagata.

"Brava, cagnolina! Vedo che hai imparato la lezione." Mario continuò a stuzzicarmi, le sue dita che si muovevano con perizia tra le mie labbra umide, massaggiando, esplorando, mentre l'auto sfrecciava nella notte. Le sue parole erano come frustate di piacere, che mi spingevano sempre più a fondo in quella dimensione senza freni.

Non so quanto durò il viaggio. Ero persa in un limbo di sensazioni, finché l'auto rallentò, si addentrò in una strada sterrata e si fermò. Il rumore dei pneumatici sulla ghiaia era inconfondibile. Eravamo di nuovo lì. La vecchia cascina.

Questa volta, però, non c'era Tommaso. Questa volta, ero sola. Sola con Mario ed Enzo, nella loro tana, pronta a vedere fino a che punto mi avrebbero spinta e fino a che punto io stessa avrei voluto andare.

L'auto si fermò, e ancora prima che potessi rendermi conto di dove fossimo, la portiera si aprì. Mario ed Enzo mi tirarono fuori, le loro mani svelte e decise che mi strappavano via l’abito. Il tessuto leggero scivolò via, cadendo sulla ghiaia sporca, e in un istante mi ritrovai completamente nuda sotto le stelle, con addosso solo i miei sandali a tacco alto. L'aria notturna mi accarezzò la pelle, ma non sentii freddo, solo una scarica di adrenalina e un'eccitazione che mi faceva vibrare. Le loro risate mi circondarono, cariche di un trionfo che mi fece sentire una vera preda, e mi piaceva da morire.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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