Vai al contenuto
Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 11
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 11 di 78 15 min di lettura

L'Abisso della Cascina Lercia

Eravamo arrivati. Cosa si nascondeva oltre il portone fatiscente? Quale perversa macchinazione avrebbero messo in atto, ora che Tommaso era inerme? Sentivo che il mio segreto più sporco stava per raggiungere un punto di non ritorno.

Sonia
10 mesi fa · 491 letture · 1

Mario ed Enzo scesero, e io li seguii, le gambe ancora tremanti per quello che era appena successo sul sedile posteriore. Tommaso, il povero Tommaso, rimase in macchina, la testa ciondolante.

«Per sicurezza,» disse Enzo, con un sorriso che non prometteva nulla di buono, «lo leghiamo come un salame.» E così fecero. Lo tirarono fuori dall'auto senza alcuna delicatezza, lo adagiarono a terra e, con delle corde che sembravano avere già uno scopo preciso, lo immobilizzarono. Lo legarono con cura, assicurandolo all'unico albero solitario del cortile. Tommaso era completamente fuori gioco, un peso morto, e la sua inerme presenza mi fece sentire un misto di colpa e una perversa, innegabile eccitazione. Il mio fidanzato, ridotto a un oggetto inanimato, era l'ultimo, osceno tocco di quella notte.

Una volta dentro la cascina, la luce fioca illuminava il divano che ormai conoscevo fin troppo bene. Era lì che ero stata usata, lì che avevo iniziato la mia discesa nel piacere proibito. E ora, sapevo che sarebbe successo di nuovo.

«Ora è il mio turno, puttanella,» mi disse Enzo, il suo sguardo che mi spogliava. Sentii un brivido freddo e al tempo stesso rovente percorrermi la schiena.

Mi spinse senza delicatezza sul divano, e io mi misi a quattro zampe, le mani che affondavano nel tessuto consunto. Enzo si avvicinò, e sentii il suo respiro caldo sul mio culetto. Poi, come la volta scorsa, un odore forte, quasi rancido, mi invase le narici. Era lo strutto animale. Lo sentii spalmarsi sulla mia carne, freddo e unto, preparandomi per l'invasione. La sensazione era disgustosa, eppure la mia fica si bagnò ancora di più, anticipando il dolore e il piacere che avrebbero seguito.

«Apri bene il culetto, cagna che non sei altro,» mi ordinò, e io obbedii, sentendo i muscoli che si rilassavano quasi da soli. Senza alcun preambolo, senza pietà, Enzo mi penetrò. Il suo cazzo entrò con forza, un dolore acuto che si trasformò subito in una fitta di piacere. Era una violenza, sì, ma una violenza che la mia anima perversa desiderava. Gemevo, le mie unghie che si conficcavano nel divano, mentre lui mi inculava senza ritegno, spingendo a fondo, tirandomi i capelli per farmi inarcare la schiena. Ogni affondo mi faceva godere, mi portava più a fondo in quel baratro di libidine.

Poi, sentii la voce di Mario. «Ora tocca a me, voglio provare anch'io il tuo culetto.» Un brivido mi percorse. Il suo cazzo era molto più grosso di quello di Enzo. Ma non mi importava. Anzi, il pensiero di quella dimensione, di quella pienezza, mi eccitava da morire. Enzo si sfilò, lasciandomi la sensazione di vuoto e pienezza al tempo stesso. E Mario prese il suo posto.

Sentii il suo cazzo massiccio premere contro il mio ano, poi spingere, lentamente, dolorosamente, ma con una determinazione che mi fece gemere. La mia carne si lacerava, ma il dolore era un preludio a un piacere ancora più intenso. «Avanti, spingi!» incitai, la mia voce roca, quasi irriconoscibile. «Fallo entrare tutto, Mario! Inculami, ti prego! Fatela godere questa puttana!» Ero io ad incitarlo, a chiedere di più, a implorare quella violenza che mi stava portando all'estasi.

La mia libidine era esplosa, una marea inarrestabile che mi travolgeva. In quel momento, dimenticai tutto. Dimenticai Tommaso, legato come un salame, dimenticai Luca, il suo sguardo deluso. Dimenticai la mia vita, la mia facciata da brava ragazza. Esisteva solo Mario, il suo cazzo dentro di me, il piacere che mi lacerava e mi riempiva. Ero una puttanella, completamente abbandonata al suo destino, e non volevo altro.

Mario mi possedeva con la furia di una bestia, le sue spinte mi strappavano gemiti che non riuscivo a contenere. Sentivo il suo cazzo massiccio affondare e ritirarsi, riempiendomi e svuotandomi in un ritmo che mi faceva impazzire. Ogni affondo era un'ondata di piacere, un dolore dolce che mi spingeva sempre più a fondo in quell'abisso di libidine. Poi, con un ultimo spasmo violento, sentii il suo seme caldo e denso inondarmi, riempiendo il mio culetto fino all'orlo. Il suo bacino premette forte contro il mio sedere, segno che aveva svuotato tutto dentro di me.

Si sfilò, lasciandomi intorpidita, il mio ano pulsante, mentre un rivolo tiepido mi scivolava tra le gambe. Il respiro di Mario era affannoso, il suo viso imperlato di sudore, ma i suoi occhi brillavano di una soddisfazione malvagia. Mi tirò su, facendomi mettere seduta, e non ebbi neanche il tempo di riprendermi che Enzo era già lì.

«Ora tocca a me rivendicare il mio posto, puttana,» mi disse, il suo tono scherzoso ma con una durezza che mi fece venire i brividi. Senza indugio, il suo cazzo, più slanciato ma ugualmente implacabile, premette contro la mia entrata già dilatata. Sentii un po' di resistenza, ma la mia carne, già violata e desiderosa, si arrese quasi subito. Mi inculò con una foga diversa, meno brutale di Mario, ma altrettanto penetrante, come se volesse accertarsi che ogni angolo del mio culetto fosse stato riempito. Gemevo ancora, alternando il mio piacere tra la sensazione di essere penetrata così a fondo e le sue parole sporche che mi sussurrava.

Andarono avanti così, alternandosi, i loro cazzi che entravano e uscivano dal mio culetto, riempiendomi di sborra finché non sentii di esplodere, la mia carne ormai intorpidita ma la mia anima in piena estasi. Quando finalmente si fermarono, esausti, ci lasciammo andare tutti e tre in sorrisi liberatori. Mario ed Enzo erano distesi sul divano, il fiato corto, mentre io ero sdraiata tra loro, con le gambe aperte, il mio culetto che grondava.

«Non vedevo l'ora, stronzetti,» dissi, la mia voce roca, intrisa di una sincerità che mi sorprese persino. «Non vedevo l'ora di tutto questo. Di essere la vostra puttanella.»

Fu allora che Mario tirò fuori una piccola bustina di plastica trasparente. All'interno, la polverina bianca scintillava alla luce fioca della lampada. Un sorriso ancora più astuto gli si allargò sul viso. «Che ne dici di un po' di questo, Sonia?» mi chiese, porgendomela. «Per farti volare ancora più in alto. Per annullare gli ultimi freni.»

Il mio cuore fece un balzo. La cocaina. Sapevo cosa faceva, come annullava ogni limite, come amplificava ogni sensazione. La mia mente, già annebbiata dal sesso e dalla sottomissione, era pronta per il passo successivo, per il vero abbandono.

«Sì, Mario,» risposi, la mia voce quasi un sussurro eccitato, mentre allungavo la mano per afferrare la bustina. «Voglio tutto. Voglio volare. Fino in fondo.» I miei occhi, velati di desiderio e perversione, erano fissi sulla bustina, la promessa di un'estasi ancora più profonda.

La polverina bianca mi bruciò le narici, un sapore amaro che presto divenne dolce mentre il mio cervello si inondava. L'euforia mi travolse, una scarica elettrica che mi fece fremere. Non bastava, non poteva bastare. «Ancora,» dissi, la voce rauca, allungando una mano tremante. E loro acconsentirono, come burattinai che assecondano la loro marionetta. Ancora e ancora, la polverina spariva, e io mi sentivo volare, le mie inibizioni annullate, i miei desideri amplificati all'ennesima potenza.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 12

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista