Sonia & Tommaso

Capitolo 44 - L’Eco della Memoria

Sonia
a day ago

La partita era finita. Le grida per gli ultimi gol echeggiavano ancora tra le pareti del pub, mescolandosi al rumore dei bicchieri pronti per essere lavati, mentre il mio sguardo indugiava sul fondo vuoto del boccale. Un brivido mi percorse la schiena; non era il freddo, ma il ricordo di Antonio che ancora bruciava sulle labbra e la sensazione del suo seme che, lentamente, scivolava via. Voltandomi per congedarmi dagli altri, il mio sguardo urtò quello di Federica.

Mi fissava. Il suo viso appariva impassibile, una maschera di cortesia borghese, ma gli occhi mi stavano sondando con una ferocia silenziosa, cercando tra le pieghe della mia espressione qualcosa di sporco, un dettaglio che confermasse i suoi sospetti; come se fossi nuda e lei potesse leggere l’abiezione scritta sulla mia pelle. Cercai di sorriderle, avvertendo però il tremito delle labbra; abbassai lo sguardo, fingendo di controllare il telefono mentre la mano, sotto il tavolo, risaliva istintivamente la coscia. Il calore che emanavo, quel sapore aspro ancora vivo nella memoria e la consapevolezza del mio segreto mi provocarono una vertigine, un misto di terrore e piacere perverso.

La serata si andava trascinando verso la conclusione. Gli amici ci salutarono con le solite frasi fatte, le pacche sulle spalle che un tempo mi rassicuravano e che ora sembravano insulti alla mia nuova natura. Sorrisi, annuii, continuai a recitare la mia parte con una perfezione quasi cinica. Finalmente ci infilammo nella macchina di Tommaso. Il motore si accese con un rombo sommesso e, con esso, partì quella sensazione di irrealtà che mi accompagnava ogni volta che tornavo nel mio ruolo di fidanzata ufficiale.

Guardai Tommaso dal basso, notando come sistemasse lo specchietto retrovisore con una cura eccessiva; chiedendomi se in quegli ultimi minuti al tavolo avesse incrociato lo sguardo di Federica, se si fossero scambiati un’intesa silenziosa su di me. Il silenzio nell’abitacolo divenne subito denso, un vuoto che lui sembrava non avere alcuna intenzione di colmare, quasi volesse lasciarmi cuocere nel mio stesso disagio.

Il tragitto verso casa scivolò via nel silenzio. La mia mano posata sulla sua coscia, un gesto che un tempo sottintendeva un’intimità profonda e che ora appariva solo come un riflesso condizionato, una recita di superficie. Il suo profumo mi inebriava, ma sotto quella fragranza familiare scavavo con la mente alla ricerca di un altro odore, una traccia maschile e selvatica ancora vivida nella memoria. Poggiata al finestrino, osservavo le luci della città scorrere come nastri sbiaditi; era la mia realtà, eppure sembrava un territorio straniero.

Ci fermammo nel "nostro posto", una stradina appartata dove le ombre degli alberi inghiottivano la sagoma dell'auto. Tommaso spense il motore e il silenzio ci avvolse come una coltre pesante. Sfiorandomi la guancia con una dolcezza, cercò le mie labbra e io, colpevole e assente, sentii un brivido gelido risalire la spina dorsale.

Cedetti al suo bacio, non per desiderio, ma perché non avevo più la forza di resistere alla mia stessa bugia. Lasciai che le sue mani mi spogliassero, muovendo il corpo per pura inerzia, trasformando l'intimità nell'ennesima scena di un copione logoro. Non era sesso, non era piacere; era un tributo dovuto alla normalità. Sentivo il suo peso, il calore della sua pelle, ma la mente fuggiva altrove, ripercorrendo l’asprezza di altri baci, la violenza di altre mani. Penetrandomi il suo membro non infliggeva dolore, non saturava i sensi, tanto meno quel senso di pienezza che provavo con i miei amanti, ma solo un vuoto desolante; restituendomi semplicemente a quella vita ordinaria che ora mi scatenava una nausea profonda. Terminai l'atto quasi svuotata, colpita dal desiderio feroce di ritrovarmi ancora in quel bagno sporco, con il sapore del proibito a incendiarmi il palato.

Ci rivestimmo in fretta e Tommaso riavviò l’auto per riportarmi a casa. Il viaggio fu una sequenza di silenzi rotti solo dalla radio, mentre io mi rannicchiavo contro la portiera. La sua mano sulla mia gamba, pareva il fardello della sua stessa cecità; un affetto spento che non aveva più il potere di riscaldarmi. Eppure, mi chiesi se quel suo silenzio non fosse una forma di attesa, un modo per osservare quanto a fondo potessi spingermi nel tradirlo.

Varcata la soglia di casa, lo congedai con un bacio frettoloso e corsi in bagno, mossa da un’urgenza che non poteva più attendere. Lasciai che l’abito scivolasse a terra sedendomi sul water, dove il culetto ancora indolenzito dai colpi di Antonio, mi restituì alla realtà: un marchio tangibile della sera appena vissuta.

Raccolsi il tanga e lo annusai avidamente, aspirando quel mix acre di umori e sperma che non era del mio fidanzato. Lavandomi con acqua fresca, sentivo il mio ano deliziosamente dilatato; sensazione che ebbe l’effetto di riaccendere in me il desiderio. Con le natiche nude, andai in camera a cercare delle mutandine di cotone pulite. Aprendo il cassetto, il profumo di lavanda mi accolse, regalandomi un'illusoria parvenza di purezza che sapevo sarebbe durata solo fino al prossimo appuntamento con l'abisso.