Li guardai. «Mario, Enzo... che ci facciamo qui? Pensavo andassimo in qualche locale, o alla villa...» La mia voce, però, tradiva più curiosità che vera apprensione. L'eccitazione che mi scorreva nelle vene era troppo forte per lasciar spazio alla paura; era come un calore umido e persistente tra le mie cosce che mi diceva di andare avanti.
Mario mi rivolse uno sguardo complice, la sua mano che si posò sulla mia spalla, un tocco troppo vicino, troppo lungo. «Ah, Sonia, scusa! Enzo doveva passare un attimo in cascina per una cosa, roba veloce. Già che ci siamo, perché non entrate? C'è un posto dove stare al caldo, al riparo dal vento. E poi, abbiamo anche qualcosa da bere e da stuzzicare.» La sua parlantina era convincente, le sue parole un'esca perfetta per la mia sete di avventura. Tommaso, intanto, si guardava intorno, gli occhi sgranati, ma la mia mano stretta nella sua lo rassicurava.
Ci condussero all'interno. La porta di legno massiccio si aprì su un'oscurità più profonda, interrotta solo dalla luce fioca di una lampadina appesa al soffitto. Non era affatto un locale, né una villa. Era una cucina, vecchia e incredibilmente sudicia. Il pavimento di cemento era macchiato, il tavolo di legno grezzo coperto da uno strato di polvere e briciole. Un odore pungente di vecchio, di muffa, di umido, e qualcosa di animale, quasi ferroso, mi riempiva le narici. Tommaso strinse la mia mano con più forza.
«Accomodatevi pure, ragazzi!» disse Enzo, indicando un sudicio divano sformato appoggiato a una parete. Ci sedemmo, sprofondando tra i cuscini polverosi. Mario posò sul tavolo un salame già tagliato e due bottiglie di vino rosso, senza etichetta. «Dai, brindiamo alla serata!»
Il vino era aspro, ma lo mandai giù senza problemi. Mario ed Enzo continuavano a versare, e presto la testa cominciò a girarmi. Parlavano di cose banali, ma la mia mente era già altrove, in un vortice di eccitazione. Tommaso, seduto accanto a me, si faceva sempre più silenzioso. I suoi occhi cominciavano a velarsi, la testa gli cadeva di lato, appoggiandosi alla mia spalla. Tommaso non era solo ubriaco. C'era qualcosa di strano in quel vino, qualcosa di pesante che lo stava spegnendo. Un brivido gelido mi percorse la schiena, un brivido che si mescolava subito a un'eccitazione incontrollabile: era l'adrenalina del pericolo, e mi piaceva.
Mario tirò fuori una canna, già rollata. «Che ne dite di un po' di fumo, per rilassarsi?» Tommaso mugugnò qualcosa, già mezzo addormentato. Ma io ero su di giri. La mia mente era una giostra impazzita. Presi la canna senza esitare, facendo un tiro profondo, sentendo il fumo denso che mi bruciava i polmoni. L'effetto fu immediato: il mondo intorno a me cominciò a rallentare, le risate di Mario ed Enzo sembravano provenire da lontano. Il mio corpo era leggero, quasi fluttuante.
Tommaso era ormai addormentato, un peso morto accanto a me. Ora eravamo solo io, il buio della cascina, e due sconosciuti sorridenti.
Ed è stato in quel momento che Mario si è seduto alla mia destra e Enzo alla mia sinistra. Erano vicini, troppo vicini. Sentii il calore dei loro corpi. La mia fica era già bagnata, grondante, una goccia di umidità che mi scivolava lungo la coscia interna. I miei capezzoli erano durissimi, quasi dolorosi, premendo contro il tessuto del mio vestito.
Fu Mario a porgermi un piccolo specchietto con una striscia di polvere bianca. «Un po', Sonia? Per spingere un po' di più, eh?» La coca. I miei occhi brillarono. Annuii con foga, prendendo la cannuccia. Un tiro, e un bruciore gelido nel naso, e poi un'ondata di euforia pura che mi travolse. La paura era scomparsa, sostituita da un desiderio insaziabile di tutto.
Sentii le mani di Mario sul mio fianco, che scivolavano sotto il vestito. Contemporaneamente, le dita di Enzo si infilarono nella scollatura del mio vestito, accarezzando il mio seno nudo. Nessun reggiseno, solo la mia pelle calda. Le loro mani erano ovunque, i loro respiri pesanti sul mio viso. Stavano ridendo, una risata bassa e roca che era allo stesso tempo minacciosa e eccitante.
«Guardatela, la nostra Sonia!» sghignazzò Mario, le sue mani che mi strappavano i bottoni del vestito, uno dopo l'altro, con una facilità disarmante. «Non vede l'ora di giocare, la nostra puttanella in calore!»
Enzo mi sfilò il vestito in un gesto rapido, lasciandomi solo con il mio perizoma di pizzo nero. Le sue mani scesero veloci, tirandomelo via senza preavviso. Sentii l'aria fredda colpire la mia fica ormai completamente esposta e grondante. La loro risata si fece più forte.
«Già tutta bagnata, eh?» mi stuzzicò Enzo, le sue dita che mi sfioravano il triangolino pubico scuro, i peli umidi. «Non vedi l'ora di prendere un bel cazzo, vero, Sonia? Una vera cagna in calore!»
La loro volgarità, le loro parole che mi umiliavano, avrebbero dovuto spaventarmi. Ma la coca, l'alcol e la mia stessa, innata brama di trasgressione avevano preso il sopravvento. Un gemito mi sfuggì, non di terrore, ma di puro, incontrollabile desiderio. Mi sentivo una puttana, una cagna, esattamente come mi chiamavano, ed era incredibilmente eccitante.
E poi, si scostarono leggermente. Davanti ai miei occhi, si abbassarono i pantaloni. Entrambi avevano delle erezioni enormi. Il cazzo di Mario, grosso e scuro, pulsava. Quello di Enzo, un po' più lungo, era di un rosa acceso. Erano enormi, massicci. Tommaso... il mio povero Tommaso non lo aveva così. I miei occhi si sgranarono. La mia fica si strinse e rilasciò un'altra ondata di umidità. Erano lì, turgidi, minacciosi e invitanti.
I loro cazzi erano lì, enormi, pulsanti. La mia fica, ormai una pozza di umidità bollente, si strinse, pronta. Non c'era tempo per esitazioni. Mario si chinò su di me, il suo respiro caldo sul mio viso. «Allora, Sonia, ti piacciono, eh? Che aspetti? Dai, prendili in bocca. Falli tuoi.» La sua voce era roca, un ordine che mi risuonava nella testa, amplificato dalla coca.
Non so cosa mi abbia spinto. Forse il desiderio di piacere, la curiosità, o semplicemente la totale disinibizione. Senza pensarci un attimo, la mia testa si mosse in avanti. Il cazzo di Mario, grosso e scuro, mi sfiorò le labbra. Era caldo, con un odore pungente di maschio e di sesso. Lo presi in bocca, sentendo la punta umida e dura sulla mia lingua. Era enorme, quasi non entrava. Iniziai a succhiare goffamente, senza molta tecnica, ma con una foga dettata dall'istinto. Il sapore era salmastro, ma non mi dispiaceva affatto. Anzi, mi eccitava ancora di più.
Enzo, intanto, mi tirò su di peso, facendomi mettere in ginocchio sul divano sporco. «Brava, puttana! Vedi che impari subito?» mi schernì, e la sua mano si abbatté sulla mia natica nuda con uno schiaffo sonoro. Sentii il bruciore, ma un brivido di piacere mi percorse la schiena. Mi piaceva, cazzo, mi piaceva sentire il loro dominio.
Mentre succhiavo Mario, Enzo mi afferrò la testa, guidando i miei movimenti. Sentivo il suo cazzo che mi premeva contro la guancia, e ogni tanto mi sfregava il naso, come a volermi ricordare la sua presenza. Le loro risate erano continue, e le parole che mi vomitavano addosso erano sempre più volgari.
«Succhiala bene, cagna! Fallo vedere quanto sei in calore!»
«Bella la nostra zoccola! Apri la bocca, prenditelo tutto!»
Ogni insulto, ogni spinta del loro corpo contro il mio, ogni manata sul sedere, mi faceva fremere. La mia fica era un fuoco, e sentivo l'umidità che continuava a fuoriuscire, imbrattando le mie cosce. La cocaina mi aveva trasformato. Non ero più la Sonia titubante. Ero una creatura affamata di piacere, pronta a tutto.
Mario gemette, e sentii il suo cazzo gonfiarsi ancora di più in bocca. Stava per venire. Cercai di prenderlo più a fondo, di inghiottirlo tutto, la gola che mi bruciava. Poi, con un ruggito, la sua sborra calda mi riempì la bocca. Era tanta, tantissima. La sentii scivolare giù per la gola, un sapore denso e forte. Mario si sfilò, lasciandomi con la bocca piena, e un sorriso soddisfatto sulle labbra.
