Sonia & Tommaso
Capitolo 67 - L'Eleganza del Peccato
Quando entrai in camera, la luce verde della sveglia indicava le 12:40.
Feci scivolare gli abiti a terra, lanciandomi nuda sul letto; sentivo le membra pesanti e quell’indolenzimento delizioso che solo il sesso vero sa lasciare.
Ero esausta, ma una strana euforia correva ancora sotto la pelle, appagata e svuotata dalla foga con cui Sergio mi aveva posseduta in auto.
Addosso sentivo ancora l’odore del suo sudore e i peli pubici increspati di sborra: un delizioso ricordo da tenere con me tutta la notte.
Presi il cellulare dalla borsa e lo schermo si illuminò: dieci chiamate perse, una sfilza di messaggi simile al bollettino di una crisi di nervi. Povero Tommaso.
In macchina avevo sentito il telefono vibrare a lungo, ma ero troppo presa con il mio amante per rispondere, lasciando che quel ronzio sommesso facesse da sottofondo ai nostri gemiti.
Ora però, nel silenzio della stanza, quella pioggia di notifiche reclamava attenzione, ricordandomi che la recita doveva ricominciare.
Scorsi la lista dei messaggi: un crescendo d'ansia a scandire la serata passata tra le braccia di un altro.
— 22:15: "Amore, atterrato ora a Palermo. Tutto bene? Fammi un colpo di telefono quando arrivi a casa, così sto tranquillo."
— 23:00: "Sonia, non mi rispondi? Dovresti essere rientrata da un pezzo. Comincio a preoccuparmi... spero tu non abbia avuto problemi con l'auto."
— 23:30: "Ti ho chiamata tre volte. Ti prego, rispondi. Ho paura che ti sia successo qualcosa per strada, il traffico della domenica è tremendo. Dimmi solo che stai bene."
— 00:05: "Sto continuando a chiamare, perché non rispondi? Dove sei?"
— 00:25: "Sei a casa? Ti prego, chiamami appena puoi… sono davvero in pensiero."
Tommaso, a mille chilometri di distanza, sembrava davvero preoccupato. Digitai una risposta veloce: un'esca lanciata con studiata noncuranza.
"Tesoro, scusami! Mi sono addormentata... ero sfinita e avevo il telefono in borsa. Ti chiamo tra un minuto."
Sapevo che non avrebbe resistito. Appoggiai il telefono sul cuscino, fissando il soffitto nell'attesa. Pochi istanti dopo la camera fu inondata dalla luce dello schermo che tornava a vibrare tra le mie mani.
Risposi subito, portando l'apparecchio all'orecchio con un movimento lento, quasi pigro.
«Pronto?»
Il mio tono era basso, leggermente roco: quella sfumatura di torpore necessaria a rendere credibile la bugia del sonno.
«Sonia! Dio mio, mi hai fatto morire!»
La voce di Tommaso esplose nel ricevitore, tesa come una corda di violino.
«Perché non mi rispondevi? Ho pensato al peggio... un incidente... che ne so...»
Sospirai piano, lasciando che il rumore del respiro lo raggiungesse.
«Amore, calmati... te l’ho scritto, ero sfinita. Dopo che sei partito sono tornata a casa e mi sono buttata sul divano. Non ho sentito nulla perché avevo la televisione accesa...»
«Ma erano le dieci quando ti ho scritto la prima volta! Eri già a casa?» incalzò, mentre il sollievo già cedeva il posto a quella curiosità morbosa che iniziavo a conoscere. «E poi?»
«E poi cosa?» gli risposi, cercando di guadagnare tempo con il cuore che batteva con forza contro le costole.
«Sonia amore... cosa ci siamo detti prima di lasciarci? Niente più segreti tra noi, ricordi?»
Il suo tono tradiva una tensione che ormai non cercava più di nascondere.
«Ma io...»
«Io cosa? Ho telefonato a tua madre alle undici e tu non c’eri. Non eri ancora rientrata. Dunque, Sonia, dov’eri?»
Colta alla sprovvista, sentii il panico risalire, e passai subito sulla difensiva: «Ma Tommaso, perché diavolo hai chiamato mamma? Ti sembra il caso?»
«Perché ero preoccupato! E per non far preoccupare anche lei, mi sono dovuto inventare una scusa su due piedi. Ho finto di ricordare che ti saresti fermata da un’amica: ho dovuto mentire io per coprire te. Dunque ti ripeto: dov’eri?»
Rimasi zitta per un attimo, fissando il buio della stanza, mentre una mano correva istintivamente a cercare la fica ancora umida.
«Ero davvero da un’amica,» mormorai, tentando di rendere la voce ferma. «Abita di strada e mi sono fermata a salutarla.»
«Sonia! Per chi mi hai preso? Se eri davvero da questa amica, perché ti sei inventata la balla del divano?»
«Perché... altrimenti chissà cosa avresti pensato, conoscendo quanto sei sospettoso...»
Rimase zitto per qualche secondo. Sentivo il suo respiro farsi pesante attraverso il ricevitore: un suono che tradiva un'eccitazione crescente.
«Amore... se anche ti sei vista con qualcuno, perché non me lo dici? Lo sai che non mi arrabbio. Anzi... se fosse così... se tu fossi stata con un altro... ne sarei eccitato. Sai che è così.»
Fui io, questa volta, a non rispondere, lasciando che il silenzio diventasse una confessione implicita.
Tommaso proseguì, la voce vibrante di una lussuria malata: «Ti sei vista con Sergio? O con Antonio? Con chi dei due sei stata stasera?»
Aspettai un lungo istante, godendomi il potere che esercitavo su di lui. Poi, in un sussurro, pronunciai quell'unico nome: «Sergio.»
«Oh! Vedi? Cosa ci voleva a dirmelo? Perché non me l’hai detto subito? Mi avresti evitato tante preoccupazioni inutili.»
Il suo tono era cambiato. L'urgenza del fidanzato tradito svaniva, lasciando il posto alla bramosia del voyeur che inizia a intravedere la scena.
«Scusa... hai ragione... ma io...» mormorai, lasciando la frase in sospeso per costringerlo a invitarmi a proseguire.
«Lo sai quanto mi è costato ammettere certe cose tra noi, Sonia? Perché non vuoi essere sincera con me? Non ti fidi?»
«Ti ho chiesto scusa,» risposi stizzita, alzando appena la voce per simulare un fastidio che rendesse il gioco più reale.
Poi, recuperata la calma con calcolata dolcezza: «Hai ragione, ma non credere che per me sia facile...»
«E perché, tesoro? Lo sai che non mi arrabbio. Avresti potuto dirmelo prima, mentre eravamo in macchina verso l’aeroporto...»
«Ma ancora non lo sapevo!» esclamai, quasi a difendere la spontaneità di quel tradimento improvvisato.
«Ed è stato lui a cercarti?»
Rimasi zitta. Lasciai che il silenzio risucchiasse ogni rumore nella stanza, permettendogli di trarre le sue conclusioni.
«Allora devo intendere che lo hai cercato tu...» La sua voce si era fatta bassa, sporca, carica di una curiosità morbosa che lo faceva quasi ansimare nel ricevitore. «Ne avevi nostalgia, vero? Ti mancava il suo cazzo, ammettilo!»
«Ma cosa dici? Smettila!» Risposi seccamente.
«L'ho chiamato perché... non lo so, forse non mi andava di tornare subito a casa. Comunque siamo solo andati a mangiare una pizza e abbiamo parlato. Tutto qui. Non c'è stato altro.»
«Una pizza?» La sua risata arrivò gracchiante, carica di un'incredulità febbrile. «Sonia, è quasi l'una: per una pizza ci si mette un'ora, non tutta la sera. E poi perché non mi rispondevi?»
«C’era baccano, non l’avrò sentito... te l'ho detto!»
«Nemmeno dopo in macchina? Neppure lì lo sentivi?» Tacqui.
«Non ti credo, amore. Non ti credo affatto. Dopo quello che mi hai raccontato... la storia dei pompini... tu non esci con lui solo per una pizza. Dimmi la verità: dove siete andati dopo? Siete rimasti in macchina? Lo avete fatto nel parcheggio?»
«Tommaso, basta! Sembri un poliziotto. È stata solo una serata tranquilla, non è successo nulla di quello che immagini.»
«E allora perché sei così agitata? Perché la tua voce trema?» Incalzò.
Udivo il suo respiro farsi sempre più affannoso, segnale inequivocabile del suo stato. «Ti prego, Sonia... dillo. Dimmi la verità: ammetti che lo hai cercato perché volevi il suo cazzo, non la pizza.»
«Ti ho detto di no!»
Gridai, fingendomi disperata, con il rischio che i miei sentissero. «Perché devi sempre insistere? Perché vuoi a tutti i costi che...»
«Perché voglio la verità... e tu sei una stronza che non me la dice. Io ho bisogno di sapere, lo sai benissimo il motivo. Ti mancava, vero? Ti mancava il suo grosso uccello?»
Non risposi. Ci fu un attimo di silenzio che parve interminabile, un vuoto dove il suo respiro sembrava l’unico suono rimasto al mondo.
Poi, stupendomi per la spudoratezza con cui quelle parole uscirono dalle mie labbra, sibilai: «E va bene, sì! Sì, Tommaso!»
Nonostante la distanza, mentalmente vedevo la sua faccia travolta da quell’ammissione. Non ero arrabbiata, ma come un fiume in piena, le parole fluirono acide e pungenti.
«Da quand’è che non scopiamo io e te?»
Provò a balbettare qualcosa, un debole: «Ma io…»
«Tu cosa? Visto che vieni nei pantaloni appena ti sfioro, Tommaso! Scusa se te lo dico, ma ho anch’io le mie esigenze.»
«Allora, con Sergio…» La sua voce era un soffio, sospesa tra l'umiliazione e il desiderio.
«Sì, mi ha scopata! Volevi saperlo? Ebbene sì, ho goduto tantissimo! E vuoi saperla tutta? Scopare con lui mi piace, adoro il suo cazzo. Sei contento ora?»
Avevo sputato quelle parole con consapevole durezza, sapendo che lo avrei eccitato fuori misura, colpendolo proprio dove era più vulnerabile.
Poi, come per offrirgli uno zuccherino dopo la medicina amara, abbassai il tono: «Scusa, non volevo ferirti…»
Attese un attimo prima di rispondere. Il suo respiro era diventato un ansimare strozzato. «No tesoro, non ti devi scusare… preferisco che tu sia sincera e che mi dica sempre le cose come stanno.»
Tacque nuovamente. Poi, con una voce vibrante di una curiosità quasi dolorosa, chiese: «Davvero… davvero godi così tanto con Sergio?»
«Sì amore, tu vuoi che io sia sincera…» mormorai, lasciando che la frase galleggiasse tra noi come una promessa o una minaccia.
«Sonia, sapessi come mi eccita sentirti dire queste cose... non capisco e ormai non me ne vergogno più a dirtelo: sono venuto. Sono qui, steso sul letto, e al solo pensarti a fare certe cose non riesco a smettere di masturbarmi. Dì la verità: ti faccio schifo?»
«Amore! Che stupido che sei; perché dici queste sciocchezze?»
Feci una piccola pausa, godendomi il calore della stanza. «Sei tu che dovresti essere arrabbiato con me e odiarmi. Ma vedi, io…»
Attesi un attimo prima di proseguire. «Tu sei buono, gentile, delicato… ma ultimamente... sento la necessità di qualcosa di più virile. E lui...»
«Solo quello? Non è che te ne stai innamorando?»
La sua domanda arrivò rapida, tradendo l'unica vera paura che ancora lo tormentava: perdere il possesso del mio cuore, dopo aver già ceduto quello del mio corpo.
«Ma no, sciocco, cosa vuoi che mi innamori?» Risposi con una risatina leggera, quasi divertita. «Mi piace molto il suo cazzo... e come mi scopa, ma niente di più. È solo sesso, Tommaso, credimi.»
«Bene... questa è l’unica cosa che mi interessa,» sospirò. Potevo quasi sentire la tensione sciogliersi in una nuova ondata di piacere malato. «Anche con Antonio ti piaceva scopare? Anche lui è il maschio virile di cui hai bisogno?»
«Sì,» ammisi senza esitare, lasciando che il ricordo di quel nome portasse con sé un nuovo brivido, «ma quello... è un vero porco.»
«Perché porco?» chiese incuriosito.
«Ti dirò... ora è tardi… ma Antonio voleva sempre farlo. Ogni posto gli andava bene e mi scopava in continuazione.»
«E ti dispiaceva?»
«No, no, assolutamente…» risposi con una risatina, lasciando che il pensiero di quella depravazione filtrasse attraverso la mia reazione.
«E allora perché?»
«Te l’ho detto…»
«E lo vedrai ancora?» mi interruppe bruscamente.
Tacqui, attendendo quell’attimo necessario a caricare d'aspettativa ogni parola. «Non lo so... certo... non nascondo che... Ma a te piacerebbe?»
Gli avevo passato la palla, curiosa di sentire la risposta, di misurare quanto a fondo potesse spingersi il suo bisogno di essere umiliato.
«Non saprei... ma sinceramente... penso di sì,» ammise. Potevo quasi percepirne il sollievo nel confessare quella verità inconfessabile.
«Ah!» feci io, con una punta di finta sorpresa.
«A te non andrebbe?»
«...Sì... certo. Ammetto che mi piaceva…»
«Più con lui che con Sergio?» Finsi di pensarci.
«Ehm… Sì, più con lui.»
Poi aggiunsi ridendo, lasciando che la provocazione diventasse sfacciata: «E se li vedessi entrambi?»
Rise anche Tommaso, una risata nervosa ma eccitata. «Sei un’ingorda... e questa settimana con chi ti vedrai?»
«Non lo so… tu cosa vorresti?»
«Non guardare me. Tu, chi preferiresti?»
Tornando a ridere, lanciai l'ultima frecciata prima di congedarlo: «A mezzogiorno Sergio e la sera Antonio! Dai, ora chiudiamo che è tardissimo. Comunque stai tranquillo: ti dirò tutto.»
«Grazie amore, buonanotte.»
«Notte!»
La mattina seguente, lunedì, indugiai a lungo sotto il getto della doccia bollente.
L'acqua scivolava sul corpo, portando via i residui di quella sfrontata domenica di sesso, ma non l'indolenzimento delizioso che ancora mordeva l'interno cosce.
Mi preparai con cura quasi rituale: ogni gesto era calibrato per costruire l'immagine della ragazza impeccabile. Nonostante le poche ore di sonno, ero rilassata, pervasa da un'euforia sottile; pronta ad affrontare con entusiasmo quella settimana di totale libertà, padrona dei miei segreti e del mio tempo.
Appena pronta, scesi in cucina per la colazione.
Lì, mio padre sfogliava il giornale con la solita, imperturbabile calma; mentre mamma era china sui fornelli a preparare il caffè. Chiara, già seduta a tavola, fissava il vuoto con una tazza di latte tra le mani.
Presi posto in silenzio, cercando di mimetizzarmi in quella routine quotidiana.
«Ma guarda un po' chi c’è, la principessa,» ironizzò mia madre, voltandosi con una nota di apprensione dipinta sul volto. «Non so a che ora tu sia rientrata ieri sera, ma ci sono stati problemi con Tommaso? Ha chiamato per cercarti, sembrava davvero preoccupato.»
Sentendomi improvvisamente al centro dell'attenzione, mi strinsi nelle spalle con studiata noncuranza, soffocando sul nascere ogni traccia di tensione.
«No, mamma, poi ci siamo sentiti e ho chiarito tutto,» risposi, portando la tazza alle labbra per nascondere un sorriso involontario. «Mi sono fermata a casa di Paola e ho dimenticato il telefono in macchina. Sai com'è fatto Tommaso: tende sempre a esagerare.»
Papà, rimasto fino a quel momento immerso nella lettura, abbassò lentamente il giornale.
Il suo sguardo, attento e lucido, parve scavarmi sotto la superficie della maschera mattutina. Mi fece sentire nuda ed esposta, come se potesse scorgere i segni di Sergio ancora impressi sulla pelle.
«Sonia,» pronunciò con quella sua voce profonda: «stamattina verrò a parlare con il tuo direttore. Non rassegnare le dimissioni finché non avrò conferito con lui. Voglio che comprenda la natura della tua scelta; non deve interpretarla come un dispetto, né serbare rancore.»
Un’ondata di sollievo sciolse il nodo di ansia che mi aveva stretto lo stomaco.
«Grazie, papà,» mormorai, avvertendo un senso di sincero affetto.
Quando uscii di casa, il sole del mattino mi accarezzò il viso con un calore quasi fastidioso.
L'auto di Tommaso era lì, parcheggiata con quella precisione millimetrica che lui esigeva.
Appena salii a bordo, mi resi conto delle condizioni in cui l’avevamo ridotta: l'abitacolo, solitamente un tempio di ordine e fragranza, appariva devastato.
A terra giacevano fazzoletti di carta appallottolati. I cristalli, specialmente dal lato del passeggero, portavano aloni di palmi aperti premuti contro il vetro durante l'amplesso.
Persino l’odore del sesso, acre e persistente, si sovrapponeva all’effluvio chimico del profumatore d'ambiente. Ma furono i sedili in tessuto a preoccuparmi; le macchie inequivocabili di sborra e umori erano evidentissime.
Tommaso, nonostante la sua perversione voyeuristica, non avrebbe mai tollerato un simile scempio.
Era gelosissimo della sua macchina; per lui, quelle macchie avrebbero rappresentato l'unico tradimento imperdonabile.
Poco distante dalla ditta dove lavoravo, scovai un piccolo autolavaggio.
Prima di consegnare le chiavi, raccolsi freneticamente i fazzoletti di carta dal tappetino e li gettai in un cestino dei rifiuti, quasi volessi nascondere le prove del mio peccato.
Avvicinandomi al ragazzo incaricato, con una voce che cercava di restare ferma ma tradiva una sottile supplica, gli chiesi di fare il possibile per far tornare i sedili come nuovi.
Questo osservò la tappezzeria macchiata, poi tornò a fissarmi con un mezzo sorrisetto malizioso e una smorfia complice, che mi fece avvampare il viso.
Imbarazzata, cercai di distogliere gli occhi da lui e dagli altri due operai, fermi ad osservarmi con un’espressione sfacciatamente vogliosa.
Il tipo, prendendo la chiave, mi trattenne per un attimo la mano; un piccolo gesto spavaldo, capace però di farmi fremere.
Varcai la soglia dell'ufficio quasi correndo, col fiato ancora corto per la fretta e l'imbarazzo.
Sergio era già al suo posto. Il nostro modo di guardarci era talmente eloquente che chiunque, osservandoci, avrebbe potuto leggere la storia nata tra noi.
Gli rivolsi un sorriso, forzando una disinvoltura che faticavo a provare, con il mio culetto che risentiva ancora delle sue spinte vigorose; un richiamo fisico che rendeva quel gioco di seduzione terribilmente reale.
Alle dieci in punto, la figura impeccabile di papà apparve nell'atrio.
Vederlo così rassicurante fu come scorgere un faro nella nebbia; mi emozionai profondamente, sentendo un nodo stringermi la gola. Il suo volto, serio ma intriso di una gentilezza antica, mi faceva sentire protetta, offrendomi un istante di tregua dal turbine di bugie in cui ero immersa.
Salutò i miei colleghi con la sua innata cordialità, muovendosi con una signorilità che imponeva rispetto, per poi farsi annunciare nell'ufficio del direttore.
La porta si chiuse con un clic ovattato, lasciando dietro di sé un silenzio quasi palpabile. La tensione mi irrigidiva le spalle, facendomi sentire come una bambina in attesa di una punizione inevitabile.
Fu la voce della signora Anna a spezzare l'attesa: «Sonia, il direttore ti aspetta.»
Alzandomi con il viso in fiamme, lisciai la gonna con gesti rapidi per ritrovare un contegno. Attraversai il corridoio a passo veloce, percependo il peso degli sguardi curiosi dei colleghi su di me.
Varcata la soglia, lo vidi. Il signor Salvatore sedeva dietro la grande scrivania: un uomo sulla sessantina dal fisico appesantito e il volto rotondo, di un roseo sano incorniciato da capelli brizzolati.
Vestiva un completo grigio, impreziosito da una cravatta in seta lucida che catturava la luce. Il suo sorriso, intriso di una gentilezza paterna, riuscì a lenire in parte la mia agitazione.
Emanava un'aura di potere calmo, rassicurante e al contempo schiacciante; era il tipo d'uomo capace di farti sentire protetta, ma anche infinitamente piccola sotto il suo sguardo autoritario.
«Sonia, accomodati,» disse il direttore, sollevandosi dalla poltrona con un gesto solenne che conferiva al momento un’importanza quasi cerimoniale.
Presi posto di fronte a lui, avvertendo un senso di inadeguatezza che mi faceva sentire fuori posto sotto quel soffitto alto.
Il signor Salvatore riprese a parlare con voce calda: «Tuo padre diceva della tua intenzione di lasciare la ditta. Non ti nascondo il mio profondo dispiacere; sei una delle migliori dipendenti, una risorsa preziosa. Tuttavia, comprendo la tua scelta e non posso che concordare: un’occasione simile va colta senza esitazioni.»
Mi strinse la mano con un vigore inaspettato, un calore umano che superava la semplice cortesia professionale.
«Sappi che la porta, per te, resterà sempre aperta. Spero sinceramente in un tuo ripensamento ma, se così non fosse, ti auguro tutta la fortuna che meriti per il nuovo incarico.»
Uscii, sentendo la porta chiudersi con un soffio dietro le spalle. Il cuore, finalmente libero da un peso insostenibile, parve alleggerirsi d'un colpo.
Voltandomi un’ultima volta, li vidi attraverso lo spiraglio: mio padre, in piedi di fronte al signor Salvatore con il volto illuminato dalla soddisfazione. Aveva l’aria fiera di chi ha appena garantito il futuro della figlia, e teneva la mano sulla spalla del direttore in un gesto di antica amicizia.
In quell'istante provai un brivido gelido lungo la schiena, sentendomi una traditrice spregevole; ma la fame di libertà, prepotente e oscura, era troppo forte per lasciarsi soffocare dal rimorso.
Tornai alla scrivania, percependo gli sguardi curiosi dei colleghi bruciarmi addosso come riflettori. Sergio mi sorrise con un’espressione carica di un’urgenza che non necessitava di parole.
Quando scoccò la pausa pranzo, ci rifugiammo nel solito angolo appartato, lontano da occhi indiscreti, per concederci quella che ormai era diventata "la nostra scopata quotidiana".
Il suo viso però non era gioioso come al solito, ma offuscato da un velo di tristezza.
«Allora, te ne vai...» mormorò, poi chiese: «Hai rassegnato le dimissioni?»
Lo fissai e sentii il cuore stringersi. Era stato il primo a cui lo avevo confessato, ancor prima che iniziasse la nostra relazione.
«Sì, è fatta. Ma non temere, non è un addio. Troveremo il modo di vederci ancora, lo sai.»
Un’ombra di delusione gli oscurò i lineamenti. «È che... dopo tutto il tempo che ho passato a corteggiarti, a cercarti, finalmente sono riuscito ad averti. E ora, già te ne vai.»
«Non preoccuparti,» gli ripetei, cercando di rassicurare più me stessa che lui, «non è un addio. È solo un arrivederci. Ci vedremo ancora, lo giuro. Pensa a ieri sera: non te l’aspettavi, eppure sono corsa da te.»
Ci baciammo, sentendo la passione riaffiorare prepotente, alimentata da quella malinconia sottile.
In breve fummo nudi, la pelle contro la pelle; lui sopra di me e le mie gambe che lo avvinghiavano con una forza disperata. Quel giorno non fu solo sesso; facemmo l’amore, forse per la prima volta.
Fu un'unione bellissima e, quando l'estasi si placò, rimanemmo immobili, fusi in quella posizione, con il suo seme caldo dentro di me; un legame intimo che mi faceva sentire completa.
Continuammo a baciarci, con una tenerezza che forse non avevo mai riservato nemmeno al mio fidanzato.
Quando raggiungemmo il bar per il consueto tramezzino, entrammo abbracciati. Camminavamo come due amanti che hanno smesso di nascondersi, esibendo con orgoglio quel legame che il mondo, fuori da quella stanza, non avrebbe mai dovuto scoprire.
Il pomeriggio scivolò via lento, ogni minuto dilatato quasi a voler prolungare la permanenza in quel posto che, fino a pochi giorni prima, non mi aveva mai regalato alcun brivido.
La signora Anna, con il viso sinceramente dispiaciuto, mi porse i moduli; compilare la lettera di dimissioni fu un atto definitivo, il tratto della penna che incideva il distacco dalla mia vecchia identità.
All'uscita, Sergio si offrì di accompagnarmi all’autolavaggio. Durante il breve tragitto, l'abitacolo era saturo della nostra complicità, un calore che rendeva superfluo ogni discorso. Quando accostò, lo salutai con un bacio sulla bocca: un contatto lungo, appassionato, che sapeva di un legame che andava oltre il sesso.
Scesa dall’auto, con un briciolo di malinconia lo vidi allontanarsi, sentendomi per un istante sola.
Il rumore delle idropulitrici in sottofondo e l'odore di detergente chimico mi riportarono bruscamente alla realtà: dovevo recuperare la BMW di Tommaso, sperando che fossero riusciti a cancellare le tracce di una notte che non avrei dimenticato.
Dovetti attendere; l’auto era pronta, lucida sotto il sole, ma il responsabile dell’autolavaggio era fuori e i suoi due dipendenti sembravano non conoscere nemmeno l’italiano.
Presi posto su una delle sedie in plastica lì fuori, cercando di armarmi di pazienza. Quei due ragazzi mi mangiavano con gli occhi, seguendo ogni mio minimo movimento con un’insistenza imbarazzante; per sfuggire a quegli sguardi, iniziai a sfogliare nervosamente le notifiche sul cellulare.
«Ciao,» sentii dire all'improvviso.
Alzai lo sguardo, trovandomi davanti un uomo sulla cinquantina, dall'aria estremamente distinta. «Salve,» risposi, raddrizzando la schiena per ritrovare un briciolo di contegno.
«Anche tu qui ad aspettare? Mi sa che dovremo pazientare ancora un po'. Julian è andato a consegnare un’auto a domicilio... pazienza,» aggiunse con un sorriso che mise in mostra dei denti bianchissimi e perfetti.
«Già,» confermai, rimanendo per un istante senza fiato.
Era un uomo incredibilmente affascinante: alto, con un fisico sportivo che traspariva con eleganza sotto il vestito da sartoria, i capelli brizzolati e una barba curata con precisione millimetrica. Ma erano i suoi occhi verdi, così penetranti e profondi, a lasciarmi quasi senza parole.
Si presentò porgendomi la mano: «Bruno.»
Iniziammo a conversare, e sentendo che gli davo del lei, subito mi interruppe con un gesto garbato: «Ti prego, dammi del tu, altrimenti mi fai sentire vecchio.»
«D'accordo, Bruno,» risposi, sentendo il calore tornare sulle guance.
«Bene Sonia... che bella ragazza che sei; bella e molto solare. Non certo il tipo di donna che ci si aspetta di conoscere in un posto come questo,» commentò, osservandomi con un'attenzione che non aveva nulla di volgare, ma molto di seducente. «Scommetto che quella BMW nera lì davanti è tua. Ha un carattere deciso, proprio come chi la guida.»
Sorrisi, lusingata da quell'osservazione così acuta. «In realtà è del mio fidanzato, ma oggi è sotto la mia responsabilità.»
Lui inarcò un sopracciglio, divertito. «Allora spero che Julian l'abbia trattata con i guanti di seta.»
Proprio mentre finiva di parlare, il rombo di un motore sportivo annunciò il ritorno di Julian. La vettura varcò il cancello alzando una nuvola di polvere sottile che brillò nel controluce del pomeriggio.
«Ecco il nostro uomo,» commentò Bruno, senza distogliere lo sguardo dal mio.
Non sembrava affatto contrariato dall'interruzione; anzi, la sicurezza che emanava suggeriva che il tempo fosse un alleato, non un nemico.
Il tipo scese dall'auto con la naturalezza di chi è abituato a maneggiare il lusso altrui. Ci raggiunse scusandosi per il ritardo e, dopo un cenno d'intesa con Bruno, si rivolse a me:
«Scusa l'attesa. La BMW è perfetta, l'abbiamo igienizzata da cima a fondo come avevi chiesto, ma la prossima volta andateci piano,» disse facendomi l’occhiolino. «Togliere certe macchie poi non è facile,» concluse ridendo.
Sentii il sangue pulsarmi alle tempie e arrossii come un peperone, nuda davanti a quell'allusione così sfacciata.
Bruno, che aveva ascoltato tutto e pesato la mia reazione con la precisione di un orafo, mi venne in soccorso con una fermezza regale.
«Julian! Non mettere in imbarazzo la signorina. Pensa a fare bene il tuo lavoro,» lo rimbrottò con un sorriso che non ammetteva repliche.
Poi, rivolgendosi a me con un tono che cancellava ogni volgarità: «Non farci caso, Sonia. La discrezione è una dote rara di questi tempi.»
Il ragazzo fece un cenno affermativo, improvvisamente serio, ed entrò nel casotto per recuperare le nostre chiavi.
Una volta pagato il conto, con il rumore delle idropulitrici che sfumava in sottofondo, Bruno si avvicinò alla mia portiera. «Sonia, che ne dici di un aperitivo? C'è un posto molto carino che sono sicuro ti piacerà.»
Senza esitare, accettai. Non sapevo ancora di preciso il perché, ma quell’uomo, con sicuramente più del doppio dei miei anni, mi piaceva.
Seguii la sua auto, una nuovissima Mercedes, fino a un parcheggio riservato in centro.
Una volta scesi, fece un cenno verso la sua portiera aperta. «Ti fidi? Il posto è appena fuori città e sarebbe assurdo andarci con due macchine. Inoltre, strada facendo, potrò avere il piacere della tua compagnia.»
Senza alcun timore, sprofondai nel sedile passeggero della Mercedes, avvolta da un silenzio ovattato che sembrava escludere il resto del mondo. In quel guscio di metallo e tecnologia, tra finiture impeccabili e l’odore intenso della pelle nappa, la sensazione di essere una regina diventava quasi fisica.
«È un bel posticino,» disse con una voce che vibrava bassa nell'abitacolo, «è molto riservato. Lì potremo stare tranquilli.»
L'allusione a quella tranquillità apriva scenari imprevedibili; per non scatenare inutili allarmismi, presi il cellulare e digitai un messaggio per mamma, scrivendole che i colleghi avevano insistito per un aperitivo e che avrei tardato.
Guidava con una sicurezza rilassata, le mani grandi e curate sul volante che trasmettevano un senso di controllo assoluto.
In breve lasciammo il traffico alle spalle per addentrarci nella periferia più verde. Arrivammo davanti all'imponente entrata di un Golf Club; accostò alla colonnina, introdusse una tessera nel lettore e il grosso cancello di ferro battuto si spalancò con un ronzio sommesso.
In quel momento mi sentii una ragazzina ammessa a un rito proibito. L'ambiente era a dir poco lussuoso, un’enclave di privilegio riservata a pochi eletti dove ogni dettaglio gridava esclusività.
La vista sui campi, di un verde così brillante e impeccabile da sembrare dipinto, dava la sensazione di un passaggio dimensionale, come se fossi stata trasportata in un altro universo.
L'odore dell'erba tagliata di fresco e il sentore umido degli irrigatori mi fecero rabbrividire di piacere.
Bruno si era rivelato fin da subito una compagnia magnetica, dalla parlantina sciolta e colta; nonostante il lusso quasi intimidatorio di quel luogo, il suo modo di porsi annullò ogni imbarazzo, facendomi sentire totalmente a mio agio.
Ci sedemmo fuori, sotto un pergolato di glicine che smorzava la luce accecante del tramonto, trasformandola in un gioco di ombre fresche.
Un cameriere in giacca nocciola e pantaloni neri arrivò subito verso di noi con un vassoio d’argento, muovendosi con quella discrezione assoluta che si trova solo nei luoghi dove il silenzio è un lusso pagato a caro prezzo.
Bruno non aprì nemmeno la carta dei vini. Guardò l’uomo con un cenno d’intesa, poi si rivolse a me. «Qui sanno come viziare i nuovi arrivati. Ti piace il Franciacorta o preferisci qualcosa di più... deciso, magari un cocktail botanico?»
«Un Franciacorta Satèn sarà perfetto,» risposi, adagiando la borsa sulla sedia vuota accanto alla mia. «Qualcosa di morbido, per contrastare il caldo.»
Lui sorrise, approvando la scelta con un leggero movimento del capo. «Due Satèn, allora. E portaci quelle mandorle tostate al sale di Maldon, le preferite della casa.»
Quando il cameriere si eclissò, Bruno si appoggiò allo schienale, osservandomi con una calma che avrebbe potuto intimidire chiunque, ma che in quel momento mi faceva sentire stranamente disinvolta. I suoi occhi verdi sembravano catturare i riflessi del prato circostante.
«Di cosa ti occupi, Sonia?» chiese, rompendo il ghiaccio.
«In realtà ho appena rassegnato le dimissioni dall'ufficio dove lavoro,» dissi, sentendo il piacere di poter finalmente pronunciare quelle parole. «Ho ricevuto una proposta molto interessante e, sai… certe occasioni vanno prese al volo.»
Annuì lentamente, mentre il cameriere tornava per versare le bollicine nei calici brinati. Il perlage era finissimo, una catena di perle che risaliva verso la superficie. «Ti capisco e non posso che essere d’accordo con te. Oltre a essere un’incantevole ragazza, si nota subito la tua intelligenza e determinazione.»
Sorrisi lusingata, portando il calice alle labbra. Il vino era gelido, setoso. «È un’osservazione interessante. Cosa ti fa pensare che io sia così determinata?»
«La rapidità con cui prendi una decisione, ad esempio. Non è da tutti accettare l’invito di uno sconosciuto incontrato in un autolavaggio. Questo è senz’altro segno di determinazione, per non contare che sei disposta a lasciare un impiego sicuro per una nuova sfida. Cin, Sonia. Al tuo nuovo impiego e alla tua capacità di riconoscere ciò che meriti,» rispose, facendo tintinnare il suo calice contro il mio.
Assaggiai una mandorla, lasciando che il contrasto tra la sapidità del sale e la dolcezza del vino mi stuzzicasse il palato. Bruno non mi toglieva lo sguardo di dosso; era un'attenzione densa, che non cercava di scivolare via.
«E tu?» chiesi, cercando di spostare il riflettore su di lui. «Anche tu prendi decisioni così rapide?»
Prima di rispondere, incrociò le dita sopra il tavolo, un gesto di studiata eleganza. «Sempre. Nella vita e negli affari, se esiti per più di tre secondi, qualcun altro ha già vinto al posto tuo. Ma la rapidità non serve a nulla se non sai leggere chi hai davanti. E io, Sonia, credo di aver letto in te qualcosa che raramente si incontra in un pomeriggio qualunque.»
«Ti ringrazio,» dissi, posando il calice con studiata lentezza. «Ma ora tocca a te. Mi hai studiata abbastanza per oggi; di cosa ti occupi quando non salvi fanciulle annoiate agli autolavaggi?»
Sorrise, un movimento appena accennato che gli illuminò gli occhi. «Sono nel campo industriale. Gestisco attività di vario tipo, dalla produzione alla logistica di alto livello. Diciamo che la mia giornata è una continua serie di decisioni rapide, proprio come quelle di cui parlavamo prima.»
Mi osservò per un istante, poi inclinò leggermente il capo. «E il tuo fidanzato? Come si chiama l'uomo che ha la fortuna di esserti accanto?»
«Si chiama Tommaso,» risposi, cercando di mantenere un tono neutro. «Lavora con il padre. Hanno un'attività di famiglia, una cosa piuttosto modesta ma solida.»
«Capisco. Una sicurezza che affonda le radici nella tradizione,» commentò. «E da quanto tempo state insieme?»
«Tre anni.»
«Tre anni sono un’eternità o un battito di ciglia, a seconda di come li si vive,» osservò, avvicinando appena il busto al tavolo. Poi, spiazzandomi con una precisione chirurgica, chiese a bruciapelo: «E lo ami, Sonia?»
La domanda era così diretta che il respiro mi si fermò in gola per un secondo di troppo. Esitai. Cercai di formulare una risposta rassicurante, una di quelle verità preconfezionate che si dicono alle cene di famiglia, ma le parole non arrivarono.
I suoi occhi rimasero piantati nei miei. Fu come se mi parlassero, scavando sotto la superficie, ma scelse di restare zitto. Da gran signore, non incalzò, non premette per avere una conferma verbale; non ne aveva bisogno. Il mio silenzio, prolungato e pesante, aveva già confessato tutto ciò che voleva sapere.
Per uscire da quel momentaneo impaccio e quasi per restituire il colpo dopo quella domanda così diretta, cercai di spostare il fuoco su di lui. «E tu? Immagino ci sia una moglie che ti aspetta a casa.»
Senza scomporsi, portò il calice alle labbra e rispose candidamente: «Sì, sono sposato. Ho due figli già grandi, un maschio e una femmina. Ormai hanno la loro vita.»
La sua onestà mi spiazzò, ma non quanto la sua calma. «E lei non è gelosa?» chiesi, con una punta di sfida che cercava di mascherare la curiosità.
«Saperti qui, a prendere un aperitivo con una ragazza appena incontrata... non temi che possa darle fastidio?»
Sorrise, posando il bicchiere con la solita, impeccabile precisione. «Amo mia moglie, Sonia. È la colonna portante della mia vita e della mia famiglia.
Ma da sempre abbiamo un patto: entrambi ci prendiamo i nostri capricci, le nostre deviazioni, senza inutili gelosie o scenate borghesi. La libertà è il pilastro che tiene in piedi il nostro matrimonio, non quello che lo distrugge.»
Non ero affatto preparata a quella risposta. Sebbene fossi diventata io stessa una libertina, la famiglia in cui ero cresciuta seguiva abitudini totalmente conservatrici, fatte di silenzi e apparenze.
Sentire un uomo della sua statura parlare di «capricci» con tale naturalezza mi fece sentire improvvisamente piccola, ma anche profondamente affascinata.
«È un concetto molto... moderno,» riuscii a dire, mentre il Satèn sembrava diventare più intenso al palato.
«È un concetto adulto,» precisò fissandomi negli occhi. «Significa sapere che la passione e l'affetto possono viaggiare su binari diversi senza deragliare. Ma dimmi, Sonia... tu sei pronta a gestire questa distinzione, o la tua determinazione si ferma davanti al primo senso di colpa?»
«A cosa ti riferisci, esattamente?» chiesi, cercando di sostenere il suo sguardo nonostante sentissi la terra mancarmi sotto i piedi.
Bruno si appoggiò rilassato allo schienale della sedia, osservando il perlage del suo vino prima di rispondere. «Mi riferisco al fatto che la gelosia è spesso la misura di quanto ci si sente prigionieri o carcerieri. Dimmi, Sonia... tu e il tuo fidanzato siete una coppia reciprocamente gelosa?»
Esitai, sentendo il calore del sole e dell’alcol salirmi al volto. «Sì, credo di sì. È la normalità, no?»
Lui inarcò un sopracciglio, un gesto di sottile e aristocratica disapprovazione. «Se fosse così, allora dovrei essere io a chiederti se Tommaso, sapendoti qui, sola con uno sconosciuto in un club privato, non sarebbe geloso.
Ma la verità è che tu sei qui, e non mi sembri una donna che chiede il permesso per agire. O mi sbaglio?»
Quell'osservazione mi lasciò senza difese. L'immagine di un fidanzato, così ignaro e così distante da quel mondo di bollicine e verità taglienti, apparve quasi sbiadita.
Impacciata, incapace di trovare una replica che non suonasse infantile, finii il mio vino quasi d’un fiato, cercando rifugio nel fondo del calice.
Lo vidi sorridere. Non un sorriso di scherno, ma di autentico divertimento, come se trovasse deliziosa la mia confusione.
«Il Satèn non è acqua, Sonia. Va sorseggiato, proprio come le decisioni importanti,» commentò con dolcezza, facendo un cenno al cameriere perché rabboccasse i nostri bicchieri. «Ma capisco. A volte la verità brucia più dell'alcol, e serve qualcosa per mandarla giù.»
«Sai, Bruno... non so se sia il vino o questo posto, ma mi sento stranamente libera di parlare con te. Come se non avessi bisogno di nascondermi.»
Lui fece un piccolo cenno col capo, invitandomi a proseguire. «È il privilegio di essere estranei, Sonia. O forse è solo che io so ascoltare senza giudicare. Cosa c’è dietro quella determinazione di cui parlavamo?»
Sospirai, fissando le bollicine nel calice. «C’è Tommaso. Gli voglio bene, sul serio, ma sessualmente... è come se mancasse qualcosa. È tutto troppo prevedibile, troppo spento.»
«E questo ti spinge a cercare quel qualcosa altrove?» chiese abbassando la voce di un tono.
«In realtà è più complicato,» risposi, sentendo le parole scivolare via senza l'attrito dell'imbarazzo. «Il punto è che lui lo sa. Anzi, Tommaso trova la sua eccitazione proprio nei miei tradimenti. È la nostra verità, quella che non diciamo a nessuno.»
Bruno rimase un istante in silenzio, ma non era sorpresa la sua, ma la pausa densa di chi sta ricalibrando un'immagine: quella che si era fatto su di me.
«Quindi si nutre del tuo desiderio per gli altri. Una dinamica intrigante... e tu? Lo tradisci spesso?»
Lo guardai dritto negli occhi, sentendo il calore del Satèn rendermi audace. «Ho cominciato da poco. È una strada che ho appena imboccato, ma ammetto di trovarla appagante.»
«E non senti il bisogno di tornare indietro, immagino.»
«No,» ammisi. «Non sento affatto il bisogno di tornare indietro.»
Sorrise, un sorriso che questa volta sembrava promettere molto più di un semplice aperitivo. «Capisco. Hai scoperto che la trasgressione ha un sapore che la normalità non potrà mai eguagliare. E dimmi, Sonia... in questo momento, cosa stai cercando? Un’altra avventura da raccontarle al tuo fidanzato o qualcosa che sia solo per te?»
Lo guardai stupita, trovando quella domanda non solo intrigante, ma quasi rivelatrice.
Mi costringeva a guardare dentro quel gioco di specchi che avevo costruito con Tommaso, restituendomi il ruolo di protagonista.
«Lui riceve solo ciò che io decido di concedergli,» risposi, con una fermezza che sorprese persino me. «Si nutre di briciole, di racconti, di sensazioni riportate... ma la decisione di varcare quella soglia è sempre e solo mia.
Quello che accade quando sono con un altro uomo appartiene a me. È il mio spazio, la mia libertà.»
Bruno rimase a fissarmi per qualche istante, poi, con una lentezza studiata che mi fece mancare un battito, allungò la mano sul tavolo e la posò sopra la mia.
La strinse lievemente, un contatto caldo e rassicurante che trasmetteva una forza assoluta. Il suo sorriso d’ammirazione non era quello di un uomo che ha appena ottenuto un appuntamento galante, ma quello di un complice che ha finalmente trovato la sua pari.
«È esattamente la risposta che speravo di sentire,» mormorò, senza distogliere lo sguardo dai miei occhi. «C’è una dignità feroce nel modo in cui rivendichi il tuo piacere, Sonia. Molte donne si sentirebbero in colpa; tu invece sembri risplendere sotto questo peso.»
Sentii il calore della sua pelle contro la mia e un brivido sottile mi corse lungo la schiena, più intenso del freddo del Franciacorta.
«Quindi,» continuò, accarezzando il dorso della mia mano con il pollice, «se dovessimo decidere che questa sera non è ancora finita, Tommaso dovrebbe accontentarsi di un racconto molto... parziale. O sbaglio?»
«Forse, nemmeno di quello,» risposi maliziosa.
Il tempo passò veloce, un'ora volò via come un battito di ciglia. Ci portarono altri calici e stuzzichini ricercati, ma la mia attenzione era tutta per Bruno.
Ero affascinata da quell'uomo; la sua voce, calda e profonda, mi entrava dentro, amplificata da ogni sorso di Satèn. Mi sentivo sempre più a mio agio, come se lo conoscessi da sempre, anche se l'alcol iniziava a rendermi un po' brilla, sfumando i contorni del mondo intorno a noi.
Ero ancora vestita con gli abiti da ufficio: la solita gonna nera e la camicetta bianca. Iniziai a sentirmi fuori posto, a disagio tra tutte quelle donne eleganti, avvolte in abiti da sera o in completi da golf impeccabili.
Ma non era solo l'abbigliamento a tormentarmi, mi sentivo sporca: la fica e il perizoma erano ancora intrisi dallo sperma di Sergio; la sensazione di essere così umida, di portare addosso il seme di un altro uomo sotto lo sguardo di un signore come Bruno, mi fece venire i brividi. Era un segreto viscerale che strideva con la perfezione di quel prato inglese.
Con un sorriso gentile, chiese se mi andasse di cenare con lui.
«Ti ringrazio, Bruno, davvero,» dissi, «ma preferisco rifiutare. Sono un po' stanca e vorrei solo tornare a casa.»
Annuì con un'espressione comprensiva, senza smettere di studiarmi con quegli occhi verdi che sembravano aver intuito anche il mio disagio. «Ti capisco. È stata una giornata intensa per te, Sonia. Ti andrebbe di vederci domani?»
«Sì,» risposi, e quella singola parola fu un impegno che sentii vibrarmi in tutto il corpo. «Sì, mi piacerebbe molto.»
Andandocene da lì, il corpo e la mente si sentirono finalmente sollevati. Ero stata bene con lui; ogni cellula mi diceva che ne avrei voluto ancora, e subito.
Mentre il grande cancello si apriva davanti a noi, Bruno posò il palmo sul mio ginocchio con un gesto inaspettato.
Ci guardammo, sigillando quell'intesa silenziosa in un unico istante, prima che le labbra si cercassero per unirsi in un bacio lungo, intenso, capace di scacciar via ogni altro pensiero.
Il suo tocco, delicato e deciso al tempo stesso, mi fece indurire i capezzoli all'istante. Ma quando la sua mano scese tra le mie gambe, lo fermai di malavoglia, maledendomi per non essermi lavata.
Lui sorrise, quasi leggendo il mio imbarazzo; poi, scorgendo i fari di un’auto nello specchietto, ingranò la marcia e partì.
Arrivammo dove avevo parcheggiato l’auto di Tommaso. Non appena si fermò, riprendemmo a baciarci con una fame nuova.
Il suo cazzo era già duro e promettente sotto la stoffa dei pantaloni. Li slacciai, e con un gesto dettato da una voglia prepotente, glielo tirai fuori. Era grosso, magnifico, lungo, coronato da una cappella imponente. Staccandomi dalle sue labbra mi chinai.
Nascosta dai vetri oscurati, nel cuore di una piazzetta del centro, gli feci un pompino. Eccitata, leccavo e succhiavo quel membro superbo che sapeva di maschio e di desiderio puro; i suoi gemiti bassi e il leggero movimento del bacino confermavano quanto apprezzasse. «Oh... sì... piccola... sei fantastica...»
Bruno mi venne in bocca con fiotti caldi e potenti; deglutii fino all'ultima goccia del suo sperma, assaporandone il gusto. Ci fu ancora il tempo per qualche bacio umido e un’ultima carezza, poi, dopo esserci scambiati i numeri di telefono, scesi dall'auto.
Sulla via del ritorno, in quell’abitacolo così lindo, guidavo rilassata con il finestrino abbassato per lasciarmi accarezzare il viso dall'aria fresca della sera.
Canticchiando il brano trasmesso alla radio, mi sentivo pienamente viva e inebriata da quanto accaduto, provando una strana meraviglia verso me stessa; sorridendo tutta sola nella notte.
Parcheggiai con cura davanti a casa ed entrai. Mamma e papà seguivano una trasmissione in salotto, entrambi mezzi addormentati; Chiara non c’era. Mamma chiese se avessi cenato e la rassicurai, salendo rapida le scale.
Entrai in bagno denudandomi strada facendo, lasciando cadere gli abiti uno dopo l’altro. La fica era piacevolmente umida; la accarezzai pensando a Bruno, desiderando che fosse lui a farlo in quel momento. Lasciai scorrere l’acqua della doccia e subito il vapore appannò lo specchio. Con il dito vi disegnai uno smile, quasi fosse la mia immagine riflessa. Ero felice, spaventosamente felice.
Sotto il getto, lasciai che l'acqua portasse via la stanchezza e i residui di quella giornata così particolare. Una volta asciutta, infilai i pantaloni del pigiama e una maglietta larga.
Seduta sul letto, il pensiero corse al mio nuovo amico: alla sua voce, ai suoi occhi, al suo cazzo. Lasciai che il corpo venisse attraversato dagli ultimi brividi, una miscela di piacere e trasgressione.
In quell'istante, il telefono vibrò. Sorrisi vedendo il nome di Tommaso sullo schermo. Risposi con un tono dolce e innocente. «Ehi, amore. Tutto bene?»
Generi
Argomenti