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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 67
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Capitolo 67 di 78 32 min di lettura

L'Eleganza del Peccato

Tra il fango di un’attesa e il perlage di un calice, Sonia scopre che il lusso non è un abito, ma un potere. Fin dove si spingerà la Regista ora che ha imparato a dettare le regole del gioco?

Sonia
6 mesi fa · 591 letture · 0

Quando entrai in camera, la luce verde della sveglia indicava le 12:40.

Feci scivolare gli abiti a terra, lanciandomi nuda sul letto; sentivo le membra pesanti e quell’indolenzimento delizioso che solo il sesso vero sa lasciare.

Ero esausta, ma una strana euforia correva ancora sotto la pelle, appagata e svuotata dalla foga con cui Sergio mi aveva posseduta in auto.

Addosso sentivo ancora l’odore del suo sudore e i peli pubici increspati di sborra: un delizioso ricordo da tenere con me tutta la notte.

Presi il cellulare dalla borsa e lo schermo si illuminò: dieci chiamate perse, una sfilza di messaggi simile al bollettino di una crisi di nervi. Povero Tommaso.

In macchina avevo sentito il telefono vibrare a lungo, ma ero troppo presa con il mio amante per rispondere, lasciando che quel ronzio sommesso facesse da sottofondo ai nostri gemiti.

Ora però, nel silenzio della stanza, quella pioggia di notifiche reclamava attenzione, ricordandomi che la recita doveva ricominciare.

Scorsi la lista dei messaggi: un crescendo d'ansia a scandire la serata passata tra le braccia di un altro.

— 22:15: "Amore, atterrato ora a Palermo. Tutto bene? Fammi un colpo di telefono quando arrivi a casa, così sto tranquillo."

— 23:00: "Sonia, non mi rispondi? Dovresti essere rientrata da un pezzo. Comincio a preoccuparmi... spero tu non abbia avuto problemi con l'auto."

— 23:30: "Ti ho chiamata tre volte. Ti prego, rispondi. Ho paura che ti sia successo qualcosa per strada, il traffico della domenica è tremendo. Dimmi solo che stai bene."

— 00:05: "Sto continuando a chiamare, perché non rispondi? Dove sei?"

— 00:25: "Sei a casa? Ti prego, chiamami appena puoi… sono davvero in pensiero."

Tommaso, a mille chilometri di distanza, sembrava davvero preoccupato. Digitai una risposta veloce: un'esca lanciata con studiata noncuranza.

"Tesoro, scusami! Mi sono addormentata... ero sfinita e avevo il telefono in borsa. Ti chiamo tra un minuto."

Sapevo che non avrebbe resistito. Appoggiai il telefono sul cuscino, fissando il soffitto nell'attesa. Pochi istanti dopo la camera fu inondata dalla luce dello schermo che tornava a vibrare tra le mie mani.

Risposi subito, portando l'apparecchio all'orecchio con un movimento lento, quasi pigro.

«Pronto?»

Il mio tono era basso, leggermente roco: quella sfumatura di torpore necessaria a rendere credibile la bugia del sonno.

«Sonia! Dio mio, mi hai fatto morire!»

La voce di Tommaso esplose nel ricevitore, tesa come una corda di violino.

«Perché non mi rispondevi? Ho pensato al peggio... un incidente... che ne so...»

Sospirai piano, lasciando che il rumore del respiro lo raggiungesse.

«Amore, calmati... te l’ho scritto, ero sfinita. Dopo che sei partito sono tornata a casa e mi sono buttata sul divano. Non ho sentito nulla perché avevo la televisione accesa...»

«Ma erano le dieci quando ti ho scritto la prima volta! Eri già a casa?» incalzò, mentre il sollievo già cedeva il posto a quella curiosità morbosa che iniziavo a conoscere. «E poi?»

«E poi cosa?» gli risposi, cercando di guadagnare tempo con il cuore che batteva con forza contro le costole.

«Sonia amore... cosa ci siamo detti prima di lasciarci? Niente più segreti tra noi, ricordi?»

Il suo tono tradiva una tensione che ormai non cercava più di nascondere.

«Ma io...»

«Io cosa? Ho telefonato a tua madre alle undici e tu non c’eri. Non eri ancora rientrata. Dunque, Sonia, dov’eri?»

Colta alla sprovvista, sentii il panico risalire, e passai subito sulla difensiva: «Ma Tommaso, perché diavolo hai chiamato mamma? Ti sembra il caso?»

«Perché ero preoccupato! E per non far preoccupare anche lei, mi sono dovuto inventare una scusa su due piedi. Ho finto di ricordare che ti saresti fermata da un’amica: ho dovuto mentire io per coprire te. Dunque ti ripeto: dov’eri?»

Rimasi zitta per un attimo, fissando il buio della stanza, mentre una mano correva istintivamente a cercare la fica ancora umida.

«Ero davvero da un’amica,» mormorai, tentando di rendere la voce ferma. «Abita di strada e mi sono fermata a salutarla.»

«Sonia! Per chi mi hai preso? Se eri davvero da questa amica, perché ti sei inventata la balla del divano?»

«Perché... altrimenti chissà cosa avresti pensato, conoscendo quanto sei sospettoso...»

Rimase zitto per qualche secondo. Sentivo il suo respiro farsi pesante attraverso il ricevitore: un suono che tradiva un'eccitazione crescente.

«Amore... se anche ti sei vista con qualcuno, perché non me lo dici? Lo sai che non mi arrabbio. Anzi... se fosse così... se tu fossi stata con un altro... ne sarei eccitato. Sai che è così.»

Fui io, questa volta, a non rispondere, lasciando che il silenzio diventasse una confessione implicita.

Tommaso proseguì, la voce vibrante di una lussuria malata: «Ti sei vista con Sergio? O con Antonio? Con chi dei due sei stata stasera?»

Aspettai un lungo istante, godendomi il potere che esercitavo su di lui. Poi, in un sussurro, pronunciai quell'unico nome: «Sergio.»

«Oh! Vedi? Cosa ci voleva a dirmelo? Perché non me l’hai detto subito? Mi avresti evitato tante preoccupazioni inutili.»

Il suo tono era cambiato. L'urgenza del fidanzato tradito svaniva, lasciando il posto alla bramosia del voyeur che inizia a intravedere la scena.

«Scusa... hai ragione... ma io...» mormorai, lasciando la frase in sospeso per costringerlo a invitarmi a proseguire.

«Lo sai quanto mi è costato ammettere certe cose tra noi, Sonia? Perché non vuoi essere sincera con me? Non ti fidi?»

«Ti ho chiesto scusa,» risposi stizzita, alzando appena la voce per simulare un fastidio che rendesse il gioco più reale.

Poi, recuperata la calma con calcolata dolcezza: «Hai ragione, ma non credere che per me sia facile...»

«E perché, tesoro? Lo sai che non mi arrabbio. Avresti potuto dirmelo prima, mentre eravamo in macchina verso l’aeroporto...»

«Ma ancora non lo sapevo!» esclamai, quasi a difendere la spontaneità di quel tradimento improvvisato.

«Ed è stato lui a cercarti?»

Rimasi zitta. Lasciai che il silenzio risucchiasse ogni rumore nella stanza, permettendogli di trarre le sue conclusioni.

«Allora devo intendere che lo hai cercato tu...» La sua voce si era fatta bassa, sporca, carica di una curiosità morbosa che lo faceva quasi ansimare nel ricevitore. «Ne avevi nostalgia, vero? Ti mancava il suo cazzo, ammettilo!»

«Ma cosa dici? Smettila!» Risposi seccamente.

«L'ho chiamato perché... non lo so, forse non mi andava di tornare subito a casa. Comunque siamo solo andati a mangiare una pizza e abbiamo parlato. Tutto qui. Non c'è stato altro.»

«Una pizza?» La sua risata arrivò gracchiante, carica di un'incredulità febbrile. «Sonia, è quasi l'una: per una pizza ci si mette un'ora, non tutta la sera. E poi perché non mi rispondevi?»

«C’era baccano, non l’avrò sentito... te l'ho detto!»

«Nemmeno dopo in macchina? Neppure lì lo sentivi?» Tacqui.

«Non ti credo, amore. Non ti credo affatto. Dopo quello che mi hai raccontato... la storia dei pompini... tu non esci con lui solo per una pizza. Dimmi la verità: dove siete andati dopo? Siete rimasti in macchina? Lo avete fatto nel parcheggio?»

«Tommaso, basta! Sembri un poliziotto. È stata solo una serata tranquilla, non è successo nulla di quello che immagini.»

«E allora perché sei così agitata? Perché la tua voce trema?» Incalzò.

Udivo il suo respiro farsi sempre più affannoso, segnale inequivocabile del suo stato. «Ti prego, Sonia... dillo. Dimmi la verità: ammetti che lo hai cercato perché volevi il suo cazzo, non la pizza.»

«Ti ho detto di no!»

Gridai, fingendomi disperata, con il rischio che i miei sentissero. «Perché devi sempre insistere? Perché vuoi a tutti i costi che...»

«Perché voglio la verità... e tu sei una stronza che non me la dice. Io ho bisogno di sapere, lo sai benissimo il motivo. Ti mancava, vero? Ti mancava il suo grosso uccello?»

Non risposi. Ci fu un attimo di silenzio che parve interminabile, un vuoto dove il suo respiro sembrava l’unico suono rimasto al mondo.

Poi, stupendomi per la spudoratezza con cui quelle parole uscirono dalle mie labbra, sibilai: «E va bene, sì! Sì, Tommaso!»

Nonostante la distanza, mentalmente vedevo la sua faccia travolta da quell’ammissione. Non ero arrabbiata, ma come un fiume in piena, le parole fluirono acide e pungenti.

«Da quand’è che non scopiamo io e te?»

Provò a balbettare qualcosa, un debole: «Ma io…»

«Tu cosa? Visto che vieni nei pantaloni appena ti sfioro, Tommaso! Scusa se te lo dico, ma ho anch’io le mie esigenze.»

«Allora, con Sergio…» La sua voce era un soffio, sospesa tra l'umiliazione e il desiderio.

«Sì, mi ha scopata! Volevi saperlo? Ebbene sì, ho goduto tantissimo! E vuoi saperla tutta? Scopare con lui mi piace, adoro il suo cazzo. Sei contento ora?»

Avevo sputato quelle parole con consapevole durezza, sapendo che lo avrei eccitato fuori misura, colpendolo proprio dove era più vulnerabile.

Poi, come per offrirgli uno zuccherino dopo la medicina amara, abbassai il tono: «Scusa, non volevo ferirti…»

Prima di andare avanti…

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