Martedì mattina il sole illuminava il profilo della BMW di Tommaso parcheggiata davanti al cancello.
Era così lucida, così perfetta dopo il trattamento di Julian, che l'idea di metterla in moto sembrava un sacrilegio. Non volevo che la polvere della strada o il traffico mattutino ne intaccassero la purezza; temendo che un qualunque imprevisto potesse rovinare quel tempio di lamiera che il mio fidanzato venerava sopra ogni cosa.
Decisi di lasciarla lì, immobile come un monumento alla mia sfrontatezza, avviandomi verso la fermata dell'autobus.
Iniziava l'ultima settimana nella ditta di autotrasporti: un capitolo della mia vita già chiuso con il tratto deciso della penna il giorno precedente.
Salire su quel mezzo pubblico, stipato all'inverosimile come ogni mattina, fu un ritorno brusco alla mediocrità.
L'aria era densa, satura di odori troppo umani e di una calca che non lasciava spazio al decoro.
In quel groviglio di corpi, sentivo gli sguardi dei maschi posarsi su di me con una fame ancestrale.
Uomini in giacca e cravatta diretti in ufficio e studenti dagli ormoni in fiamme mi mangiavano con gli occhi, seguendo la linea della gonna che fasciava i fianchi.
A volte avvertivo un contatto furtivo, una mano sfiorare il sedere o un braccio premuto contro il petto approfittando degli scossoni della vettura. Un tempo ne avrei provato fastidio, ma ormai mi ci ero abituata.
Mentre l'autobus sobbalzava nel traffico, la mia mente tornò alla telefonata della sera prima.
Ripensai a Tommaso, a quella sua dolcezza carica di sospetti che cercava di mascherare con la premura.
Avevo modulato ogni parola per rassicurarlo, mentendo con una grazia che ormai rasentava la perfezione, eppure un retrogusto amaro mi era rimasto in gola: la consapevolezza che il gioco stava diventando pericolosamente sottile.
Era rimasto piacevolmente colpito dalla mia voce squillante e, soprattutto, dal fatto che gli avessi risposto subito, senza lasciarlo annegare nell'ansia.
«Sonia, amore... finalmente ti sento arzilla. Sembri... elettrica,» aveva detto, percependo il calore che Bruno mi aveva lasciato addosso.
Dopo le prime banalità di rito sulla giornata a Palermo, lo avevo informato che il dado era tratto: le dimissioni erano state rassegnate.
Gli avevo raccontato di papà, della sua presenza rassicurante in ufficio e della benedizione ricevuta dal Direttore.
«È fantastico, piccola. Te lo meriti» aveva esclamato, e subito dopo, con un tono carico di quella curiosità morbosa che ormai era il nostro codice: «E... il tuo amichetto? Sergio? Come l'ha presa sapendo che te ne vai?»
Sospirando nel ricevitore, avevo lasciato che il rumore del respiro lo eccitasse.
«Beh, c’è rimasto male… ma già lo sapeva; era l’unico a cui lo avevo confidato.»
«E cosa avete fatto?» aveva chiesto, con il respiro che iniziava a farsi affannoso a mille chilometri di distanza.
«Niente che tu non possa immaginare. Abbiamo passato la pausa pranzo insieme... al posto che sai. Ci siamo consolati facendo l’amore. È stato molto dolce e mi è piaciuto molto… tutto qui.»
A quel punto avevo sentito un gemito strozzato dall'altra parte della linea. «Dio, Sonia... tu… mi farai impazzire...»
«Sei... nudo? Ti stai... masturbando?»
«Sì... e come faccio altrimenti? Non riesco a pensare ad altro, anche quando parlo con i clienti.
Ti immagino lì... essere sbattuta da loro. E quando ti sento dire certe cose… Oggi mi sono già segato tre volte, pensa… persino nel cesso dell’autogrill.»
«Oh... mmh... davvero ti faccio questo effetto? Sai, eccita anche me: saperti sul letto a masturbarti, intendo. Oh tesoro, come sono felice.»
Poi, in una supplica carica di falsa vulnerabilità, avevo continuato:
«Amore... ho promesso a Sergio che continueremo a vederci. Me lo lascerai fare? Gliel’ho giurato… ma...»
E con una pausa teatrale, abbassando la voce fino a un sussurro: «Ti darebbe fastidio? Lo permetteresti? Dimmi che posso farlo, ti prego...»
«Sì, amore...» il suo tono era diventato un soffio sporco, spezzato dall'eccitazione.
«Sonia, mi fai morire se me lo chiedi così. Sì, te lo permetto. Voglio che tu lo veda ancora. Voglio che mi racconti ogni singolo dettaglio di come ti scopa, di quanto godi a farti sbattere da lui.»
Avevo sorriso nel buio della camera, consapevole di averlo piegato ancora una volta ai miei desideri.
«Grazie, tesoro. Sei così buono con me... non vedo l'ora di dirti tutto della prossima volta.»
Lo avevo lasciato così, probabilmente ancora impiastricciato di sperma, perso in un desiderio che solo le mie parole riuscivano a placare e rinfocolare allo stesso tempo.
Ripensando a quella telefonata sorridevo tra me, con gli occhi persi fuori dal finestrino dell'autobus, senza rendermi conto di quanto quell'espressione fosse reale e sfacciata.
Un ragazzo seduto proprio davanti a me, convinto che gli rivolgessi quel sorriso radioso, si fece avanti presentandosi con tenera galanteria.
Gli diedi la mano con una gentilezza distaccata: era un tipo carino, giovane e pulito, ma la mia mente ormai era saturata dall'ombra di Bruno; in confronto, ogni altro maschio appariva come una bozza sbiadita, priva di quella profondità che solo l'esperienza sa conferire.
Pensare al nostro incontro per quella sera mi faceva sentire leggera, quasi sollevata da terra da un entusiasmo infantile che strideva con la mia nuova natura di predatrice.
C’era qualcosa di diverso in lui, un magnetismo che mi attirava in modo nuovo: non era solo la bramosia fisica, ma un’eleganza matura che rendeva la trasgressione un atto quasi aristocratico.
In ufficio la mattina scivolò via tra scartoffie e telefonate di routine.
Immersa nel lavoro, degnai di poca attenzione Sergio, nonostante mi cercasse continuamente con lo sguardo, implorando un cenno di complicità che non avevo intenzione di concedergli.
Lo vidi incupirsi quando gli spiegai che, durante la pausa, non saremmo andati ad appartarci; finsi un malessere improvviso, un cerchio alla testa inesistente per evitare la sua foga, che in quel momento avrei sentito come un'intrusione molesta.
Pranzammo insieme nel solito bar e gli fui comunque sfacciatamente affettuosa, nonostante fossimo circondati dai colleghi.
Incurante della loro presenza, lasciai che la mia mano indugiasse a lungo sul suo braccio e che i nostri gesti fossero abbastanza eloquenti da non lasciare dubbi a chi ci osservava.
Non mi importava che molti di loro conoscessero Tommaso; al contrario, percepire i loro sguardi giudicanti o curiosi addosso mi regalava un brivido di soddisfazione.
Ero la ragazza di tutti e di nessuno, una sposa promessa che pranzava con l'amante alla luce del sole, pregustando già il sapore di un terzo uomo che l'avrebbe posseduta al tramonto.
Terminato il lavoro corsi a casa, impaziente di prepararmi in modo impeccabile. Per sciogliere la tensione della giornata e ammorbidire la pelle, optai per un bagno anziché la solita doccia.
Affondai nella vasca, lasciandomi avvolgere dalla schiuma come in un abbraccio proibito. Non riuscivo a staccarmi dal ricordo di Bruno e, passando la spugna sulle parti più sensibili, ne immaginavo il tocco.
Chiusi gli occhi, fantasticando che non fosse l'acqua a scivolare tra i seni e lungo l’interno delle cosce, ma le sue dita esperte; la mia pelle già fremeva in sua attesa.
Eccitata da quelle sensazioni, fui sul punto di masturbarmi; desistetti solo per conservare tutto l’ardore per il mio amante.
Seduta completamente nuda alla coiffeuse, davanti allo specchio della mia camera, con gesti lenti e precisi, disegnai una linea netta di eyeliner nero, allungando l'occhio verso l'esterno.
Volevo uno sguardo felino, predatore.
Optai per un rossetto rosso scuro, color sangue, che definiva le labbra con precisione geometrica.
Dopo essermi assicurata che ogni dettaglio fosse perfetto, passai alla vestizione. Dal cassetto della biancheria cercai un intimo sensuale, un segreto proibito celato sotto l'apparenza impeccabile.
Optai per un completo di pizzo nero corvino, con un tanga sottilissimo che spariva tra le natiche lasciando scoperto il culetto.
La delicatezza del tessuto contrastava in modo stridente con la natura torbida dei pensieri che mi agitavano.
Indossandolo, la stoffa fresca che scorreva sulla pelle ancora calda scatenò un brivido dalla fica fino ai capezzoli.
L'abito fu l'atto finale del rituale. Cercai qualcosa che sussurrasse promesse preziose a chi sapeva guardare.
Scelsi un tubino in seta color crema, che fasciava le forme senza esagerare, esaltando il movimento dei fianchi a ogni passo.
Completarono l'opera un paio di décolleté in vernice nude dal tacco dodici vertiginoso, capaci di tendere i muscoli delle gambe e inarcare la schiena con aristocratica prepotenza.
