Sonia & Tommaso

Capitolo 50 - L'Appuntamento a Mezzogiorno

Sonia
a day ago

Svegliarsi fu come ricevere un'eco sinistra della sera precedente. Un dolore sordo stringeva lo stomaco e in bocca sentivo un sapore ferroso, lo stesso sentore di sangue che avvertivo nei momenti più estremi. Capii subito: il ciclo era arrivato.

Con un moto di terrore controllai le lenzuola, temendo di averle macchiate, trovando solo un piccolo segno scuro.

Ero salva. Eppure, in quel sollievo, si insinuò una punta di delusione.

L’idea di portare in grembo il seme di uno sconosciuto, di nutrire un figlio del peccato sotto gli occhi ignari di Tommaso, mi aveva eccitata a tal punto da rendere la realtà quasi scialba.

Facendo forza su me stessa, con una pesantezza nuova nelle membra, andai in bagno.

Lavandomi con cura, cercai di eliminare ogni traccia della notte al cinema; ma quel dolore alla pancia era come un timer che scandiva la mia colpa.

Il mio corpo sembrava ribellarsi non solo a me, ma a tutto lo squallore che lo aveva attraversato.

I pensieri erano tutti per Antonio. Lo desideravo con la stessa intensità con cui lo odiavo. Voleva i soldi, e io mi sentivo obbligata a darglieli. Ma perché? Quei soldi li avevo guadagnati io, vendendo la mia pelle. Perché avrei dovuto consegnarli a quel pappone?

Ma poi, un pensiero oscuro mi fece sorridere allo specchio: era proprio quello ad attrarmi. Sentirmi la sua schiava, la sua proprietà. Era una dipendenza dalla quale non potevo, e forse non volevo, disintossicarmi.

Con le mani che tremavano, presi il cellulare. Telefonai a Tommaso, adducendo il mal di pancia per restare a letto. Non sopportavo l'idea di vederlo e dover fingere ancora.

La sua voce, carica di una dolcezza premurosa, mi fece vergognare per lo schifo che provavo verso me stessa.

«Amore, se hai bisogno di qualunque cosa, chiamami subito,» disse lui con quel suo tono protettivo.

«No, sto bene... ci vediamo più tardi,» risposi sbrigativa, troncando la chiamata prima che il senso di colpa diventasse insopportabile.

Poi, aprii la chat di Antonio: con dita tremanti scrissi che non stavo bene e che non ci saremmo visti. Sapevo come avrebbe reagito; quasi desiderando quell'urto, quel brivido di umiliazione.

Antonio: Non fare scherzi, puttana. 😠 Se ci tieni alla tua reputazione e al tuo fidanzato, ti consiglio di non fare cazzate. 😈

Sonia: Ti prego, non arrabbiarti. 🙏 Non sto bene, non riesco a stare in piedi. Te ne prego, non farmi del male. Sono pronta a fare tutto quello che vuoi, ma non oggi... 😢

Antonio: Non me ne frega un cazzo del tuo mal di pancia. 😡 Ti aspetto tra due ore al bar "L'Incontro". Non farti attendere. E non fare la stronza: ci sono altre donne che non vedono l'ora di vedermi. 😉

Sonia: Va bene, vengo. 😔 Non fare niente, ti prego. Ho i soldi con me. 😔

Antonio: Brava ragazza. Ti aspetto. 😘

La minaccia era stata chiara, e la promessa di una vendetta contro Tommaso mi faceva sentire come una bambina spaventata. Ero una marionetta i cui fili erano stretti nelle mani di Antonio, ma la cosa più spaventosa era il piacere elettrico che provavo nel sentirmi così: una proprietà, un oggetto nelle mani di un padrone crudele.

La preparazione fu rapida, nonostante i crampi. Non volevo andare, eppure non potevo farne a meno. Il bar "L'Incontro" mi aspettava, e con esso, il prossimo gradino verso il mio abisso.

Indossai in fretta un paio di pantaloni neri e una camicetta chiara, quasi a voler comunicare un’immagine di ordine che non sentivo più appartenermi.

Cercai di domare il tremore delle gambe, ma il battito del cuore era un tamburo rimbombante fin nelle orecchie.

Infine una nuvola eccessiva di profumo a prevenire ogni possibile odore, e a coprire ogni ricordo fisico delle ore precedenti.

Presi i soldi: mezzogiorno era l’ora perfetta per un aperitivo; dissi a mia madre che andavo a incontrare un’amica.

Lei non indagò, limitandosi a un sorriso distratto che mi fece sentire, per l'ennesima volta, un'estranea in casa mia.

Camminando verso l’appuntamento, sentivo il calore dell’assorbente tra le gambe. Lo avevo messo per sicurezza sopra il tampax, una protezione doppia che mi faceva sentire goffa e, allo stesso tempo, vulnerabile. Non fu difficile trovare il bar: conoscevo bene quella zona, ci passavo pomeriggi interi ai tempi della scuola, quando la vita era ancora una linea dritta e prevedibile.

Quando lo vidi, fui pervasa da una furia tale da mozzarmi il respiro.

Antonio non era solo. Seduto a un tavolino all'aperto, con lui c’era Irina, quella troia che lo seguiva come un'ombra.

Entrambi mi fissavano con un sorriso sornione, che sembrava prendersi gioco della mia puntualità, della mia sottomissione.

Restai seria, con i muscoli del viso tesi fino a far male. Ormai ero lì, intrappolata nel loro gioco. Mi sedetti al tavolo senza degnare lei di uno sguardo, mentre un cameriere si avvicinava solerte per prendere l'ordinazione. Sentivo gli occhi di Antonio scivolare su di me con un possesso brutale, mentre la presenza dell'altra donna trasformava la mia umiliazione in uno spettacolo pubblico.

Antonio, guardandomi con il suo solito sorriso beffardo, inclinò appena la testa.

«Allora, Sonia... come va il tuo mal di pancia?» chiese, enfatizzando la parola come se conoscesse ogni mio segreto.

Non risposi. Lo fissai negli occhi cercando di sostenerne lo sguardo, mentre sentivo addosso l'attenzione altezzosa di Irina; studiandomi come si studia un insetto sotto un vetrino.

«Irina, lei è Sonia,» disse Antonio, quasi annoiato. «Sonia, lei è Irina.»

Le strinsi la mano — piccola, magra, fredda — sentendomi morire.

Antonio, senza smettere di guardare la bionda, riprese con un tono che trasudava disprezzo:

«Lei è fidanzata, sai? Ma le piace il mio cazzo molto più di quello del suo fidanzato cornuto.»

La ragazza scoppiò in una risata cristallina, crudele. Guardai Antonio con odio puro, ma lui non si scompose. Si rivolse a me, la voce che improvvisamente si fece dura:

«Non è vero, forse?»

Non potei contraddirlo. La verità mi pesava in gola come piombo.

«Ed è pure disposta a pagarmi pur di farsi scopare da me,» aggiunse lui, rivolgendosi di nuovo alla sua compagna.

Sentii le guance andare in fiamme. Un rossore violento che non potevo nascondere.

«Hai portato i soldi?» chiese poi, tornando serio.

«No,» mormorai, tentando un ultimo, disperato barlume di resistenza.

Lanciandomi un’occhiata gelida, con un gesto fulmineo afferrò la mia borsetta poggiata sul tavolo e la aprì.

Ne estrasse le banconote, le contò con metodica lentezza davanti a tutti e le infilò in tasca con un sorriso soddisfatto.

«Quelli sono gli ultimi, Antonio,» dissi alzandomi, con voce tremante. «Non ne avrai altri.»

Lui rise, un suono secco. «Mettiti a sedere, stupida.»

Obbedii, crollando sulla sedia come se mi avesse spezzato le gambe. Lui proseguì con un tono tranquillo, quasi cordiale, mentre il mio sguardo restava inchiodato al suo.

«Sonia, se questa è la tua decisione, lunedì, mentre tu sarai in ufficio a fare la brava segretaria, farò visita a quella santa donna di tua madre.»

Si interruppe per un istante, godendo del terrore che leggeva sul mio viso.

«Le racconterò tutto. Nei minimi dettagli. E poi farò lo stesso al lavoro di Tommaso. Assicurandomi che tutti sentano... specialmente suo padre.»

Rabbrividii: la minaccia era così precisa, così calma, da paralizzarmi.

«Sei ancora decisa a non darmi più nulla?» chiese sollevando un sopracciglio.

Rimanemmo in silenzio. Poi, con un filo di voce, tentai la carta della pietà:

«Non ho più niente, Antonio. Quelli me li sono fatta prestare, te lo giuro.»

Lui non si scompose, guardandomi come si guarda una bambina che racconta una bugia sciocca.

«Non è un problema,» rispose con un sorriso che non gli arrivava agli occhi. «So io come farteli guadagnare. E conoscendoti, ti divertirai un mondo a farlo.»

Capii immediatamente a cosa si riferiva. Nonostante la paura, il pensiero di dovermi vendere per lui mi fece fremere. Era una perversione che non riuscivo a domare. Lui tornò a sorridere, come se avessimo appena parlato del tempo.

«Che impegni hai per oggi, Sonia?»

«Devo tornare a casa,» risposi a bassa voce, cercando di nascondere il tremore delle mani.

Antonio fece un sospiro teatrale, voltandosi verso Irina.

«Che peccato. Noi stavamo proprio per andare al lago... in quel posto dove ti ho portata quella volta, ricordi?»

Tirò fuori le banconote, sventagliandole con un gesto disinvolto sotto il mio naso.

«Andiamo a quella trattoria con vista, sai... e visto che ho i soldi, stavolta pago io.»

L'ironia sadica di quelle parole mi fece bruciare le guance.

«E dopo,» aggiunse con uno sguardo che mi spogliò davanti a tutti, «andiamo a divertirci nell'appartamento in campagna. Quello lo ricordi bene, vero?»

Non erano solo le parole ad umiliarmi, ma la consapevolezza che in quel momento, per lui, ero solo un giocattolo rotto, un oggetto da esibire e calpestare davanti a un'altra donna. Ero la sua puttana, e lui voleva che lo sapessi bene.