Sonia & Tommaso

Capitolo 74 - L'ultimo giorno

Tra incognite e proposte inattese, il futuro di Sonia sembra sempre più appeso a un filo. Sarà davvero la fine di un incubo o soltanto l'inizio di una nuova illusione?

S
Sonia

7 ore fa

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Terminata quell'ultima giornata lavorativa, uscii dall'ufficio con un groppo alla gola che a stento non si trasformava in un pianto sommesso. In quel posto ero sempre stata trattata bene e rispettata; con i colleghi si era creata una buona armonia, un equilibrio sereno che ora lasciavo alle spalle per un futuro incerto.

Quella decisione, parsa fino a poco prima così inappuntabile e priva di qualsiasi incertezza, ora risvegliava in me un mare di dubbi.

Sebbene molto attratta dal carisma e dal potere di Nicola, ora mi chiedevo se ne fossi all'altezza: dopotutto, cosa ne sapevo di alta finanza?

Attraversai il cortile della ditta con il cuore accelerato dall'ansia: il timore di ritrovarmi davanti Antonio e Lidia mi faceva tremare le gambe, mentre la fica, ancora umida della scopata con Sergio, paradossalmente, trasmetteva un calore sordo da sotto lo slip di cotone.

Non c'erano. Incredula guardai più volte, a destra e a sinistra della strada, stringendo gli occhi sotto il sole del pomeriggio: niente, la via era deserta.

Raggiunsi la fermata dell'autobus voltandomi a ogni fruscio, col terrore di sentirne la voce o di vedermeli comparire davanti all'improvviso.



Seduta su uno dei sedili posteriori dell'autobus semideserto, appoggiai la testa contro il vetro vibrante, lasciando che il movimento del mezzo cullasse i miei pensieri tormentati.

Ripensai alla proposta di Sergio, arrivata così improvvisa e ingenua durante la pausa pranzo; non me l'ero sentita di deluderlo, non lo meritava affatto.

Nascondendomi dietro un sorriso triste, avevo risposto che lasciare Tommaso non era così semplice; ma in verità, l'idea di un legame a cui rimanere fedele, chiusa nel recinto di una vita monotona, era un concetto da me ormai superato e accantonato per sempre.

Mi piaceva scopare con lui, ma non gli avrei concesso d'essere nulla più che un amante occasionale.



Giunta a casa salutai mamma, intenta a muoversi tra i fornelli della cucina per preparare la cena. La trovai fredda, distaccata, chiusa in un mutismo rigido che tagliava l'aria; quando le comunicai che sarei uscita nuovamente, posò di colpo il canovaccio sul ripiano e scrollò la testa, esclamando con amarezza: «Di nuovo fuori? Ma non ti vergogni?».

«Ma, mamma... festeggio solo l'ultimo giorno con le colleghe, è una cosa normale...» Provai a replicare, cercando di mantenere un tono calmo che mascherasse il mio disagio.

«Niente mamma! Ti rendi conto di come ti stai comportando? Da quando il tuo fidanzato è partito per la Sicilia, sei stata fuori tutte le sere fino a tarda notte, rientrando ad ore indecenti. Povero Tommaso... te ne approfitti fin troppo di questa tua libertà.»

Lei lo adorava e lo vedeva come il genero perfetto; garanzia di quel futuro ordinario e rispettabile che desiderava per me.

«E quand'è che torna?» aggiunse poi, incrociando le braccia al petto con fare inquisitorio.

«Domattina... e lo vado a prendere in aeroporto» risposi, ripensando a lui eccitato al telefono poche ore prima; complice della mia infedeltà e sul punto di sborrarsi nelle mutande.

«Povero caro, chissà come sarà stanco dopo quella trasferta... Allora domandagli se vuole pranzare qui da noi, gli preparo le lasagne; sai bene che ne va pazzo, è il suo piatto preferito.»

«Sì mamma, glielo dirò...» sussurrai, troncando il discorso per non tradire il leggero sorriso cinico che rischiava di affiorarmi sulle labbra, pensando malignamente che ora erano le corna a farlo tanto impazzire.

Salii in camera sentendola mugugnare dalla cucina, contrariata e frustrata dal non potermi comandare a bacchetta come aveva sempre fatto durante la mia infanzia.



Spogliata con liberazione dagli abiti da ufficio, entrai in bagno decisa a lasciare tutto alle spalle e prepararmi al meglio per la tanto attesa serata con Bruno.

Vi trovai Chiara, tornata da poco dal corso di danza e intenta a farsi un bidet.

Fui sorpresa di vederla, perché erano giorni che non ci incontravamo: seppur abitanti la stessa casa, le nostre esistenze sembravano viaggiare su binari paralleli ed equidistanti.

Quasi coetanee, oltre ai classici giochi infantili, avevamo sempre condiviso le nostre esigenze più intime senza pudore, senza formalizzarci nemmeno su quelle corporali; eppure, inspiegabilmente, non eravamo mai state veramente unite.

Crescendo, quasi a compartimenti stagni, avevamo frequentato cerchie di amicizie ben differenti: io più legate alla parrocchia, lei più... Beh, diciamo che aveva già cambiato diversi ragazzi; cosa che mamma non finiva mai di rimproverarle.

Seduta sul water, la guardavo aggirarsi completamente nuda, i capelli legati alti e le gocce d'acqua che le imperlavano le natiche sode; era bella, perfetta in tutte le sue forme da ballerina e mossa da un'innata sensualità. I seni, poco più pieni dei miei, sobbalzavano impercettibilmente ad ogni passo, mentre la fichetta, completamente glabra, s'intravedeva rosea tra le cosce snelle e affusolate. A quella vista, morbosi pensieri mi si fecero largo nella mente, facendomi bagnare all'istante.

Appena uscì dal bagno, mossa meccanicamente da un irresistibile impulso feticista, cercai nel cesto della biancheria sporca le mutandine di cotone che si era appena tolte: le afferrai, trovandole ancora tiepide del calore del suo corpo e vistosamente umide sul cavallo, dove il tessuto aveva assorbito i fluidi e il delicato profumo muschiato della fica.

Affondai il viso in quel tessuto intriso di lei, odorandolo ad occhi chiusi: ripensai a quanto accaduto con le ragazze nella fattoria e alla perversa nottata con le due puttane di Rimini; erano state esperienze forti e degradanti, ma che avrei rivissuto molto volentieri.

Tremando per il desiderio, sfregai freneticamente la parte interna e bagnata dello slip di Chiara sul mio clitoride scoperto, premendo il tessuto contro la carne già gonfia e ricettiva.

Bastarono pochi movimenti rapidi per farmi venire: contrassi le dita dei piedi e inarcai la schiena, raggiungendo un orgasmo violento e solitario che mi lasciò senza fiato.

Riposte le mutandine nel cesto della biancheria, cercai di concentrarmi esclusivamente sull'appuntamento che mi attendeva: volevo essere perfetta per Bruno, cancellare ogni preoccupazione, dimenticando almeno per poche ore, lo squallore imposto dai miei aguzzini.

Dopo una lunga doccia e un'attenta depilazione, massaggiai la pelle ancora umida con una deliziosa crema idratante dall'aroma agrumato; il mio profumo preferito, lo stesso che portavo addosso quella magnifica sera quando avevamo fatto l'amore.

Passando la piastra davanti allo specchio, scorsi negli occhi un velo di stanchezza; segnata e provata da quelle ultime notti trascorse sulla statale, avvertivo il bisogno assoluto di fermarmi, di riposare e di riprendere il controllo della mia vita.

Applicai un trucco leggero, ma studiato con cura per ravvivare ed esaltare la sensualità naturale dei tratti: un tocco di mascara scuro per dare profondità allo sguardo e un velo di lucidalabbra, perfetto per rendere la bocca un invito silenzioso.

Decisi per un abito estivo, leggero e svolazzante, un taglio che mi faceva sentire libera e al tempo stesso seducente. Sotto quel fresco tessuto, infilai solo un paio di mutandine brasiliane color cipria: un velo di pizzo sottile, quasi impalpabile, destinato a nascondere una fica rimasta umida e sensibile dopo l'orgasmo di poco prima.

Ai piedi calzai sandali a listini di media altezza, che oltre ad incorniciarne la forma delicata, esaltavano il rosso vivo dello smalto sulle unghie.



Finalmente, dopo innumerevoli giravolte davanti allo specchio della camera, e una generosa dose di profumo tra il collo e l'incavo del décolleté, ero pronta.

Presi la borsetta e scesi le scale quasi in punta di piedi, sperando con tutta me stessa di evitare mia madre; ma lei era lì, ferma ad attendermi proprio in fondo ai gradini, con le braccia incrociate al petto e il volto severo di chi ha già emesso una condanna.

«Non ti pare di esagerare?» gridò accigliata, squadrando il mio abito leggero con profonda disapprovazione.

«Ma mamma... te l'ho detto: esco solo con le colleghe dell'ufficio... È il mio ultimo giorno e hanno chiesto di festeggiare, non potevo tirarmi indietro...»

«Ah, davvero? Ed è tutta la settimana che esci con queste famose colleghe? Ti avverto, Sonia: io di sgualdrine in questa casa non ne voglio. Sei fidanzata con un ragazzo d'oro, cerca di ricordartene prima che sia troppo tardi.»

«Sì, mamma, ho capito...» risposi, con il cuore che batteva forte per il fastidio e la fretta di fuggire; e sulla soglia di casa, aggiunsi: «Se tardo ti mando un messaggio».

Chiusi l'uscio alle mie spalle senza darle la possibilità di replicare, sentendola brontolare cupamente dall'interno mentre mi allontanavo.



Respirando finalmente l'aria fresca della sera, a passo veloce, seguii le indicazioni inviate da Bruno: anche se in ritardo, avevo deciso di andarci a piedi, perché trovare parcheggio in centro, a quell'ora e di venerdì, sarebbe stato impossibile.

Giunta davanti a un elegante palazzo storico, dopo aver verificato l'esattezza del numero civico, scorsi velocemente i nomi scritti sul citofono di ottone lucido.

Emozionata premetti il pulsante accanto al suo nome e dall'altoparlante risuonò subito quella voce che tanto desideravo sentire: «Sonia, tesoro, che bello averti qui; prendi l'ascensore e sali fino all'ultimo piano».



Scattò la serratura ed entrai nel lussuoso androne, dove il pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri rifletteva la luce calda dei lampadari di cristallo; a lato di una splendida scalinata dalla ringhiera decorata, si ergeva la cabina di un antico ascensore in ferro battuto.

Chiusi le porte a grata e premetti il tasto del sesto piano; come un'ipnotica melodia, il leggero stridore dei cavi si univa con il battito del mio cuore, accelerato da una potente eccitazione.

Ancor prima che le porte si aprissero, attraverso le volute di ferro della gabbia lo vidi: ad aspettarmi sul pianerottolo illuminato, avvolto in un grembiule nero da chef, con un sorriso largo e sincero c'era Bruno.

Non appena la grata scattò, gli fiondai letteralmente tra le braccia, affondando il viso contro il suo petto ampio e pulito, sperando che non vedesse le piccole lacrime di gioia e di sollievo che scendevano dai miei occhi, bagnandogli la camicia.

Mi strinse a sé con forza, sollevandomi leggermente da terra: seguì un bacio lungo, profondo, carico di una passione trattenuta per giorni, con le sue labbra calde che sapevano già di vino rosso e di spezie aromatiche.



L'appartamento era elegantemente arredato, un perfetto connubio di mobili moderni dal design pulito, quadri d'autore alle pareti e tappeti preziosi.

A creare un'ovattata atmosfera intima, la luce soffusa di innumerevoli candele e le calde note di un sottofondo di musica jazz.

Senza lasciare per un solo istante la mia mano, Bruno mi condusse verso l'ampia terrazza affacciata sui tetti del centro; qui, su un tavolo finemente apparecchiato con raffinate stoviglie e calici di cristallo, due flûte e una bottiglia di prosecco millesimato ci attendevano immersi nel ghiaccio brillante.

Con l'aria della sera ad accarezzarmi la pelle nuda, brindammo a noi e a quel momento tutto nostro, guardandoci dritti negli occhi con un'intensità mai provata prima.

«Non vedevo l'ora che arrivassi, sei splendida» disse, con voce profonda.

Sorrisi con un mix di dolcezza e furbizia, consapevole dell'effetto che gli facevo; lo desideravo intensamente, molto più di quanto avessi creduto fino a quel momento.

Dopo averlo accostato alle labbra, posai il bicchiere sul tavolo e cinsi il collo di Bruno con le braccia, issandomi sulle punte per cercarne di nuovo la bocca e baciarlo. Ero calda, eccitata dal profumo della sua pelle, e lui non era da meno.

Si staccò prima che varcassimo il punto di non ritorno, e sorridendo dolcemente, sussurrò: «Wow, piccola, perdonami... sei irresistibile, ma se iniziamo così, in cucina si brucia tutto».

Risi divertita e lo seguii verso l'interno, da dove giungeva un delizioso profumo di arrosto.

Era decisamente bravo ai fornelli e si destreggiava con consumata abilità tra pentole e impiattamenti vari, anche con me tra i piedi a provocarlo in continuazione.

La cena in terrazza fu deliziosa e Bruno, oltre a dimostrarsi un perfetto e attento padrone di casa, si rivelò un cuoco superbo.

Accarezzati dall'aria fresca della sera, con i rumori del traffico cittadino che giungevano attutiti come suoni lontani sotto di noi, il tempo trascorse a dir poco piacevolmente, tra risate complici e confidenze sussurrate.

Giunti al dessert, sorseggiando uno champagne freddo e finissimo, m'imboccò con fragole fresche e panna montata, creando un gioco malizioso e seducente.

Nonostante la brezza notturna, sentivo il calore del sangue salire violento al cervello, accendendomi i sensi. La sua voce risuonava dentro di me come una melodia avvolgente, mentre l'intensità magnetica dello sguardo mi toglieva letteralmente il respiro.

Osservando la raffinatezza dei suoi gesti, pensavo a quanto fosse radicalmente diverso da tutti gli altri uomini conosciuti fino ad allora; Bruno possedeva l'innata eleganza che avevo sempre desiderato.

L'uomo dei miei sogni, il principe azzurro che ora potevo finalmente toccare, ma non avere; quantomeno non del tutto. Fin dal nostro primo incontro era stato sincero, ammettendo con disarmante chiarezza d'essere felicemente sposato. Per lui, potevo dunque rappresentare solo un piacevole e intrigante diversivo, niente più.

Eppure, nonostante quell'amara consapevolezza, sentivo il desiderio divorarmi, la voglia matta di saltargli addosso proprio lì, su quel tavolo in terrazzo, sopra tutta la città illuminata.

Rabbrividivo sotto l'abito estivo, ma non per il freddo, bensì per l'urgenza disperata di essere scopata; i capezzoli, duri come sassolini contro il tessuto leggero del vestito, quasi mi dolevano per la tensione, mentre la fica, oscenamente bagnata e gonfia, reclamava impaziente il contatto duro del suo cazzo.

Per proteggermi dall'aria della notte, prese uno scialle di seta leggera e me lo avvolse premurosamente intorno alle spalle: travolta da profonda gratitudine, con devozione gli baciai le mani. «Grazie, Bruno, ho trascorso una serata magnifica».

«Tesoro, sono io a ringraziarti; non immagini quanto ti abbia pensata e desiderata in questi lunghi giorni lontano da te» rispose sfiorandomi il collo con le labbra calde.

Bastarono quelle parole e quel dolce contatto, così intimo e protettivo, ad accendere dentro di noi un fuoco inarrestabile, distruggendo l'ultimo freno inibitore.

Facemmo l'amore per tutta la notte, partendo proprio da lì, sul tavolo del terrazzo sotto il cielo della città, per poi proseguire all'interno, nel grande letto matrimoniale, travolgendo lenzuola di seta bianca che profumavano di lusso e pulito.

Mi possedeva stringendomi forte le natiche con le dita, con una tale urgenza di avermi, da potersi paragonare solo alla fame disperata che provavo per lui.

Bruno si confermò un amante magnifico, dal corpo forte, tonico e virile, a cui mi concessi senza alcun ritegno o pudore, dimenticando ogni regola e implorando a gran voce di essere scopata senza sosta in tutti i modi possibili, anche nel culo.

E così fece, assecondando ogni mia richiesta con instancabile passione, facendomi godere ininterrottamente e riempiendomi più volte con il suo seme caldo.



I caldi raggi del sole, filtrando dalle ampie finestre, mi svegliarono dolcemente, carezzandomi il viso.

Aprii gli occhi a fatica, guardandomi intorno: per un attimo, incredula, respirai l'aria profumata della stanza; tutto era vero, non avevo sognato nulla.

Ero ancora sprofondata nel letto di Bruno, avvolta da quelle lenzuola di seta che conservavano l'odore dell'amplesso, pervasa da una felicità piena, liquida e profonda.

Ma non appena lo sguardo cadde sull'orologio d'acciaio posato sul comodino, il cuore balzò violentemente in gola, spezzando quell'idillio: erano già le 9:45. Un sussulto improvviso di panico mi fece raddrizzare a sedere di scatto sul materasso, con un leggero capogiro ad offuscarmi la vista; dovevo essere all'aeroporto alle 10 in punto per accogliere Tommaso, ed ero già in tremendo ritardo.

Nel movimento brusco, la fica, gonfia e ancora colma dello sperma di Bruno, trasmise un impulso doloroso e dolcissimo, un promemoria carnale della felice notte appena trascorsa.

Lui non c'era, ma l'intenso profumo di caffè tostato e brioche calde, che arrivava invitante dalla cucina, rivelava dove si trovasse.

Ai piedi del letto, piegata con impeccabile cura, una vestaglia di seta rosa sembrava aspettarmi. La infilai, rabbrividendo al fresco contatto sulla pelle ancora calda e sensibile.

In quel preciso istante, Bruno entrò in camera reggendo tra le mani un vassoio d'argento con la colazione.

«Buongiorno, piccola dea!» disse, accogliendomi con un largo sorriso e lo sguardo colmo di ammirazione per quel risveglio spettinato.

Posò il vassoio sul comodino e mi abbracciò, stringendomi a sé; abbandonata al calore del suo petto e avvolta dal profumo della sua pelle pulita, scordai per un attimo Tommaso, l'aeroporto e il mondo intero, desiderando solo che quel tempo si fermasse.

La realtà però premeva e il tempo passava implacabile; a malincuore mi staccai da lui, accennando frettolosamente al mio imperdonabile ritardo e all'urgenza di raggiungere l'aeroporto.

La sera prima, totalmente rapita dal suo fascino e dalla sua virilità, avevo scordato tutto, persino di impostare la sveglia sul cellulare.

Bruno mi accarezzò la guancia per placare l'ansia evidente nei miei occhi, rassicurandomi con infinita dolcezza: «Stai calma, piccola, non agitarti; gli dirai che c'era traffico. Fai giusto in tempo a bere un sorso di caffè e poi ti accompagno all'auto».

«Sì, amore...» mi sfuggì dalle labbra senza che potessi controllarlo, mentre il panico prendeva il sopravvento. «Il problema è che ieri sera sono venuta fin qui a piedi, lasciando la sua auto davanti a casa... e le chiavi le ho in camera mia. Diamine, dovrei tornare a prenderle, ma c'è mamma... non l'ho nemmeno avvisata che non sarei rientrata per la notte, e quella chissà che cosa starà pensando...»

«Stai calma, tesoro, respira» disse in modo calmo e sicuro, stringendomi le mani fredde tra le sue per placarne il tremito e bloccare il mio vaniloquio. «Ci sono qua io, non sei sola. Risolviamo tutto, fidati di me; ti porto io in aeroporto».

«Ti ringrazio, davvero... ma cosa dico a Tommaso quando mi vede arrivare insieme a te? Come gli spiego la faccenda?» risposi, in preda a una disperazione cieca, priva di lucidità.

«Gli dirai semplicemente che sono il marito di una tua collega, e che dopo la festa vi siete spostati tutti a casa nostra, dove ti sei fermata a dormire vista l'ora tarda.»

«Ma Bruno, non lo crederà mai! Capirà subito che c'è sotto qualcos'altro...» replicai, scuotendo la testa.

«E anche se fosse? Cosa importa, Sonia? Non è forse questo ciò che vuole? Non è di questo che si nutrono le sue fantasie?»

Assimilai per un istante quelle parole, poi sorrisi con improvvisa complicità: aveva perfettamente ragione, e dimostrava di saper leggere dentro Tommaso meglio di chiunque altro.

Rasserenata da quella prospettiva, sorseggiai felice il mio caffè, addentando una brioche ancora tiepida.

Lavai i denti e feci una doccia veloce, desiderando ardentemente che Bruno entrasse e mi scopasse lì, sotto il getto dell'acqua, per poi passare l'intera giornata a fare l'amore.

Invece, pochi istanti dopo, gli ero seduta accanto, sfrecciando in direzione di Milano Linate. Lo osservavo con un misto d'ammirazione e rimpianto, chiedendomi con angoscia quando ci saremmo rivisti.

Quando accesi il cellulare, subito una scarica di messaggi allarmati giunse come un amaro ritorno alla realtà. Erano perlopiù di mamma e Tommaso, entrambi in ansia per la mia sparizione.

Scrissi prima a lei, rassicurandola: «Scusa mamma, abbiamo bevuto un po' e ho preferito fermarmi per la notte da un'amica». Non ci avrebbe creduto, ma a quel punto cosa potevo fare?

Chiamai Tommaso, che rispose al primo squillo con la voce tesa e alterata dalla preoccupazione: «Sonia! Amore, ma dov'eri finita? È da ieri sera che ti chiamo, avevo il cuore in gola... Cos'è successo? Perché avevi il telefono spento?».

«Sì, scusa, Tommaso, hai ragione... sono uscita a festeggiare con delle colleghe dell'ufficio e avevo il cellulare completamente scarico; non ho trovato un caricabatterie, e... Comunque sto arrivando, sono in viaggio» risposi, mantenendo un tono calmo e scambiando uno sguardo complice con Bruno, che sorrideva sornione tenendo gli occhi fissi sulla strada.

«Ok...» rispose con una nota di forte perplessità nella voce, poco convinto da quella giustificazione così generica; poi aggiunse: «Non correre adesso, non fare sciocchezze... ma di preciso dove ti trovi ora?».

«Scusami ancora, Tommaso... avrò almeno una mezz'oretta buona di viaggio prima di raggiungerti... sono partita tardi da casa e ho trovato un po' di rallentamenti...»

«Ok, ok... va bene, poi mi spiegherai tutto con calma quando arrivi. Dai, intanto io vado al bar del terminal e prendo un caffè per ingannare l'attesa».

Chiusi la comunicazione e Bruno allungò una mano a stringere le mie, in un gesto di conforto.

«Sei preoccupata?» chiese voltandosi a guardarmi.

«No... O meglio, non lo so... Ultimamente è tutto così strano.»

«Parli di Tommaso o di te?»

«Di tutto!» risposi sporgendomi verso di lui e poggiando la tempia alla sua spalla.

«Su piccola, non essere triste.»

«E quando potrò rivederti?» chiesi supplichevole con voce infantile.

«Presto tesoro, molto presto, vedrai.»

«È che già mi manchi» ammisi con sincerità disarmante.

Bruno mi prese la mano e se la portò alla bocca, baciandola teneramente.



Il viaggio sull'autostrada parve incredibilmente breve. Seduta accanto a lui, avvolta da quell'intimità silenziosa, avrei voluto che la strada non finisse mai.

Arrivati davanti alle grandi vetrate dell'uscita del terminal, vidi Tommaso fermo sul marciapiedi, con la sua valigia scura posata accanto alle gambe e lo sguardo che vagava inquieto tra le auto di passaggio.

Da dietro i cristalli oscurati della berlina non mi avrebbe mai riconosciuta, come non si sarebbe mai sognato di vedermi arrivare a bordo di un'auto tanto lussuosa ed esclusiva.

Aprii la portiera e scesi sul marciapiede assolato: il mio fidanzato mi guardò sbalordito, con la bocca aperta per lo stupore, ma incapace ad emettere una sola sillaba.

Scese anche Bruno, che si portò al mio fianco in un attimo, cingendomi la vita con disinvolta naturalezza.

Gli occhi di Tommaso caddero subito su quella mano posata con tanta familiarità sul mio fianco, per poi tornare a fissarmi, del tutto attonito e confuso.

Sporgendomi in avanti, gli sfiorai le labbra con un leggero bacio distaccato, e sorridendo sfacciatamente, dissi: «Tommaso, lui è Bruno».

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