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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 4
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Capitolo 4 di 78 21 min di lettura

IL SAPORE DEL SEGRETO

Sonia lotta tra la facciata e la fame viscerale che la divora. La placidità di Tommaso è intollerabile, la sua sola via di fuga: il segreto e la trasgressione. Quando Mario torna a farsi vivo, il suo destino è segnato.

Sonia
10 mesi fa · 683 letture · 2

Il suono insistente del bussare alla porta si è fatto un fastidio lontano che la mia mente confusa registrava a malapena. Mi sentivo come se un camion mi fosse passato sopra. La nebbia del sonno e di chissà quali altre sostanze si stava diradando, lasciando spazio a un dolore sordo alla testa e una strana pesantezza tra le gambe. Non avevo bisogno di toccarmi per sapere che la mia fica era stata usata a fondo, svuotata e poi riempita fino all'orlo.

Sentii un tocco leggero sulla guancia. Era Tommaso. La sua voce, ancora impastata dal sonno, mi chiamò: "Sonia? Ehi, Sonia, svegliati."

Gemetti, infastidita. L'ultima cosa che volevo era affrontare la realtà. "Mmmh... ancora cinque minuti, Tommi..." la mia voce era un lamento rauco, strozzato dal sonno e dagli eccessi. Volevo solo sprofondare di nuovo in quell'oblio, nascondermi dai ricordi vividi e spudorati che iniziavano a farsi strada.

Tommaso insistette, la sua voce ora più preoccupata. "Sonia, dobbiamo alzarci. Hanno già bussato le donne delle pulizie. Cos'è successo? Mi sento stranissimo..."

Mi sono messa seduta a fatica, i muscoli indolenziti, le gambe che mi dolevano un po'. Tra le cosce ho sentito una scia umida e appiccicosa, il residuo inconfondibile di quella sborra che la doccia veloce che mi ero fatta prima di crollare non era riuscita a cancellare del tutto. Era un segno, una macchia indelebile che portavo dentro. Avevo lavato via i segni più evidenti, ma non il ricordo, né la sensazione di quel seme che doveva essere ancora annidato in me.

Mi sono alzata dal letto, nuda, senza curarmi del suo sguardo. Il mio corpo, ancora segnato dai lievi rossori lasciati dalle mani di Mario e dalle lenzuola, era un ricordo vivido della notte. Per fortuna, nulla che potesse essere notato facilmente. Avevo bisogno di coprirmi, di ritrovare una parvenza di normalità.

Afferrai un vestitino leggero in cotone. Dalla valigia, ho tirato fuori un completo intimo color cipria, un lusso invisibile sotto la stoffa semplice. Il reggiseno a balconcino, con un leggero pizzo sul bordo superiore, mi sollevava il seno tondo, i cui capezzoli, ancora sensibili e guizzanti, non avevano dimenticato la stretta delle mani di Mario. Poi ho preso le mutandine abbinate, un brasiliano in pizzo elasticizzato. Si adattavano perfettamente al mio culetto tondo, mettendo in risalto la linea dei glutei, e sul davanti, lasciavano intravedere appena il mio triangolino pubico scuro, curato ma deciso. Mi sono infilata il vestito sopra, lasciando che il tessuto leggero accarezzasse la mia pelle e nascondesse le tracce della notte. Sembravo di nuovo la brava ragazza che Tommaso conosceva, ma sotto... sotto ero un incendio, e il pensiero di quei due cazzi che mi avevano riempita mi fece pulsare la figa di un desiderio sordo.

Tommaso, povero ingenuo, era ancora lì, sul letto, la sua espressione un misto di confusione e crescente preoccupazione. Mentre mi stavo infilando il vestitino – lo sentii chiedermi. "Sonia, cos'è successo? Non mi ricordo niente dopo la cascina… Abbiamo bevuto così tanto?"

La sua innocenza mi faceva sentire quasi sadica. Ho cercato di mascherare il mio rossore, mentre la mia vagina continuava a pulsare e a ricordarmi ogni singola spinta di Mario e ogni affondo di Enzo. "Ma figurati, Tommi! Non ricordi? Ti sei addormentato come un sasso appena abbiamo messo piede alla cascina. Quella roba che ci hanno dato era fortissima!" La mia voce era un misto di finta irritazione e stanchezza autentica. "Quei due, Mario ed Enzo, si sono stufati di aspettarti e ci hanno riportati qui. Che noia! Avevano promesso locali esclusivi, un giro pazzesco per la Riviera, e tu mi hai rovinato tutto con il tuo sonno profondo!"

Tommaso mi guardò, ingenuo, con gli occhi grandi e colpevoli. "Oddio, Sonia, mi dispiace così tanto! Non so cosa mi sia preso... Mi sento ancora rintronato." Si strofinò la fronte, e io, per un istante, provai quasi tenerezza. Era così facile mentirgli, così facile nascondere il baratro in cui ero precipitata, e che lui non aveva nemmeno sfiorato. La cosa mi infondeva un'eccitazione insidiosa, una sottile ebbrezza del segreto che velava il mio iniziale senso di colpa. Ero io, a custodire la verità, e questo mi conferiva un inebriante senso di controllo sulla nostra vita. Certo, c'era quella sensazione fastidiosa che qualcosa in lui non tornasse, ma Tommaso era troppo preso dal senso di colpa per approfondire. Pazienza, era il suo destino.

Scesi a fare colazione con lui, cercando di sembrare il più normale possibile, masticando una brioche senza sentirne il sapore. I miei pensieri erano un turbine, la mia mente vagava.

Più tardi, nel pomeriggio, mi sono ritrovata stesa sul lettino in spiaggia, a pancia sotto, con il sole caldo che mi accarezzava la pelle. Non riuscivo a stare ferma, la testa piena dei fantasmi di quella notte. Ero in un bikini color lavanda che, adesso, mi sembrava urlare la mia ritrovata sensualità, un inno alla trasgressione. Il top, a triangolo... metteva in risalto i miei seni tondeggianti, ancora un po' dolenti, quasi volessero ricordarmi il modo in cui le mani di Mario li avevano stretti. Lo slip era a vita bassa... Lasciava scoperta la parte alta del mio triangolino pubico scuro, quella zona che era stata il centro di tanta perversione poche ore prima. Era un costume da "brava ragazza", certo, ma sul mio corpo, adesso, aveva un che di osceno, di proibito, almeno ai miei occhi.

Il sole mi scaldava la schiena, ma dentro di me era un mare in tempesta. La vergogna era solo la superficie, il carburante per il vero motore: l'eccitazione. Non avevo mai goduto così tanto in vita mia. I ditalini dei miei ex, il sesso con Tommaso – pur adorabile – erano stati un'ombra, una pallida imitazione rispetto a quello che mi avevano fatto provare Mario ed Enzo. La loro ansimante violenza, i cazzi enormi che mi avevano riempita fino in fondo, gli schiaffi leggeri sul culo, gli insulti... Era stato sconvolgente, liberatorio, e il mio corpo, la mia fica, aveva risposto con una fame insaziabile, raggiungendo orgasmi che nemmeno sapevo esistessero.

L'idea del loro sperma ancora dentro di me, o che aveva sporcato il mio pancino, mi ha fatto serrare le gambe, quasi a voler trattenere quei ricordi, quei liquidi che mi avevano marcata. Era la prova del mio segreto, il mio intimo feticismo. Stringevo in mano il bigliettino con il numero di Mario, un pezzo di carta stropicciato che sembrava bruciarmi la pelle. Dovevo buttarlo via, dovevo dimenticare tutto. Ma una parte di me, quella parte oscura e perversa che si era appena risvegliata, non voleva. Voleva di più. Voleva sentire di nuovo quelle mani, quei cazzi, quelle parole. Il mare mi sembrava lontano, il suono delle onde solo un sottofondo alla tempesta che avevo dentro.

Il sole continuava a picchiare sulla spiaggia, ma sulla mia schiena, sdraiata a pancia sotto sul lettino, sentivo un brivido freddo. La mano che stringeva il bigliettino di Mario tremava leggermente. Un attimo lo avrei voluto strappare in mille pezzi, cancellare quella notte, tornare indietro ad essere la Sonia che si era preoccupata di prendere la pillola, la Sonia che Tommaso meritava. Quella Sonia, pulita, ingenua, terribilmente noiosa.

Ma poi, il ricordo tornava, irresistibile, vivido, e mi faceva vibrare fin nelle ossa. Le spinte brutali di Mario, il suo cazzo grosso che mi riempiva fino a farmi male e godere allo stesso tempo. Il suo sperma caldo che mi inondava l'interno. E poi Enzo, il suo cazzo lungo e le sue dita maliziose che giocavano con la mia figa già devastata. Gli insulti, le risate, il sentirmi chiamare "puttana" e "cagna" mentre ero lì, nuda, usata, sotto i loro corpi, e con Tommaso che dormiva beato a poca distanza. Quella sensazione di abbandono totale, di sentirmi sporca, ma in un modo così eccitante, così liberatorio. Mi era piaciuto. Dio, se mi era piaciuto!

La lotta dentro di me non era morale, era una crisi d'astinenza furiosa. Una parte della mia mente gridava allo scandalo, alla vergogna, alla formalità borghese. Ma l'altra parte... quella parte era più forte, più famelica. Era la Sonia selvaggia, quella che aveva scoperto la soglia di un mondo fatto di penetrazioni violente, di insulti che eccitavano, di un piacere masochistico che l'aveva fatta implodere in orgasmi così profondi e sconvolgenti. Era come se mi avessero aperto una porta, e ora non potevo non volerla varcare di nuovo.

Il mio pollice accarezzò il bordo ruvido del bigliettino. Non c'era tempo per l'esitazione borghese. La mano scese piano, quasi di nascosto, ho preso il telefono sotto l'asciugamano. Con le dita che tremavano leggermente, ho digitato il numero di Mario. Non l'ho chiamato, non subito. Ma l'ho memorizzato. "Luca Meccanico", ho scritto. Un nome di copertura, un piccolo, perverso codice segreto. Un sorriso malizioso mi ha increspato le labbra. Mi sentivo una spia, una traditrice, e un brivido di sfrontato piacere mi ha percorso.

Accanto a me, Tommaso si era rigirato, il suo russare leggero e regolare. La sua calma placidità, prima così rassicurante, ora cominciava a provocarmi, a irritarmi profondamente. Era così ignaro, così innocente nel suo mondo fatto di sicurezze e routine. Non aveva idea della tempesta che mi agitava dentro, della figa che pulsava accanto a lui. La sua tranquillità era un contrasto così stridente con la mia irrequietezza, con la mia fame di più. Ero sul punto di urlare, di scuoterlo, di costringerlo a ingoiare la verità. Ma mi sono limitata a stringere il telefono nella mano, il numero di Mario, quel "Luca Meccanico", una promessa silente di ciò che mi aspettava.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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