Sonia & Tommaso

Capitolo 59 - Sotto la Pioggia

Sonia
12 hours ago

Puntuale come ogni mattina, la sveglia iniziò a vibrare e nella mente riaffiorò subito la discussione con mio padre. Li avevo lasciati in malo modo; l’idea di doverli affrontare a colazione non era certo piacevole. Per trovare il coraggio di alzarmi, pensai alle parole di Nicola, ma soprattutto all’appuntamento con Sergio: una prospettiva capace di farmi gioire tra le lenzuola.

Dopo la doccia, decisa a fare impazzire il mio collega per l’intera mattinata, indossai una gonnellina plissettata e una camicetta bianca: un’immagine apparentemente collegiale, ma molto sexy. Sotto, il perizoma di pizzo più minuscolo che avessi, un triangolo che spariva tra le natiche, lasciandole nude a ogni passo.

Curai il trucco con particolare attenzione e vaporizzai abbondante profumo non solo sul collo, ma anche sui peli pubici, sentendo la fragranza mescolarsi al calore della pelle. Una volta pronta, mi guardai allo specchio compiaciuta: ero un’arma letale travestita da brava ragazza.

La colazione scivolò via tra silenzi pesanti e sguardi evitati. La tensione con i miei genitori era palpabile; feci finta di nulla comportandomi normalmente, ma con il pensiero già proiettato altrove. Impaziente di andarmene, arrivai in ufficio in anticipo.

Aspettai Sergio poco prima dell'ingresso, con le mani a sfiorare nervosamente la gonnellina che la brezza sollevava appena. Vedendomi, si avvicinò e mi baciò; lo lasciai fare, accogliendo la sua lingua mentre la mano stringeva la mia vita con un vigore inedito.

«Dopo aver letto il tuo messaggio, sono rimasto sveglio tutta la notte,» mormorò con voce bassa e roca. Non sembrava più il ragazzo spensierato con cui condividevo la scrivania da un anno; i suoi occhi bruciavano, spogliandomi. «Non ho mai smesso di desiderarti, Sonia.»

La sua mano scese lungo la schiena fino a ghermire il culetto, quasi volesse rivendicarlo. Accolsi quel gesto con finto imbarazzo: godevo nel vederlo perdere la testa per me. «Dove mi porti in pausa pranzo?» chiesi, guardandolo dritto negli occhi. L'incredulità dipinta sul suo volto fu la mia prima vittoria. Era una preda che credeva di essere il cacciatore.

Il mattino trascorse in un'attesa febbrile. Le ore scorrevano lente, scandite dalla noia dei faldoni. Fuori, il sole era scomparso per lasciare il posto a una pioggia fine e insistente, un preludio perfetto al nostro incontro.

Allo scadere del mezzogiorno, raggiunsi Sergio nel parcheggio; era già davanti all’uscita ad attendermi, con la sua Golf scura. Percorsi la distanza tra noi lasciando che l'acqua bagnasse la camicetta bianca fino a renderla trasparente. Non feci nulla per coprirmi; anzi, rallentai il passo perché l'umidità mettesse in risalto il pizzo nero del reggiseno e i capezzoli che, per il freddo, si erano raddrizzati contro il tessuto.

Sergio mise in moto, ma prima di partire cercò le mie labbra: incuranti di chi ci vedesse, le nostre lingue si intrecciarono, calde e affamate; mentre appoggiata allo schienale respiravo a fatica, il culetto nudo strideva sulla pelle del sedile.

Uscimmo dalla città in silenzio, con il brivido di una colpa imminente. Il viaggio fu breve: Sergio imboccò una stradina di campagna dove l’asfalto cedeva il posto al fango e ai sassi. L'odore della terra umida entrava dai finestrini socchiusi, un profumo acre e primordiale che si sposava col mio umore. Ci infilammo in un piccolo spiazzo d'erba, protetti da una cortina di alberi e dallo scroscio ritmico sul tetto.

Non ci fu bisogno di parole. Sergio spense il motore, abbassò i sedili e si avventò su di me. I suoi baci si fecero voraci, mentre le mani sbottonavano la camicetta con impazienza. Liberò le tette dal reggiseno e vi si gettò sopra, succhiando i capezzoli con fame rabbiosa. Trovò la fica bagnatissima e pronta; le dita giocarono con le labbra umide, provocandomi scariche elettriche in ogni parte del corpo.

Staccandosi per fissarmi, ansimò: «Sei bellissima, Sonia». Sorridendo compiaciuta, gli slacciai i pantaloni. Il suo cazzo era grosso e turgido; niente a che vedere con quello mediocre del mio fidanzato.

Impaziente lo afferrai, guidando la penetrazione. Sotto il tamburellare dell'acqua, lasciai sfuggire un gemito di liberazione; i nostri corpi erano finalmente uniti come un'unica massa pulsante. Sergio si muoveva bene e a ogni spinta sentivo il cazzo gonfiarsi sempre più dentro di me: venni quasi subito, travolta da un forte orgasmo.

«Posso... posso venirti dentro?» mormorò col fiato corto. Per tutta risposta, serrai le gambe attorno ai suoi fianchi in una morsa d'acciaio, pronta ad accogliere ogni singola goccia del suo seme. Rimanemmo lì, stretti l'uno all'altra; mentre la pioggia continuava a ticchettare sul tetto dell'auto e il silenzio si faceva intimo, il profumo della nostra pelle si mescolava in un effluvio dolce e inebriante.

Estasiato e quasi incredulo, Sergio sussurrava parole dolci, promesse che a qualunque altra donna avrebbero sciolto il cuore. «Non avrei mai creduto possibile una cosa simile,» mormorò, la voce ancora incrinata dall'emozione. «Ti ho desiderata dal primo istante. Ci ho provato in ogni modo, Sonia... avevo quasi perso la speranza.»

Lo guardavo con un’espressione soddisfatta e un appagamento profondo, ma che non aveva nulla a che fare con l'amore. Pensai a quanto fossi cambiata: senza la vacanza a Rimini, senza l'iniziazione violenta di Mario ed Enzo, non avrei mai goduto del potere che esercitavo sugli uomini, lasciando scorrere piatta e incolore la mia esistenza.

Scostandomi con lentezza, recuperai dei fazzoletti dalla borsetta. Passai la carta tra le labbra gonfie, raccogliendo un mix di umore e sborra che emanava un inebriante odore di proibito.

Si era fatto tardi e a malincuore ci rivestimmo. Sistemai la gonnellina e vaporizzai un velo di profumo: una barriera invisibile per nascondere la verità. Alle tredici eravamo pronti per tornare. Strada facendo, mentre sistemavo i capelli allo specchietto, il telefono iniziò a vibrare: la consueta telefonata di Tommaso. Guardai il display, poi Sergio con una smorfia complice e maliziosa; non risposi, e riponendo il cellulare nella borsetta mi sporsi verso di lui, cercando le sue labbra per un ultimo bacio umido e profondo.

Raggiunto il solito bar, scendendo dall'auto, ero tornata a essere la Sonia che tutti conoscevano: la brava ragazza, l'ipocrita perfetta, capace di recitare la commedia della normalità con lo sperma di un altro ragazzo ancora dentro di me. Ero felice, e ogni fibra del mio essere godeva di quella consapevolezza.