Il pomeriggio successivo, divorata dall'inquietudine, un'ansia sottile mi stringeva lo stomaco fino a farmi male.
Era bastata una sua chat, poche parole asciutte, per trascinarmi di nuovo nel suo mondo, richiamandomi nella sua tana.
Perché nulla tradisse la mia vera natura: scelsi un abito leggero, appena scollato, il tipo di indumento che qualunque ragazza perbene avrebbe indossato per un appuntamento pomeridiano.
Ma sotto quella facciata di innocenza, ero già nuda. Rovistai nell'armadio fino a ripescare un tanga di pizzo bianco, un pezzo di un candore quasi ironico, ma abbastanza audace da farmi sentire una pantera pronta alla caccia.
Il contatto di quel pizzo impalpabile sulla pelle mi regalava una sensazione di libertà assoluta.
Guardandomi allo specchio sorrisi; la maschera da brava ragazza resisteva, ma gli occhi tradivano una mente ormai pronta a cedere.
Afferrai le chiavi e uscii di fretta.
Lungo la strada verso "Il Vicolo", il sole mi colpiva in pieno viso, ma i miei pensieri erano già immersi nell'ombra. Ogni passo appariva come una preghiera silenziosa, un desiderio inconfessabile di essere presa, posseduta e umiliata ancora una volta.
Percorrendo quelle vie squallide, continuavo a guardarmi attorno con circospezione. Il degrado e il puzzo di umidità si facevano palpabili, trasmettendomi il timore che, da un momento all’altro, qualche individuo losco potesse sbarrarmi la strada.
Davanti alla vetrina sudicia del bar, impugnai il telefono con le dita che tremavano. Cercavo rassicurazione nella sua voce, volevo una conferma che mi desse il coraggio di varcare quella soglia, ma il cellulare squillò a vuoto. Gli mandai un messaggio rapido: "Sono qui".
Nessuna risposta.
Riposta la borsa sulla spalla, fissai la porta del bar sentendo un brivido salirmi lungo la schiena. A farmi vacillare le gambe non era certo il freddo, ma l'ansia.
Eppure, sotto quella paura, l'eccitazione divampava inarrestabile; la fica era già umida e il culetto, ancora deliziosamente indolenzito dai colpi del giorno prima, fremeva.
Spinsi la porta ed entrai. Un odore denso di sporco stantio, birra rovesciata e sudore acre mi colpì in pieno come uno schiaffo. La luce fioca e giallastra dei neon faceva apparire ogni cosa, e ogni persona, ancora più lurida di quanto ricordassi.
Gli sguardi degli uomini si incollarono su di me come mosche sulla carne putrida. Erano seduti al bancone e ai tavolini, con i volti segnati dalla miseria e dal vizio: vecchi lerci che mi squadravano con un desiderio intriso di disprezzo, giovani magrebini dall'aria arrogante e operai con i vestiti incrostati di fango e grasso.
Sentii il sangue affluire al volto; la paura stringere lo stomaco in una morsa gelida. Eppure, sotto quel terrore, il mio corpo rispondeva con un fremito di eccitazione inconfessabile.
Percorsi a fatica i pochi metri fino al bancone, ogni passo rappresentava un'agonia e un piacere perverso; il tacco dei miei sandali batteva sul pavimento sporco con un suono secco, un rintocco troppo elegante per quel tugurio, che attirava ancora di più l’attenzione dei presenti. Cercai Antonio tra quei volti estranei, ma non c'era. Con la gola secca e il cuore che martellava contro le costole, mi costrinsi a chiedere di lui.
Il barista, un uomo grasso con la barba unta e gli occhi piccoli, mi fissò con un sorriso beffardo.
«Scusi... Antonio...», le parole uscivano a stento, facendomi sentire nuda, come una puttana che reclama il suo protettore. Lui si asciugò le mani su uno straccio logoro, godendosi il mio imbarazzo.
«Ah, la nuova fiamma di Antonio», rispose con una punta di scherno. «Sarà al piano di sopra, credo. Ma non farti troppe illusioni, tesoro: oggi non è solo».
Quelle parole mi trafissero come una lama. Sentii le guance andare a fuoco, mentre una fitta di gelosia si mescolava a un’ansia febbrile. Rimasi lì, immobile in mezzo a quel tugurio, incapace di andarmene. Subivo i fischi dei ragazzi al tavolo e le occhiate viscide dei vecchi, fingendo di guardare il telefono per nascondere il tremito delle dita.
Ero scossa, smarrita, finché un uomo robusto e trasandato, con i capelli lunghi e incolti, non si avvicinò fino a invadere il mio spazio.
«Se vuoi, ci penso io a tenerti compagnia mentre aspetti», mormorò con un alito che sapeva di vino scadente. Prima che potessi reagire, la sua mano si posò pesante sul mio fianco.
Sgranai gli occhi, incredula per tanta audacia; ma non ebbi la forza di scostarlo. Quando le sue dita iniziarono a palpare il mio sedere sopra il tessuto leggero dell'abito, restai paralizzata, lasciandomi toccare davanti a tutti.
Interpretando il mio silenzio come un invito, lui allungò l'altra mano, afferrandomi il seno sinistro con una morsa decisa.
«Portala nei cessi quella puttanella, non vedi che ci sta?», gridò una voce roca dal fondo del bar, scatenando una risata collettiva. L’uomo, tenendomi stretta, mi spinse in avanti, esibendomi come un trofeo.
«Andiamo, troietta, vieni che ti faccio divertire», ringhiò spingendomi verso il corridoio.
Mossi un passo, vinta dall'inerzia e dalla vergogna, quando una porta in fondo si aprì. Antonio comparve sulla soglia, la solita aria sfrontata e sicura. Per un attimo mi parve una salvezza, finché, subito dietro di lui, non apparve una biondina sorridente che si sistemava maliziosamente la scollatura.
Lo guardai perplessa, ferma tra le grinfie di quel porco, mentre Antonio scoppiava a ridere guardando la scena. Anche la biondina si unì a lui, una risata stridula che mi trafisse come uno spillo. «Antonio!», esclamai cercando di ritrovare un briciolo di dignità, «ma non dovevamo vederci?». Lui parve non sentirmi neppure. Si mise a scherzare con l’uomo che mi teneva bloccata, come se io fossi un oggetto di cui discutere tra vecchi commilitoni.
«Luigi! Sei sempre il solito... Ma guarda che questa costa cara», disse ammiccando. «Perché? Non dirmi che è ancora vergine!», ribatté l’altro ridacchiando, stringendo la presa sul mio sedere.
Antonio, con un sorriso sfacciato, scosse il capo: «See... forse nelle orecchie».
Rimasi basita, stordita da tanta crudeltà, ma lui afferrandomi per un braccio, mi trascinò verso di sé con uno strattone deciso.
«Vieni». Prima di portarmi via, salutò la biondina con un bacio sulla bocca e una pacca sonora sul sedere.
«Dimmi quando devo tornare», mormorò lei sculettando verso l'uscita.
Mi lasciai trascinare dietro quella porta lurida, che Antonio richiuse alle nostre spalle con un colpo secco. Lo seguii su per le scale senza dire una parola, alimentando una rabbia che faticava a restare sommersa.
