Arrivati nella sua tana, lo spettacolo che si parò davanti confermò ogni mio timore: due materassi buttati a terra, lenzuola aggrovigliate che sapevano ancora di sesso recente, fazzoletti appallottolati e un paio di mutandine di pizzo lacerate abbandonate in un angolo.
Lo fissai, attendendo una spiegazione che non arrivava. Lui si limitò a sorridermi con quella sua insopportabile faccia da schiaffi e mi attirò a sé. Cercai di scansarmi, di negargli il mio viso, ma la sua stretta sul mio mento divenne ferrea, costringendomi all'immobilità. Le mie labbra rimasero serrate sotto il suo bacio, un muro di ghiaccio contro il suo calore.
«Che c’è? Fai i capricci?», chiese lui, divertito dalla mia resistenza.
«Chi è quella?», sbottai con la voce che tremava per la furia.
«Quella? È Irina, una mia amica. Perché? Non dirmi che sei gelosa!».
«Non sono gelosa, ma non voglio essere presa in giro!». Ma più mi mostravo furiosa, più lui sembrava godere della mia umiliazione.
«Non ti ho presa in giro, è solo che si è fatto un po’ tardi. Sai, Irina ci sa fare parecchio...», ammise con una naturalezza disarmante.
«E allora perché mi hai fatto venire? Non potevi restare con lei?».
Antonio, squadrandomi con scherno: «Ma sentila... la fedele fidanzata di Tommaso. Ti ricordo che è lui il tuo uomo, no?».
Voltai lo sguardo, incapace di ribattere, restando con le braccia incrociate e il broncio per lunghi minuti. Lui mi osservava in silenzio, con quel sorriso provocante che piano piano iniziava a sgretolare le mie difese.
Difatti, bastò il suo abbraccio e un bacio sulla testa, perché la risolutezza si sciogliesse come neve al sole. Alzai il viso, incontrando i suoi occhi, e con una smorfia di rassegnazione mi abbandonai alle sue labbra.
Di lì a poco eravamo nudi, distesi su quello stesso giaciglio dove, pochi istanti prima, lui aveva posseduto un'altra. L'eccitazione aveva ormai cancellato ogni traccia di orgoglio.
Antonio mi scopò con ferocia, facendomi godere come una pazza; il suo membro era diventato una droga di cui non potevo più fare a meno. Fui io a supplicare che m'inculasse, ignorando il dolore residuo che ancora mordeva l’ano.
Pensai a Tommaso, alla sua ingenuità, al suo "cazzetto" che ormai appariva ridicolo in confronto alla potenza di Antonio.
Se mai avessi concesso il culo al mio fidanzato, sarebbe stato solo per noia; dopotutto, se era passato uno stallone come Antonio, lo spazio per il mio ragazzo non sarebbe certo mancato.
«Spingi, amore... voglio sentirti esplodere dentro!», urlai mentre sentivo l'orgasmo travolgermi.
Lui assecondò il mio grido, schizzando nel mio intestino con una violenza sublime. Rimanemmo accasciati su quel lurido materasso, esausti, con lui ancora piantato dentro di me.
In quel silenzio, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra muoversi nel cucinino.
«Antonio!», sussurrai terrorizzata, «c’è qualcuno!».
Lui si sollevò con calma, scivolando fuori da me con un suono umido. «Ah, Giorgio, sei tornato...».
Rannicchiandomi freneticamente, cercai di coprire la nudità con un lembo di lenzuolo sporco.
«Non avere paura, è Giorgio; abita qui con me», disse lui per tranquillizzarmi, come se fosse la cosa più normale del mondo. Il tizio, un giovane dall'aria emaciata e lo sguardo perso di un tossico, si fece avanti sorridendomi.
Ero lì, esposta, con lo sperma di Antonio che mi colava ancora tra le natiche, e tutto ciò che riuscii a fare fu un cenno del capo, un saluto muto nato dalla vergogna e da una strana, perversa sottomissione.
«Esco subito, non vi disturbo, piccioncini», mormorò lui prendendo qualcosa dal tavolo prima di sparire di nuovo dietro la porta. Restammo distesi su quel surrogato di letto, momentaneamente appagati, con il mio capo abbandonato sul suo petto. In quel silenzio rotto solo dai rumori che salivano dalla strada, iniziai ad accarezzargli i peli del petto e quelli pubici; mi piaceva quel contatto morbido, quasi domestico, in mezzo a tanto squallore.
«Antonio?», mormorai rompendo l'incantesimo, «io di te non so nulla. Di cosa vivi? Non hai mai parlato di un lavoro».
«Difatti non ce l’ho», rispose lui con una franchezza che mi spiazzò. «E come campi?».
«Arrangiandomi come posso...».
«Cioè?».
«Che curiosa che sei!», esclamò ridendo, ma era una risata che non arrivava agli occhi.
Non insistei. Qualcosa dentro di me suggeriva che la verità non mi sarebbe piaciuta e preferii lasciar perdere, proteggendo la mia ignoranza.
In fondo, lui non era il mio fidanzato; quello lo avevo già, ed era un bravo ragazzo con la testa sulle spalle. Per un istante, fui presa da un senso di colpa: cosa ci facevo in quella topaia, su un materasso sudicio che portava i segni di innumerevoli scopate?
Eppure, la perversione di Antonio e il modo in cui sapeva usare il suo corpo erano una droga troppo potente.
Come a voler dare forma ai miei sospetti, lui si voltò verso di me. «Sonia, avrei una cosa da chiederti...».
Il tono era cambiato, diventando viscido. Già quelle poche parole facevano presagire il peggio. «Devo dei soldi a brutta gente», proseguì, «e per il momento non sono in grado di restituirli».
Lo fissai negli occhi, attendendo che arrivasse al punto. «Quanto ti serve?», chiesi infine. «Parecchi... ma per ora basterebbero cinquecento euro. Poi te li rendo con gli interessi, promesso».
Sapevo perfettamente che quei soldi non sarebbero mai tornati indietro, ma non importava. A casa, nascosti, custodivo i risparmi delle marchette fatte durante la vacanza; era denaro nato dal sesso, e pareva quasi naturale che servisse a nutrire quel legame malato.
Feci cenno di sì con la testa e lui, sorridendo, mi strinse a sé con un vigore che sapeva di trionfo.
Rimasi ancora un po’ rannicchiata contro di lui, poi, lentamente, mi rivestii. Si era fatto tardi: non volevo allarmare i genitori con un ulteriore rientro sospetto.
Chiesi ad Antonio di accompagnarmi fuori; il pensiero di affrontare di nuovo, da sola, quegli avvoltoi al bancone del bar mi terrorizzava.
Ci salutammo sulla strada con un ultimo, lungo bacio. Ripercorsi le vie squallide della zona vecchia mentre l'imbrunire iniziava a inghiottire i profili dei palazzi fatiscenti.
Le gambe tremavano leggermente: un po’ per la fatica delle contorsioni estreme a cui ero stata sottoposta, molto per gli orgasmi violenti che mi avevano squassata in quelle poche ore.
Ero svuotata, marchiata e, per qualche assurda ragione, pericolosamente felice.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
1 racconti, 1 libri.
Altri racconti di Sonia
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.