Sonia & Tommaso
Capitolo 65 - Le nuove regole del gioco
Il giorno seguente, sabato, Tommaso mi accompagnò a fare compere. Era buffo osservarlo: ancora mugugnava per essere stato lasciato a bocca asciutta la sera prima, ma dietro quel finto malcontento vibrava un’impazienza che quasi si poteva toccare.
Prima di uscire, giusto per alimentare ulteriormente la sua tensione, lo avevo lasciato ad aspettare in salotto una buona mezz’ora, prendendomela comoda nel prepararmi.
Volevo essere splendida per portarlo al limite: trovando terribilmente eccitante il pensiero di provocare in tutti i modi il mio fidanzato cuckold, iniziandolo così alle perverse gioie del nostro nuovo rapporto.
Ero già bagnata e i capezzoli sporgevano visibilmente tesi e duri; truccandomi davanti allo specchio, pensavo a quanto quel mio volto angelico sapesse mentire con tanta grazia.
Nell’armadio cercai qualcosa che risultasse provocante, anche se la scelta era piuttosto limitata: lì c’erano perlopiù abiti da brava ragazza borghese; carini e ben tagliati, ma privi di quel mordente capace di esprimere il mio nuovo desiderio.
Vestendomi con calma, avvertivo il peso del suo silenzio che risaliva dal piano di sotto: un’attesa carica di domande che non osava ancora formulare. Decisi allora che quello era il giorno giusto per cambiare pelle; avevo bisogno di vestiti che parlassero di me, della nuova Sonia che voleva chiudere definitivamente con il passato.
Quando scesi, lo trovai sprofondato sul divano, intento a fissare la televisione con un’espressione assente che tradiva i suoi pensieri altrove. Chinandomi per dargli un bacio con un gesto calcolato, feci sì che la minigonna si sollevasse quel tanto che bastò a scoprire le cosce, offrendo una visione che lo fece sussultare.
Allungò subito una mano, risalendo fino a sfiorare la fica: un contatto inusuale per Tommaso, quasi predatorio, segnale inequivocabile di come la cura stesse finalmente scardinando la sua indifferenza. Il calore del palmo contro la mia intimità, protetta solo dal leggero cotone degli slip, mi diede un brivido di pura soddisfazione.
Sospesa sopra di lui, gli rivolsi uno sguardo malizioso, godendo della sua eccitazione palpabile e della bramosia che gli leggevo negli occhi. Era evidente: il seme del dubbio che avevo piantato stava germogliando in una fame che non riusciva più a contenere.
Anche in macchina, durante il breve tragitto verso il centro, non riuscì a staccarsi da me: indugiava sulla mia gamba con una pressione nervosa, quasi possessiva. Sentivo le sue dita tamburellare sul tessuto della gonna e il respiro farsi irregolare, spezzato dai pensieri che gli affollavano la mente.
«Allora... birichina...» esordì finalmente, fingendo un tono disinvolto. «Ieri sera mi hai fregato... mi hai mandato via senza raccontare nulla.»
Gli rivolsi un'occhiata fugace, un sorriso muto che morì sulle labbra, lasciando che il silenzio alimentasse la sua ansia. Non avevo alcuna intenzione di facilitargli il compito: volevo che la fame lo divorasse.
«Non dici nulla? Vorrei sapere...» continuò con la voce sempre più roca e incerta. «Com’è andata ieri? Insomma... con Sergio... vi siete visti, no? Dopo quello che... che ci siamo detti... siete stati insieme? Che cosa... sì, insomma, avete fatto... qualcosa?»
Per tutta risposta, invece di usare le parole, gli afferrai la mano, guidandola con decisione sotto l'orlo della minigonna, premendola direttamente sulla fica. Il cotone grondante degli slip testimoniava quanto quel ricordo mi stesse eccitando.
«Tocca, amore...» sussurrai, vedendo i suoi occhi sbarrarsi per la sorpresa e il piacere. «Tocca quanto sono bagnata al solo pensarci. Ti basta come risposta?» Lo sentii deglutire a vuoto, mentre le dita, intrise nel mio umore, iniziavano a tremare vistosamente.
Camminammo per tutto il pomeriggio, scivolando da una vetrina all’altra tra la folla del sabato.
Lo sentivo fremere accanto a me: un’ombra inquieta che cercava continuamente di trovare una risposta nel mio sguardo.
Ma io, da vera stronza, non gli concedevo che sorrisi maliziosi e sfuggenti, godendo nel vederlo macerare in quell'attesa insostenibile.
Entrati in un grande negozio di abbigliamento, presi da provare alcune gonne: capi sbarazzini, capaci di far risaltare il culetto senza lasciare nulla all'immaginazione.
Il negozio era saturo di gente, un viavai incessante di persone che rendeva quasi impossibile muoversi. Dopo aver atteso a lungo, trovai finalmente un camerino libero e mi ci infilai in fretta; ma, nel chiuderlo, lasciai volutamente uno spiraglio al lato della tenda, uno spazio sottile ma sufficiente a offrire a chiunque passasse una visuale sull'interno.
Lì intorno giravano come squali alcuni ragazzi, che da subito avevano posato l’attenzione su di me. Sentivo i loro sguardi scivolarmi addosso ogni volta che la tenda oscillava, indugiando sulla linea delle gambe o sul riflesso della schiena nuda nello specchio.
Vedevo Tommaso irrigidirsi, lanciare occhiate veloci e cariche di un fastidio che però non riusciva a nascondere una bramosia speculare. Era combattuto: da una parte avrebbe voluto coprirmi, proteggere la sua "proprietà", ma dall'altra sentivo che quel desiderio collettivo lo lusingava e lo eccitava in modo perverso.
«Sonia... la... la tenda... chiudila bene... ti prego...» sussurrava con voce tremante, affrettandosi a tirare il tessuto per coprirmi da occhi indiscreti.
«Oh, scusa... non me ne sono accorta» rispondevo con un’innocenza irritante. Intanto sfilavo la maglietta, restando a seno nudo proprio davanti a lui, sapendo perfettamente che oltre quel lembo di stoffa c’era chi avrebbe pagato per sbirciare i miei capezzoli turgidi.
Invece di coprirmi, continuai a spogliarmi completamente, muovendomi con studiata lentezza, compiaciuta dall'idea di essere nuda in un luogo pubblico; protetta solo dalla sua gelosia che però, paradossalmente, lo eccitava a morte.
«Guarda questa, amore...» dissi, facendomi scivolare addosso una minigonna che copriva a stento le natiche. Chinandomi leggermente per sistemare l'orlo, gli offrii la vista del mio culetto che oscillava.
«Secondo te... se la metto in ufficio, dici che sia troppo corta? A Sergio piacerebbe sicuramente... ieri non faceva che ripetermi che ho delle gambe stupende...»
Sgranò gli occhi e il respiro gli si bloccò in gola: «Sonia... ma cosa... cosa dici? Ti... ti prego, abbassa la voce... ti sentono...»
Scostai di nuovo la tenda con un gesto fintamente distratto, esponendomi per un istante alla vista di un ragazzo che passava proprio in quel momento. Indugiando nell'ombra del camerino, gli rivolsi un sorriso radioso, quasi invitante. «Che ti pare, tesoro... mi sta bene?»
Anche se la domanda era chiaramente rivolta al mio fidanzato, lo sconosciuto ricambiò con un’occhiata che mi spogliò da capo a piedi, alzando il pollice in senso affermativo. Lasciai sfuggire una risatina argentina che non passò inosservata a Tommaso; immobile, diviso tra l'umiliazione di sapermi preda di quegli sguardi e il desiderio furioso che gli si gonfiava dentro le mutande.
Uscimmo dal negozio di abbigliamento con una grossa busta: oltre alle gonne, avevo acquistato un top bianco quasi impalpabile, un paio di magliette che fasciavano le forme come una seconda pelle e un golfino di cotone rosa pallido, apparentemente casto, ma perfetto da indossare senza nulla sotto.
Ma il bello doveva ancora venire. Lo guidai verso un negozio di biancheria intima poco distante, un luogo dove l’aria profumava di giovane sensualità e di segreti pronti a essere svelati. «Sonia... ma... non ne hai abbastanza per oggi?» mormorò varcando la soglia, forse intimidito da quel tripudio di pizzi e trasparenze.
«Dai amore, ti prego... mi servono assolutamente» risposi con un tono che non ammetteva repliche, sfiorando con la mano un completino di pizzo nero, talmente sottile da sembrare una ragnatela pronta a rompersi sotto un tocco deciso.
Visibilmente imbarazzato, lo guardò schiarendosi la gola, con le guance accese di un rossore improvviso. Lasciai scivolare il pizzo tra le dita come una carezza e andai oltre, verso il cuore pulsante del negozio.
Su un manichino a mezzobusto svettava un body in nylon, una trama così velata e trasparente da non nascondere nulla della pelle sottostante. Lo fissai per qualche istante, voltandomi lentamente verso di lui.
«Dici che se lo mettessi in ufficio... con niente sotto e coperta solo da una giacca... farei eccitare qualcuno?» azzardai, abbassando la voce fin quasi a un sussurro.
Tommaso sgranò gli occhi, il respiro che gli moriva in gola mentre la sua immaginazione faceva il resto. Lo vedevo deglutire, ipnotizzato dall'idea di me così esposta in mezzo a tutti quei camionisti.
«Cazzo, Sonia... mi fai impazzire quando parli così... io non...»
«Magari... Sergio... che dici? Gli piacerei?» Lo interruppi con un sorriso enigmatico.
Senza lasciargli il tempo di replicare, gli voltai le spalle con una mossa studiata, dirigendomi verso lo stand dei perizomi, lasciandolo lì, piantato in mezzo al corridoio, a fissarmi la schiena con il dubbio che gli scavava lo stomaco e il desiderio che premeva contro i suoi pantaloni.
La serata era ancora lunga, e io avevo appena iniziato a tessere la mia tela.
Finalmente, dopo aver acquistato dei tanga capaci di stupire il mio pudico fidanzato, caricammo tutto in macchina e raggiungemmo la pizzeria che aveva scelto per la cena, nel disperato tentativo di garantirsi un briciolo di intimità. Non il solito posto, ma un locale defilato, quasi in periferia: l’ambiente ideale per quelle tanto agognate domande che lo tormentavano.
Pochi minuti dopo esserci seduti, la tavolata accanto a noi fu occupata da una squadra di calcio dilettante: una quindicina di ragazzotti carichi di adrenalina post-partita e uno sguaiato cameratismo. Subito, quegli sguardi lascivi e per nulla discreti iniziarono prepotentemente a divorarmi, facendomi sentire nuda davanti a loro.
Incuranti di chi mi sedeva di fronte, non si risparmiavano battute a doppio senso e ammiccamenti, accompagnati da gesti allusivi alle spalle del mio povero Tommaso.
Devo ammettere che non facevo nulla per dissuaderli; anzi, sorseggiando lentamente il vino, godevo nel veder il mio fidanzato ribollire nel suo brodo di gelosia e desiderio.
«Sonia... ti prego...» sussurrò, sporgendosi verso di me sopra la tovaglia.
La voce era ridotta a un filo per il timore di essere sentito da coloro che ridevano lì accanto.
«Cerca di non incoraggiarli. Quelli non aspettano altro... sembra che vogliano saltarti addosso da un momento all'altro.»
«Sono solo ragazzi, tesoro» risposi, ignorando il suo palese disagio. «Piuttosto, ordiniamo? Ho una fame terribile stasera.»
Dopo aver ordinato, appena il cameriere passò alla tavolata accanto, Tommaso si tese di nuovo verso di me.
«Pensavo che qua potessimo parlare ma... È tutto il pomeriggio che muoio dalla voglia di rimaner solo con te.»
Lo fissai, osservando il tremito della mascella e la sua totale vulnerabilità.
«Se vuoi... chi ci sente?»
Il nostro discorso fu interrotto dal fragore dei vicini: risa scatenate dalla risposta sfrontata che uno di loro aveva dato al cameriere. Sentendosi chiedere cosa desiderasse, questo si era alzato in piedi e, indicandomi apertamente, aveva esclamato: «Vorrei… lei!».
A quella battuta, anche se non particolarmente divertente, era seguito un boato di ilarità tra i compagni, cameriere compreso. Senza scompormi, rivolsi un sorriso luminoso allo spavaldo bellimbusto che mi guardava compiaciuto. Era veramente bello e dall’aria sfrontata, con occhi scuri e l’abbronzatura di chi è abituato a vivere all’aperto. Ricambiò il mio gesto fissandomi, chinando lievemente il capo in segno di reverenza.
«Sonia! Ti prego!» sibilò Tommaso, con il volto che passava dal pallore al rosso fuoco. «Manca solo che ti unisci a loro...»
«Ti spiacerebbe?» gli risposi, spiazzandolo completamente.
Rimase senza parole per qualche istante, poi, incapace di resistere alla curiosità che lo stava divorando, proseguì: «Meglio non parlare qua di queste cose, sai... non vorrei... Ma dimmi solo: è successo qualcosa ieri? Sì... intendo con il tuo collega.»
Lo guardai, limitandomi a un cenno affermativo, lento e deliberato. Sul suo volto, vidi balenare più una sorta di eccitata gratitudine che vero stupore. Era la conferma che tanto bramava.
«E... dove... dove siete andati?» chiese, faticando a deglutire la propria saliva, mentre un coro di risate sguaiate scoppiava di nuovo al tavolo dei calciatori, facendolo trasalire. «Ti ha portata nel parcheggio dell’altro giorno?»
Sporgendomi in avanti fino a sentire il calore del suo respiro affannato: «Siamo andati in campagna, un posto isolato dove passano solo i trattori...»
Chiuse gli occhi per un istante, come se l'immagine di noi due, soli in quel deserto verde, lo avesse colpito fisicamente. «In campagna... in macchina... Dio, Sonia... e poi? Cosa... cosa è successo? Vi siete... vi siete... sì, insomma, avete fatto come l’altro giorno?»
Mordendo il labbro, feci una piccola smorfia e alzai le spalle con studiata noncuranza, come a voler suggerire che le cose non fossero andate esattamente come quel giorno. Quel gesto vago, quasi un'esitazione, fu la scintilla che gli incendiò la mente.
«Non dirmi... non dirmi che...» mormorò con la voce che gli si spezzava in gola.
In silenzio, fissai il suo pomo d’Adamo andare su e giù un paio di volte; poi, con un finto imbarazzo che sapeva di castigo, abbassai lo sguardo sul calice di vino.
Non saprei dire quanto tempo rimase immobile a fissarmi; congelato in quell'istante di pura incredulità e bramosia, sembrava che il mondo intorno a lui fosse svanito, sostituito dall'immagine di me in quella stradina di campagna.
Fummo riportati alla realtà dal bel moro che prima aveva fatto la battuta. Avvicinandosi al nostro tavolo con la spavalderia tipica di chi si sente padrone della scena, e attento a farsi sentire dai compagni, ci disse:
«Scusate il baccano,» esordì, rivolgendosi a noi ma mantenendo gli occhi piantati su di me. «Siamo un po' su di giri per la vittoria e spero non vi disturbi troppo... mi chiamo Yuri.»
Strinse la mia mano con una galanteria sfrontata, una pressione decisa che mi procurò un brivido improvviso al basso ventre.
Verso il mio fidanzato, che lo fissava con un'espressione assente, ancora perso nella rivelazione sulla campagna, rivolse a malapena un gesto distratto del capo, scambiandolo probabilmente per un ebete o, comunque, per uno che non rappresentava una minaccia.
«Non disturbate affatto, anzi... è piacevole sentirvi» risposi, regalandogli un mezzo sorriso che lo fece ringalluzzire.
Tommaso scosse la testa, come per uscire da un torpore ipnotico, e balbettò qualcosa di incomprensibile: «No... no, figurati... nessun disturbo...»
Percependo la debolezza del mio accompagnatore, Yuri ridacchiò facendomi l’occhiolino, indugiando ancora un istante a fissarmi la scollatura prima di tornare dai compagni con l'aria di chi ha appena segnato un altro punto.
Quasi non si fosse nemmeno accorto di quell’intrusione, una volta rimasti soli, Tommaso mi guardò con gli occhi lucidi di emozione.
«Sonia... ma allora... se non vi siete solo toccati... che cosa... che cosa avete fatto?» sussurrò, e stavolta la sua era una supplica carica di una fame disperata.
«Amore... non mi sembra questo il momento per certe domande...» mormorai in tono volutamente supplichevole, quasi a voler proteggere un segreto troppo intimo per quel luogo rumoroso.
Lui parve riscuotersi. Annuì freneticamente, passandosi una mano sulla fronte umida di sudore. «Sì... hai ragione. Scusami, è che... va bene, ne parliamo dopo. Senti, dopo la pizza... ti andrebbe di fare un salto al pub? Ci sono gli altri, ci aspettano.»
Il mio viso si fece subito minaccioso. Sentii la rabbia montarmi dentro, fredda e tagliente. «Assolutamente no! Non ci penso nemmeno.»
Preso alla sprovvista dalla mia durezza: «Ma perché? Ho... ho parlato con Federica oggi pomeriggio. Le ho spiegato tutta la storia, la faccenda di Antonio... Ho chiarito che era solo un malinteso...»
Sentii ribollire il sangue. «Ti sei permesso di fare cosa?» sibilai, la voce bassa ma carica di un disprezzo che lo fece rimpicciolire sulla sedia. «Hai raccontato di Antonio a Federica? Ma come ti è saltato in mente di andare a riferire i cazzi miei a quella strega?»
Quelli accanto a noi, avvertendo la violenza verbale del nostro battibecco, si azzittirono quasi di colpo. I loro sguardi lascivi si trasformarono in curiosità morbosa; ora non guardavano più solo il mio corpo, ma godevano dello spettacolo della mia furia contro quell'uomo così palesemente incapace di tenermi testa.
«Sonia... calmati... volevo solo che tutto tornasse come prima...» provò a giustificarsi, rivolgendo un’occhiata impacciata verso i calciatori che ci fissavano.
«Niente tornerà come prima. Te l’ho detto: io là non ci metto più piede e se vuoi vedere i tuoi amici ci vai da solo!»
Senza lasciargli il tempo di replicare, mi alzai di scatto e con stizza buttai il tovagliolo sul tavolo. Gli girai le spalle e me ne andai rabbiosa verso il bagno, con gli occhi dell’intera squadra posati sui miei fianchi.
Entrai con il respiro ancora corto per la rabbia e bagnai i polsi, lasciando che l’acqua fredda calmasse il battito.
Osservandomi nello specchio, sistemai i capelli, scostandoli dalle spalle con un gesto lento, sorridendo al pensiero di tutti quei ragazzi vogliosi e ai loro ammiccamenti sfrontati. Avrei voluto tornare di là, in sala, e concedermi a loro senza ritegno, lasciando quel cornuto del mio fidanzato a guardare e masturbarsi furiosamente.
Un'immagine, questa, che mi riportò alla mente la vecchia cascina di Enzo, facendomi bagnare la fica in modo osceno.
Sentii la porta aprirsi e dallo specchio vidi riflessa la sagoma imponente di Yuri.
Alto, muscoloso, con un ghigno che prometteva solo guai.
Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia sul petto. «Tutto bene, bambolina?» chiese con voce calda, profonda, capace di far vibrare quello spazio ristretto. «Sembra che quello ti abbia fatta proprio incazzare.»
Voltandomi lentamente, appoggiai le reni al lavandino, guardandolo senza battere ciglio. Da fuori arrivava il rimbombo ovattato dei festeggiamenti, risate e brindisi che sembravano appartenere a un altro mondo, rendendo il silenzio tra noi due ancora più denso, quasi elettrico. «Quello, è solo un po' troppo abituato a parlare a sproposito» risposi con un sorriso pigro. «E tu? Non dovresti essere a festeggiare con gli altri?»
Fece un passo avanti, tanto che sentii il calore che emanava e il suo profumo maschio.
«La festa? Perché non ti unisci a noi e molli quel bamboccio? Sei molto bella, ma è inutile che te lo dica, com’è inutile che ti dica cosa vorrei farti.»
Guardò le mie labbra con una sfacciataggine tale da farmi scorrere un brivido lungo la schiena; in risposta, le inumidii lentamente con la punta della lingua, un riflesso involontario che parve accendere ancora di più il fuoco nei suoi occhi. «Scusa se lo dico, ma sei sprecata a quel tavolo. Non è il tuo tipo, credimi...»
«E tu lo saresti, invece?» lo sfidai, abbassando la voce fino a renderla un sussurro roco.
Scese con lo sguardo verso il mio seno per poi risalire. «Mettimi alla prova. Quello là fuori... trema solo a guardarti. Io, invece, sto pensando a quanto sarebbe divertente portarti via da qui proprio ora.»
Risi piano, colpita dalla sua audacia. Sapeva che non mi sarebbe spiaciuto e non feci nulla per nasconderlo. Allungai una mano e, con la punta delle dita, sfiorai appena il tessuto della maglietta, all’altezza del bicipite. Era duro come marmo.
«Che duro che è...» esclamai con finta ingenuità, sentendo la fibra del muscolo tendersi sotto il mio tocco.
Sorrise, avvicinandosi ancora di più, i nostri corpi che si sfioravano. «E non è l’unico, bellezza. Vuoi provare?» rispose pizzicandomi il capezzolo che, duro e teso, sembrava voler forare il tessuto.
Un gemito basso mi morì in gola mentre inarcavo la schiena contro il marmo, vinta da quella stretta decisa che bruciava di un piacere quasi doloroso. Non c'era traccia di corteggiamento, solo il possesso brutale di chi ha già deciso di prendersi ciò che vuole; infischiandosene di chiunque ci fosse oltre quella porta.
Godevo di quella tensione improvvisa, del rischio che stavamo correndo a pochi metri da Tommaso. «Ora devo tornare di là. Qualcuno potrebbe preoccuparsi se resto troppo tempo con uno sconosciuto così... intraprendente.»
«Peccato» mormorò lasciando la presa. «Ma sappi che se cambi idea basta che fai un cenno. Immagina solo cosa potrei farti, se solo non fossi così...»
Passandogli accanto, lo sfiorai deliberatamente, tastando la tensione del suo cazzo. «Così cosa? La prossima volta, magari... decido di provare...» gli sussurrai all'orecchio, lasciando la frase sospesa.
Rientrai in sala con passo leggero, quasi fluttuante, sentendo ancora il fremito di quell'incontro sulla pelle. Già da lontano potevo scorgere la frustrazione sul volto del mio fidanzato. Il suo sguardo, carico di ansia, vedendomi arrivare, cercò disperatamente i segni di un rasserenamento.
«Sonia... scusami, io non volevo...» provò a dire non appena presi posto, ma le sue parole morirono in gola.
Proprio in quel momento, l’audace ragazzo passò dietro la mia sedia e sfrontatamente mi sfiorò la spalla nuda. Fu un gesto rapidissimo, ma Tommaso se ne accorse. Indifferente e sicuro di sé, Yuri tornò dai suoi compagni con un sorrisetto vittorioso che lasciava molto a intendere.
Con estrema calma, presi il calice e sorseggiai il vino, guardando il mio fidanzato dritto negli occhi.
«Tutto bene, cara?» domandò con la voce che tremava vistosamente. «Ci hai messo molto... e quel tipo... ti ha forse importunata?»
«Il bagno era occupato, ed è stato solo gentile. Vedendomi scossa per le tue stronzate, ha chiesto se avessi bisogno di aiuto» risposi con una freddezza che lo gelò. «Ora, se hai finito di fare il geloso in modo patetico, vorrei finire la mia pizza. O preferisci continuare a interrogarmi su Sergio?»
Deglutì a vuoto, abbassando lo sguardo sul piatto. La vicinanza di quel gruppo di giovani così sicuri di sé lo faceva sentire minuscolo, inadeguato. Eppure, vedevo la sua eccitazione crescere nel vedermi così desiderata e, al tempo stesso, così distante da lui.
«No... no, mangiamo» borbottò, riprendendo le posate con le mani che ancora vibravano.
Distrattamente lo osservavo tagliare con movimenti meccanici quella pizza ormai fredda, ma la mia attenzione era rivolta con ostentata noncuranza verso la tavolata accanto; a quel predatore che, come un lampo, aveva illuminato la mia serata. Tommaso taceva, impegnato a monitorare ogni minimo movimento del suo rivale che, seduto in modo da avermi perfettamente di fronte, mi guardava con una sfacciataggine che non lasciava spazio a dubbi.
«Sonia...» disse infine Tommaso, sporgendosi verso di me, con la voce che vibrava di un’ansia mal trattenuta. «Quello... continua a fissarti in un modo che non mi piace. E tu... sembri dargli corda.»
«Ti prego, non ricominciare!» gli dissi irritata. «Cosa vuoi che faccia se mi guarda? Non ti basta di avermi rovinato la serata parlando con quella strega? Non cercare altri pretesti dove non ce ne sono.»
Deglutì, tormentando l'orlo della tovaglia. «Sì, ma... ci hai messo tanto. Troppo. Ed è rientrato subito dopo di te. Con quella faccia... sembrava quasi che ridesse di me.»
Fece una pausa, il respiro che si faceva corto. «Sonia, guardami. È successo qualcosa là dentro? Vi siete... vi siete detti qualcosa? O peggio?»
Poggiai lentamente il bicchiere, lasciando che una smorfia enigmatica fiorisse sulle mie labbra. «Ti ho già detto che è stato solo gentile. Se poi la sua presenza ti fa sentire così... insicuro, forse dovresti chiederti perché.»
«Gentile? Sonia, quel tipo ti guarda come se... come se ti volesse scopare qui, e tu... e tu... sembra che lo stia invitando a farlo.» Il suo tono scese, diventando un bisbiglio febbrile. «Dimmi la verità... avete fatto qualcosa? Ti... ti ha toccata? Mentre io ero qui come un idiota ad aspettarti, ti ha messo le mani addosso in bagno?»
Lo guardai spazientita, poi sibilai: «Vuoi che ti dica di sì?», facendolo sbiancare all'istante. «Di' la verità! Ammettilo! Ti piacerebbe sentirtelo dire! Ebbene sì: mi ha toccata, e allora? Non è questo che cerchi? Deciditi una buona volta: cosa vuoi? Prima non stai nella pelle perché ti racconti cosa faccio con Sergio, per poi tormentarmi tutta la sera con la tua assurda gelosia. Deciditi!»
Avevo detto quelle cose alzando la voce e qualcuno lì accanto aveva certamente sentito.
Imbarazzatissimo, lui bisbigliò: «Ti... ti prego, amore... non gridare.»
Proprio in quel momento, quell’altro alzò il suo boccale di birra verso di me, accennando un brindisi e facendo un occhiolino talmente evidente che Tommaso dovette voltarsi dall'altra parte per non scoppiare.
«Lo vedi?» disse agitato. «Mi sta sfidando! Sa forse qualcosa che io non so?»
«Sa solo che sono... Lasciamo perdere, dai, che è meglio» conclusi, asciugando le labbra con il tovagliolo. «Ora, se hai finito, andiamocene.»
Probabilmente, per il timore che mettessi fine alla serata chiedendo di essere riportata a casa, decise di non andare oltre. «Va bene tesoro, scusami... ti andrebbe di andare al cinema?»
Lo guardai per un attimo fingendomi indecisa, poi feci un cenno affermativo e aggiunsi: «Chissà se almeno lì riesci a non essere geloso.»
Uscendo, mentre Tommaso pagava il conto alla cassa, mi voltai un'ultima volta verso il mio sfacciato corteggiatore, ricambiando la sfrontata strizzatina d’occhio.
Il viaggio in macchina, dalla pizzeria al cinema, si svolse in assoluto silenzio; mi teneva la mano, guardandomi di tanto in tanto con lo sguardo da cane bastonato che ormai conoscevo fin troppo bene, incapace di trovare le parole per riparare al disastro.
La sala era semideserta e ci volle poco a capirne il motivo: il film era di una noia pazzesca, ma almeno servì a riappacificarci.
Iniziò fin da subito a cercarmi con piccoli gesti cauti: un bacio leggero sulla spalla, una carezza timida che risaliva dal polso fino all'incavo del gomito, cercando di sciogliere la mia resistenza.
Avvertivo il suo bisogno di farsi perdonare trasformarsi lentamente in qualcosa di più viscerale; i suoi gesti, inizialmente casti, si facevano via via più insistenti, carichi di una fame che la gelosia della serata aveva solo alimentato.
Sentii scorrere il suo tocco dal seno alla coscia, e risalire poi sotto la minigonna.
Non era mai successo che osassimo tanto in pubblico, ma eravamo entrambi accesi fino allo spasmo: lui perso nelle sue proiezioni di tradimento, io ancora elettrizzata dal tocco di Yuri in bagno.
Come due adolescenti in preda a un’urgenza che non ammetteva attese, spostò di lato le mie mutandine:
il contatto improvviso della sua mano sulla fica, già bagnata e pulsante per l’adrenalina della pizzeria, mi fece sussultare.
Iniziò a masturbarmi con una foga insolita, quasi rabbiosa, con le labbra incollate alle mie in un contatto umido e profondo che rivelava quanto fossi riuscita a portarlo al limite.
Chiusi gli occhi, abbandonando la testa sullo schienale, gustando quei movimenti rapidi e nervosi sul clitoride.
Nel buio della sala non vedevo lo schermo, ma tutti quei ragazzi della squadra di calcio che, carichi di testosterone, con i loro cazzi durissimi mi facevano godere sotto lo sguardo impotente del mio fidanzato.
Fu un piccolo orgasmo, sufficiente però a calmarmi i nervi e in parte le voglie.
Uscimmo dopo la mezzanotte, camminando abbracciati con ritrovata complicità, come se il litigio in pizzeria non fosse mai successo.
Una volta in macchina, Tommaso chiese timidamente se mi andasse di fermarmi da qualche parte. Era il suo modo di dire "al solito posto". Credo che ormai tutti in zona conoscessero la nostra vettura: stesso parcheggio, stesso angolo, la solita scenografia per i suoi tormenti.
Bramava quel momento da due giorni e, nonostante cercasse di darsi un contegno, la sua impazienza esplose appena spento il motore. «Adesso, amore, siamo soli...» mormorò, il respiro già alterato. «Sai benissimo quanto sia impaziente che tu mi dica tutto. Me lo hai promesso.»
«Sì, tesoro...» risposi con un tono quasi canzonatorio, studiando le sue reazioni. «Ma prima spogliamoci, altrimenti rischi di sporcarti di nuovo come l'altra volta.»
Colpito dal mio sarcasmo, sussultò. «Ti prego Sonia, non prendermi in giro... mi vergogno... ma sai che non resisto quando ti sento dire certe cose.»
«Sì, scusa» sussurrai, iniziando a svestirmi con gesti calmi.
Una volta nudi, l’aria nell'abitacolo divenne subito densa, carica dell'odore della nostra pelle e della sua eccitazione repressa.
«Dai, adesso siamo pronti» incalzò, i suoi occhi che brillavano di una luce febbrile. «Dimmi tutto, voglio ogni singolo particolare.»
Fingendo di esitare, scostai lo sguardo. «Ora sono io a vergognarmi... sai...»
«No, amore, non devi» rispose prendendomi il viso tra le mani con una tenerezza disperata. «Non ti devi vergognare di nulla, ricordi? Te l'ho detto io che voglio sapere.»
«Va bene...» sospirai, arrendendomi al suo gioco. «Ieri siamo andati al solito posto...»
«Come al solito posto? Quante volte ci sei andata? E... e poi, l’altro giorno non avevi detto che eravate in un parcheggio?» esclamò sorpreso.
«Parcheggio?» finsi di non ricordare. Poi, tormentandomi le dita con contrizione: «No... eravamo in campagna; anche l'altro giorno.»
Ammisi in un soffio.
«Ah!» esclamò, e sentii il suo cuore accelerare contro il mio braccio. «E quante volte ci siete già andati, visto che lo chiami "il solito posto"?»
Con la voce ridotta a un soffio, sussurrai: «Quattro, cinque... non lo so...»
«Quattro, cinque? Come non lo sai? Ma da quanto tempo va avanti questa storia tra voi?» Il suo tono era un misto di agonia e bramosia.
«Solo da qualche giorno...» risposi, fingendo un filo di disperazione. «Ti ho spiegato che la sua ragazza lo ha lasciato e... poveretto era così... così giù.»
«E allora hai pensato bene di svuotargliele tu, le palle!» sibilò, lasciando che la volgarità esplodesse insieme alla sua gelosia.
«Tommaso! Se dobbiamo ricominciare in questo modo, non ti racconto più nulla» dissi secca, facendo l'atto di scostarmi.
«No! No, scusami...» implorò subito, afferrandomi per le braccia. «Ti prego, continua. Non dirò più una parola, lo giuro. Dimmi cosa è successo ieri in campagna...»
«Oddio amore... com’è difficile...» mormorai, con un'esitazione che serviva solo a rendergli il sospetto più insopportabile.
«Dai, non aver paura» incitò con il respiro che ormai era un rantolo nel buio dell'abitacolo. «Vi siete masturbati nuovamente? È questo che è successo?»
«No... sì... all’inizio...» risposi, lasciando che le parole uscissero incerte. «Poi... sai com’è... Sergio... Oddio... sei sicuro che poi non ti arrabbi?»
«No tesoro, te lo prometto... ma continua, mi stai facendo morire...»
Lo guardai fisso negli occhi, sentendo il calore della sua pelle nuda contro la mia. «Vedi, lui era da tanto che lo voleva fare... e visto che tu... sì, insomma, avevi detto che non c’era niente di male se fosse successo...»
«Ti ha scopata?» esclamò; più come un’affermazione liberatoria che come una domanda.
«Sì...» ammisi annuendo.
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La sua risposta fu immediata, violenta, incontrollabile: tre schizzi caldi e densi mi colpirono seno e mento, segnando la pelle nell’oscurità della macchina. Da quando stavamo assieme, mai lo avevo visto sborrare con una simile ferocia.
Rimanemmo immobili per qualche istante, nel silenzio rotto solo dal suo respiro che cercava disperatamente di tornare regolare. Il calore dello sperma iniziava a raffreddarsi, ma non feci nulla per pulirmi; volevo che sentisse l'odore del suo piacere misto al sapore del mio tradimento.
Tommaso appoggiò la fronte sulla mia spalla, ancora scosso da qualche sussulto involontario. «Dio, Sonia...» espirò, la voce ridotta a un guscio vuoto. «Ti ha... ti ha scopata davvero?»
«Sì, amore» risposi, passando le dita tra i suoi capelli con una dolcezza che sapeva di veleno. «Mi dispiace... ma alla fine è successo. Ora però promettimi che non sei arrabbiato con me, ti prego...»
Sollevò la testa cercando il mio sguardo nel buio.
La fase dell'urto era passata, ora subentrava quella curiosità malata, quel bisogno di nutrire l'ossessione con ogni briciola di verità.
«No tesoro, non sono arrabbiato. Ma ti è piaciuto? Voglio dire... com’è farlo con lui?»
Il suo tono era calmo, simile a quello di un moribondo, ma carico di curiosità vera.
Sistemandomi meglio contro lo schienale, esitai un istante godendo della sua morbosità, poi dissi:
«Beh, sì... non posso dire che non sia stato bello. Lo ha molto più grosso del tuo e quando è entrato faceva un po’ male, ma poi sì, mi è piaciuto molto.»
Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra. «Sei venuta... hai... hai goduto molto?»
Guardandolo, feci un timido cenno affermativo.
Rovesciò la testa all’indietro, sospirando verso il soffitto dell'auto.
«Dio Sonia, sento il cuore che scoppia. Non so spiegarmi cosa succeda, ma non puoi nemmeno immaginare quanto mi ecciti sentirti dire queste cose.»
Anche prima, in pizzeria: morivo di gelosia, ma allo stesso tempo avrei voluto che quello ti scopasse lì, davanti a tutti, facendomi fare la figura del becco.»
Lo guardai con estrema tenerezza. Sentirlo aprirsi con tanta sincerità, vederlo nudo nella sua debolezza più profonda, me lo faceva amare come mai prima di allora.
Quell’ammissione era il regalo più grande che potesse farmi.
Tommaso si passò una mano sul viso, respirando a fatica. «Ma come avete fatto... voglio dire, in pausa pranzo... non avete molto tempo.»
«Beh, amore... Sergio... è molto deciso... e... sempre pronto... non so se mi spiego...» sussurrai, fingendo imbarazzo per la mia stessa spudoratezza.
«In macchina o anche in ufficio?» chiese con un filo di voce.
«In macchina!» ma aggiunsi ridendo: «Anche se in ufficio...»
«Cosa? Lo avete fatto anche lì?»
«Noo... ma cosa dici? Figurati... anche se però a volte in bagno...»
«In bagno?»
«Sìì... qualche bacio, qualche toccatina... ma niente di che.»
«È per questo che ora in ufficio vai con la minigonna?» Non risposi, limitandomi ad abbassare lo sguardo.
Tommaso deglutì a vuoto, fissando il cruscotto. Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra.
«E prima? In pizzeria? Scusa se torno ancora su questo argomento... ma quando ho visto che quello ti seguiva in bagno... non so... ero come paralizzato; avrei voluto alzarmi e seguirvi... ma allo stesso tempo ti volevo lasciare da sola con lui... Oddio Sonia... quanto è stato umiliante... e sapessi le battute che facevano quelli...».
Lo strinsi a me con dolcezza. «Calmati amore, non è successo niente; quello ci ha solo provato, ecco tutto.»
«Davvero? Niente niente?»
Poveretto, sembrava esserne deluso. Così cercai di dargli almeno un piccolo contentino: «Però quel matto voleva portarmi via; pensa se ci avessi visti uscire e andarcene?»
«Lo avresti fatto?»
«Certo che no, ma a te sarebbe piaciuto?»
Lo vidi per un attimo perplesso; attese prima di rispondere. «Non lo so... ma ammetto che sarebbe stato eccitante.»
«Dai, allora la prossima volta proviamo!» dissi ridendo.
«Ti piaceva? Voglio dire... ti piace quel Yuri?»
«Beh sì, è un bel ragazzo e sentissi che...» interruppi volontariamente la frase.
«Che, cosa?» insistette.
«Muscoli! Intendevo i muscoli...»
«E... ?»
«Beh... è messo bene anche sotto...»
Trasalì. «Glie lo hai visto?»
«Ma no, figurati... ma lo si vedeva che era grosso e duro.»
«Glie lo hai toccato?» Non risposi, voltando lo sguardo fuori dal finestrino.
«Perché non me lo dici?»
Esitai in modo teatrale, poi: «Glie l’ho solo sfiorato, credimi, niente di più.»
«E lui?»
«E lui cosa?»
«Ti ha toccata? Dai tesoro, non farti tirar fuori le parole di bocca. Sei stronza, scusa se te lo dico, ma sai che voglio che mi racconti tutto.»
«E va bene, sì, mi ha stretto un capezzolo, ma credimi: non c’è stato altro!»
Lasciai trascorrere alcuni secondi in silenzio, poi aggiunsi: «La prossima volta però, giuro che ti faccio becco!»
Tommaso si mise a ridere, stringendomi forte a sé. «D’accordo amore, me lo merito» aggiunse baciandomi.
Rimanemmo abbracciati, a coccolarci nel silenzio ovattato dell'abitacolo, mentre le luci della città filtravano dai vetri appannati.
Con un gesto lento e materno, presi un fazzoletto e iniziai a pulirmi, asciugando anche il suo pisello, ormai tornato alle dimensioni di quello di un bimbo: cancellavo le tracce di quell'esplosione sapendo che nulla avrebbe potuto rimuovere le immagini che gli avevo piantato nella mente.
Si lasciò accudire, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto e un mezzo sorriso stordito sulle labbra.
Aveva ottenuto ciò che voleva: la verità lo aveva ferito, ma lo aveva anche liberato.
«Allora, andiamo a casa?» gli dissi dolcemente, rivestendomi.
Il viaggio di ritorno fu una carezza di ombre e luci soffuse. Tommaso guidava con una calma nuova, con la mano stretta nella mia, come se avesse finalmente trovato il suo posto nel mondo proprio lì, accanto a una donna che non gli apparteneva più completamente.
Lo guardavo di profilo, sapendo che quella notte non avrebbe dormito, perso nel ricordo del dolore che avevo descritto e della fame di Sergio. Sapevo anche che l'indomani, al risveglio, avrebbe avuto bisogno di altro. Avrebbe voluto sapere i particolari; dai sospiri a come il mio amante mi aveva posseduta.
Ma per quella notte, la sua resa era stata totale. Sorrisi nell'oscurità, assaporando il potere di quel segreto che avevamo appena iniziato a condividere.
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