Nonostante avessi dormito solo poche ore, il risveglio non fu amaro. Aprire gli occhi in quella stanza silenziosa, avvolta nel tepore delle lenzuola, portava con sé un sapore di vittoria. La settimana stava per finire e quel senso di libertà imminente bastava a sollevarmi, ma il vero stimolo, ciò che faceva scorrere il sangue più forte nelle vene, erano i fatti della sera prima.
La mia non era stata una semplice conquista, ma una vera apoteosi. Godevo ancora nel ricordo di Tommaso, sconfitto e svuotato, dopo averlo visto sborrare nei pantaloni eccitato dalle mie ammissioni. Si era stretto dolcemente tra le mie braccia come un cucciolo ferito, cercando protezione proprio nella fonte del suo tormento, e in quella resa totale aveva finalmente lasciato cadere ogni maschera.
Sentire il suo calore contro il petto, mentre l'odore della sua eiaculazione impregnava l'abitacolo dell'auto, era stata la conferma del mio nuovo potere. In quel parcheggio buio, aveva smesso di essere il custode della mia moralità per diventare il primo devoto spettatore della mia corruzione.
Lavando i denti, osservando la mia immagine riflessa nello specchio, il pensiero tornava ostinatamente alle sue parole.
«Tutto è iniziato al mare», aveva sussurrato nel buio dell'auto; dicendo che non riusciva a capacitarsene, ma vedermi abbracciata a Luca gli procurava un'erezione involontaria e prepotente, che lo spaventava e lo affascinava al tempo stesso.
Sorridendo dolcemente tra le mie braccia, aveva raccontato di averci spiati più volte. Cercava l'ombra, il riflesso di un vetro, lo spiraglio di una porta, animato dal desiderio morboso di sorprenderci e vedermi in intimità con lui. Udendo quelle parole finalmente così sincere, lo avevo baciato sul capo con una tenerezza che sapeva di perdono, chiedendomi in silenzio cosa potesse aver visto davvero e fin dove i suoi occhi si fossero spinti.
Era eccitante pensare che, mentre io godevo dell'attenzione di Luca, il mio fidanzato fosse lì a nutrirsi dei nostri avanzi, trasformando la sua gelosia in una fame insaziabile. Quella confessione non lo allontanava da me, ma lo incatenava ancora di più alla mia volontà: ora sapevo quale corda pizzicare per farlo vibrare a mio piacimento.
Sull’autobus, immersa in quella calca soffocante e umida, sentivo gli sguardi sfacciati di alcuni studenti scivolarmi addosso. Quelle occhiate lascive, cariche di una bramosia adolescente, mi ricordarono ciò che a Tommaso era costato più caro ammettere. «Arrivo a masturbarmi anche più volte al giorno», aveva confessato con il capo chino, come se stesse ammettendo un crimine infame invece di una semplice, disperata dipendenza.
L’entrata in scena di Sergio, con quei gesti rubati che Tommaso ci aveva visto scambiare, era stata la spinta decisiva per far saltare ogni residuo freno inibitorio. Il dubbio era diventato ossessione, una fame che solo il tocco delle sue stesse mani riusciva a placare momentaneamente. Dopo quell’assurda telefonata del giorno prima, con il respiro mio ancora spezzato dall'orgasmo che gli vibrava nelle orecchie, era tornato in azienda per chiudersi in bagno a farsi una sega furiosa.
Immaginarlo lì, solo, a consumarsi nel desiderio di sapermi posseduta da un altro, mi dava un brivido di potere assoluto. Mentre l'autobus sobbalzava nel traffico, io sorridevo tra me, godendo della consapevolezza di averlo ridotto a uno schiavo della sua stessa immaginazione. Era bastato un sospetto, il riflesso di una carezza non sua, per trasformare il mio fidanzato in un guardone affamato della propria umiliazione.
Come meritato premio alle sue verità, gli avevo confidato di aver ceduto alle lusinghe di Luca, ammettendo che passeggiando sulla riva ci eravamo baciati.
Udendo quelle parole si era sollevato a guardarmi incredulo, con un’espressione entusiasta dipinta sul volto, come se non riuscisse a credere a quel dono inaspettato.
Galvanizzata dalla sua eccitazione e pressata dalle sue domande, avevo anche ammesso che i baci si erano ripetuti in altre occasioni e che, una volta, Luca mi aveva tolto il costume in acqua. Udendo quelle parole, Tommaso era venuto nuovamente: un fiotto improvviso sulle mie dita, serrate a quell’innocuo pisello.
Compassionevole, lo avevo guardato godere della mia impudicizia, assaporando il trionfo di averlo nutrito con una mezza verità che prima lo avrebbe distrutto, ma che ora era il lubrificante della sua nuova natura: il sigillo di una notte che non avremmo dimenticato.
L’ufficio, su cui avevo perso ormai ogni ambizione, pareva una prigione: un luogo di noia e banalità soffocante che solo le trasgressioni con Sergio riuscivano a rendere tollerabile. Senza quelle pause pranzo fatte di sesso, dove la mente trovava la sua oasi di felicità, non avrei saputo come resistere.
Il povero Tommaso, quella notte, era scivolato definitivamente oltre il confine.
Lo rivedevo nel buio dell’auto, il volto illuminato a tratti dai fari che passavano, mentre la sua voce, rotta da un mix di desiderio perverso e residui d’imbarazzo, cercava le parole per suggerirmi di concedermi senza remore.
«Sonia, io... io non riesco a smettere di pensarci», aveva sussurrato, le dita tremanti contro le mie.
«Domani lo rifarete? Sì, intendo... con il tuo amichetto: andrete ancora ad appartarvi?».
Mordendomi il labbro inferiore: «Non lo so, amore...».
«Sì! Intendo... se lo vuoi. Se lo desideri, io non ho nulla in contrario, anzi... Se dici che sta vivendo un brutto momento... e che ha bisogno di sfogarsi... Beh, insomma, lo capisco. Cosa c’è di male dopotutto?».
Ero restata a fissarlo, affascinata: imbarazzato nell’ammettere la verità nuda e cruda, aveva finito per usare la mia stessa scusa. Baciandolo teneramente, mi ero limitata a un cenno affermativo, aggiungendo solo: «D’accordo, se capiterà...».
«Poi me lo dirai?», aveva chiesto impaziente.
«Sì, tesoro...».
E spinto dalla bramosia crescente: «Sì, intendo... può succedere che... sai, spinti dalla voglia... finiate per fare dell’altro. Ecco... se succedesse, vorrei che tu sappia che io... sì, insomma, io lo capirei, ecco!».
Senza voler infierire oltre, la mia risposta era stata un sorriso complice.
Così, quando all’uscita dal lavoro lo trovai come sempre ad aspettarmi, decisi di dargli un primo assaggio di ciò che lo avrebbe atteso per il futuro. Volevo che vedesse.
Proprio lì, sul cancello, mi strinsi in un abbraccio intimo con Sergio, offrendogli la bocca sotto i suoi occhi. Non fu un semplice contatto, ma un bacio profondo, spudorato, dove le nostre lingue danzarono intrecciandosi per alcuni secondi infiniti.
Sentivo il calore del mio collega e la sua sorpresa, ma il mio pensiero era rivolto altrove. Staccandomi con studiata lentezza, mi voltai verso il mio fidanzato, a non più di venti metri di distanza, e gli rivolsi un sorriso radioso, quasi angelico.
Salii in macchina baciandolo sulla bocca, portandomi dietro il sapore umido e maschio del mio amante per incollarlo alle sue labbra. Tommaso era in una condizione mai vista: non più il cucciolo ferito della notte prima, ma un lupo affamato, le pupille dilatate e il respiro corto per l’impazienza.
«Allora birichina, com’è andata? Raccontami tutto! Vedo che ormai non ti fai più problemi», esordì con voce roca, le mani che stringevano il volante fino a far sbiancare le nocche.
«Tu me lo hai chiesto, tesoro», risposi con un tono di un’innocenza quasi irritante.
«Va bene, va bene, non ti preoccupare... ma dimmi di oggi. Siete stati insieme? Dove vi siete imbucati?».
«Ma amore... ti sembra il momento? Dai... c’è tempo. Prima ha telefonato mamma, ci aspetta per la pizza. L’ho sentita strana, credo ci sia qualcosa sotto».
Deluso, abbassò il capo, simile a un fanciullo a cui sia stato negato il giocattolo preferito. Gli spettinai i capelli con la mano, un gesto di giocosa confidenza che servì a risollevarlo; lui rise e avviò il motore.
