Appena varcai la soglia della cascina, l'aria greve e satura di odore stantio di sesso e muffa mi avvolse, ancora una volta, con la sua promessa torbida. Non c'era tempo per i convenevoli. Salimmo subito nella camera della notte precedente, quella che ricordavo fin troppo bene, dove una trentina, tra uomini e ragazzi, che a turno, avevano abusato del mio corpo.
Sfilai il vestito, cercando invano un posto decente dove appoggiarlo. Lì, in quella stanza, tutto era sporco e sudicio: il pavimento, le pareti, persino l'aria. Era un luogo impregnato di umori, sudore e di chissà quali altre tracce. Sentivo l'odore della mia stessa perversione aleggiare pesante, ma non mi importava.
Non ci furono preamboli. Mario ed Enzo mi spinsero sul lurido materasso; le loro mani ruvide m'afferrarono e, senza un attimo di tregua, cominciarono a scoparmi e a incularmi ripetutamente. Il mio corpo rispose subito, e la mia fica, già dilatata e grondante, li accolse con avidità; il mio culo si offrì alle loro spinte potenti. Mi sentivo così sporca su quel materasso, il ricordo di tutti quei corpi che m'avevano posseduta ancora vivo sotto di me. La sensazione torbida, tuttavia, innescò una perversa eccitazione che mi faceva gemere, incitarli, chiedere di più.
I due uomini continuarono senza sosta, svuotandosi entrambi dentro di me. Percepivo il loro sperma caldo inondarmi, riempirmi fino all'orlo, e venni innumerevoli volte. Ogni orgasmo era una scarica elettrica, un brivido che mi scuoteva fin nelle viscere, facendomi dimenticare ogni cosa, ogni limite.
Quando i loro corpi si staccarono dal mio, ansimanti, arrivò il momento della coca. Tirarono fuori la bustina. La sniffai, sentendo la polvere bianca bruciare le narici e poi scivolare giù per la gola. Me ne fecero prendere più di quanto volessi, insistendo, quasi forzandomi. Volevano che perdessi totalmente il controllo, che ogni freno si sciogliesse, che la mia mente si immergesse completamente in quella follia. Sentivo già il mondo attorno a me che cominciava a distorcersi, le sensazioni che si amplificavano, la libidine che m'invadeva completamente.
Anche loro ne avevano presa, e i loro occhi si accesero di una luce così intensa, così diabolica, che capii subito che la serata sarebbe stata tutt'altro che ordinaria. Pensai, ormai annebbiata dalla droga e dal desiderio, che avessero in mente di replicare la notte precedente, con quella sfilata interminabile di maschi. Ma forse mi ero sbagliata. Avevano qualcos'altro in mente, qualcosa di più intimo, di più... malvagio? E io, vogliosa, aspettavo, ogni nervo teso, ogni buchetto che pulsava.
Mario ed Enzo, i loro occhi famelici che brillavano nell'oscurità, si scambiarono uno sguardo complice. Sapevo che stavano per fare qualcosa di veramente perverso.
Enzo m'afferrò le gambe, divaricandole ancora di più, e Mario si posizionò tra di esse. Sentii la sua cappella sfiorare la mia fica, già inzuppata. Un gemito mi sfuggì mentre iniziava a spingere, facendomi urlare di scoparmi. Non era solo piacere, era anche un desiderio di qualcosa di molto perverso. Mario spingeva lentamente, torturandomi nell’attesa di essere riempita del suo grosso cazzo. D'un tratto, una luce accecante squarciò il buio della stanza. Era la luce della torcia di un cellulare, puntata direttamente su di noi. Un trambusto riempì l'aria, e sentii delle voci femminili, acute e sorprese. Erano voci giovani, di ragazze.
La voce, acuta e squillante, tagliò l'aria. "Ecco la troia!" urlò una ragazza.
Enzo reagì subito, la sua voce, solitamente così sorniona, ora piena di rabbia e stupore. "Ma cosa… Che ci fai qui? Che diavolo succede?"
La luce della torcia si muoveva, e intravidi le sagome. Non era una sola ragazza. Erano almeno cinque o sei, tutte giovanissime, i loro occhi che brillavano di un'ostilità tagliente. Enzo le conosceva. "Siamo qui per questa puttana!" ringhiò, e il suo tono mi gelò il sangue. "Siamo qui per punirla e per farla soffrire!"
Enzo provò a farle desistere, la sua voce era un misto di implorazione e minaccia. "Andate via! Non è affare vostro! Non sapete quello che fate!"
Ma la ragazza non si lasciò intimidire. Anzi, rincarò la dose con una fredda determinazione che mi fece sussultare: "Tu zitto, zio, se non la smetti subito di trattarci come fossimo bambine, giuro che racconto tutto. Ma proprio tutto."
Il respiro di Enzo si bloccò.
"Racconto a Nonno quello che fai in questa cascina. Ogni volta che porti qui una puttana come lei. Racconto a Mamma, tua sorella, il tipo di uomo che sei veramente e che fai uso di droga. Dici che ne sarebbero contenti? Credi che il Nonno, con il suo cuore malandato, sopporterebbe la vergogna? O pensi che in paese farebbero ancora la fila per farti curare gli animali, se sapessero che tipo di porcherie combini?"
La ragazza fece una pausa, e i suoi occhi taglienti mi fissarono. "E tu," sibilò, il suo volto contratto in una smorfia, "tu, la notte scorsa, ti sei fatta scopare e inculare dai nostri ragazzi, troia! E per questo devi pagare, cagna!"
Il silenzio calò, pesante e schiacciante. Il ricatto era forte, basato sul disonore in famiglia e la rovina della reputazione professionale e sociale. Enzo era pallido, la rabbia impotente dipinta sul suo volto.
"E tu, Mario," continuò la nipote, la sua voce penetrante, "non pensare di essere al sicuro. Tua moglie sa che vai a puttane? Sai che bello sarebbe, per lei e per i tuoi figli, scoprire le schifezze che fai? Lasciateci fare, o giuro che questa è l'ultima notte che passate a scopare in pace."
Mario guardò Enzo, e i due si scambiarono un'occhiata di sconfitta umiliante. Con un sospiro rassegnato, cedettero.
La nipote di Enzo, con la sua rabbia di adulta, mi venne davanti. Era giovanissima, ma i suoi occhi brillavano di una ferocia tagliente. M'afferrò per i capelli, tirandomi la testa all'indietro con una forza sorprendente, costringendomi ad alzare il viso verso di lei. "Andiamo, puttana," ringhiò. "Scendiamo. Ti faremo capire cosa succede quando tocchi ciò che è nostro."
Strattonata, fui costretta a scendere le scale, il mio corpo nudo che si dibatteva ad ogni gradino. Le altre ragazze mi spingevano, ridendo e insultandomi. Dietro di noi, sentivo i passi pesanti di Enzo e Mario. Erano lì, mi seguivano, ma erano impotenti. Non potevano fare nulla, ricattati e umiliati a loro volta. Provavo la sensazione di essere trascinata verso una perversione ancora più profonda, con i miei stessi aguzzini costretti a guardare. Era un tormento lancinante e, al contempo, la più strana delle eccitazioni.
Giunsi, trascinata, verso l'ingresso della stalla. L'odore forte del bestiame, del fieno e degli escrementi m'invase. L'aria era acre, ma ormai il mio corpo si era abituato al sentore della sporcizia.
Fui buttata sul mucchio di fieno, il mio corpo nudo che affondava in quel letto sporco e pungente.
La nipote di Enzo, con la sua rabbia fredda, si fece avanti. Mi sputò in faccia, e il liquido caldo e viscido mi scivolò sulla guancia, mescolandosi al sudore e alle mie lacrime. Fu un'umiliazione totale, pubblica, eppure, in qualche modo, m'eccitò ancora di più.
Le altre fecero un cerchio attorno a me. Una di loro, con dita agili e crudeli, iniziò a torturarmi i capezzoli. Li stringeva, li pizzicava, li tirava con forza, facendomi urlare. Ogni volta che la pelle del capezzolo era tirata e rilasciata, una scarica di dolore e un piacere inaspettato mi percorrevano il corpo. Era una tortura lenta, metodica. Il mio seno e il mio volto erano alla mercé di quelle giovani furie.
