Riconquistai il tavolo con il passo di chi ha appena commesso un peccato delizioso, sentendo il corpo ancora vibrante per il bacio di Antonio. Tra le gambe, avvertivo come una carezza umida e indiscreta a ogni movimento. Mi sedetti, sforzandomi di richiamare sul volto quell'espressione da "brava ragazza" che indossavo come un abito di scena, ma Federica mi si fiondò subito addosso; il suo sguardo indagatore mi fece quasi mancare il respiro.
«Ma dove ti eri cacciata? È un quarto d'ora che non ti si vede!» esclamò, usando quel tono da amica curiosa che sconfina nel sospetto.
«Oh, scusa Fede, ero al telefono in bagno, una collega di lavoro che voleva sapere se ero tornata dalla vacanza,» mentii con una nonchalance studiata, sventolando lo smartphone come se fosse una prova inconfutabile.
Tommaso, naturalmente, non si accorse di nulla. Restava lì, beatamente immerso in una discussione infinita sulla partita, con un'innocenza così palpabile da risultare quasi irritante. A volte mi chiedevo come facesse a essere tanto cieco, o se invece quella sua fiducia incrollabile fosse il piedistallo su cui poggiava la mia audacia. Più lui non vedeva, più io desideravo spingermi oltre e osare.
La mezz'ora successiva fu un’agonia lenta e inesorabile. Sorridevo ai momenti giusti, annuivo a discorsi di cui non m'importava nulla, mentre la mia mente scappava continuamente nel corridoio del pub, a riassaporare la ferocia di quel contatto che aveva risvegliato ogni mia fibra. Mi sentivo soffocare in quella gabbia di normalità fatta di pettegolezzi e birre tiepide.
Verso mezzanotte, decisi che la recita poteva finire. «Tommy,» sussurrai con un tono stanco che nascondeva a malapena la mia insofferenza, «sono proprio sfinita, vorrei tornare a casa.»
Lui mi guardò, premuroso e devoto come sempre. «Certo, amore. Se sei stanca andiamo subito.» Salutammo il gruppo con la solita cordialità e ci avviammo verso l'auto, lasciandoci alle spalle il rumore del pub.
Appena saliti, il motore prese vita con un ronzio sommesso. Come da copione, la sua mano cercò la mia coscia, risalendo con una lentezza che voleva essere seducente. «Allora, tesoro... ti va di fare qualcosa di speciale stasera?»
La sua voce era bassa, carica di un invito che conoscevo a memoria. Sapevo dove voleva portarmi: in quel parcheggio isolato nella zona industriale, un angolo di buio desolato dove consumare quello che lui chiamava "fare l'amore". Per me non era altro che un rapporto sbrigativo e prevedibile, quasi un conto da pagare.
Ma quella sera, il pensiero di quella tiepida routine sessuale mi provocò un moto di autentico fastidio. Il sapore di Antonio era ancora fresco sulle mie labbra, e l’eccitazione che mi divorava non aveva nulla a che fare con la rassicurante banalità di Tommaso. La mia fica era pronta, sì, ma per un altro genere di violenza.
Mi voltai verso di lui, offrendogli un sorriso intriso di una dolcezza velenosa. «Sai, amore,» mormorai, fingendo di chiudere gli occhi per la stanchezza, «sono davvero a pezzi. Non sai quanto vorrei, ma ho un sonno che mi crollano le palpebre. Per favore, portami a casa... ho solo bisogno di infilarmi a letto.»
Volevo restare sola con i miei pensieri sporchi, a sfiorarmi sotto le lenzuola ricordando lo sguardo di Antonio, senza che il corpo di Tommaso sporcasse quella fantasia. Lui non nascose la delusione, ma bastò la mia finta tenerezza a vincere ogni sua resistenza.
Mentre l'auto scivolava silenziosa lungo le strade deserte, Tommaso lanciò un'occhiata furtiva allo specchietto retrovisore, poi tornò a fissare la strada. «Sonia...» esordì, con un tono che mi pareva stranamente incerto. «Hai sentito Luca? Voglio dire... mi chiedevo se l'hai risentito dopo il nostro ritorno.»
Un brivido freddo mi risalì la schiena, partendo dall'ano ancora dilatato per arrivare dritto al cervello. Di nuovo quella domanda. Mi irrigidii, ma cercai di mantenere il respiro regolare. «Luca? No, figurati. Perché me lo chiedi?»
«Così, per curiosità,» rispose lui, stringendo il volante un po' più forte. «Mi sembrava che ci fosse un bel feeling tra voi. A volte... a volte sembrava quasi che vi cercaste, ed eravate spesso assieme. Non fraintendere… mi faceva piacere, e se voi vi sentiste ancora, ne sarei anche contento. Ecco tutto.»
Restai in silenzio, scrutando il suo profilo nell'oscurità dell'abitacolo. C'era qualcosa di nuovo nella sua voce, una sfumatura che non riuscivo a decifrare. Era paura di essere tradito o una strana, assurda forma di compiacimento? Quella domanda mi lasciava addosso un mix inquietante di timore e una curiosità oscura che non sapevo ancora spiegare.
Tommaso mi lasciò davanti al portone, congedandosi con un bacio casto sulla fronte. «Riposati, amore. Domani ci vediamo a messa,» mormorò, con quella voce ancora intrisa di un'ingenua tenerezza che ormai mi faceva quasi sorridere.
Entrai in casa e risalii le scale in punta di piedi, scivolando nel corridoio come un'ombra per non svegliare i miei genitori. La noia della serata era svanita, sostituita da un'eccitazione palpabile che Antonio aveva acceso nelle mie vene.
Chiusa la porta del bagno, lasciai cadere il vestito sul pavimento. Sfilai il tanga, lentamente, godendomi il fruscio del tessuto sulle cosce. Prima di gettarlo, portai il pizzo al viso, a respirare avidamente il mio odore intimo mescolato al ricordo di quel bacio: un profumo muschiato, umido, che racchiudeva tutti i miei segreti. Lo abbandonai nel cesto della biancheria sporca, insieme all'ipocrisia della serata.
Mi guardai allo specchio: senza trucco, con i capelli sciolti e selvaggi, ero la vera Sonia. Gli occhi brillavano di una luce felina e i capezzoli, turgidi e sensibili, sembravano invocare un tocco che non fosse quello di Tommaso. Indossai la sottoveste di seta nera, un velo sottilissimo che scivolava sul corpo come una carezza liquida, lasciando intravedere le forme in un gioco di trasparenze che era il mio invito personale al desiderio.
Una volta in camera, sotto le lenzuola, afferrai lo smartphone e vidi che c’era un messaggio di Antonio.
Antonio: Ehi Sonia, sono Antonio! Spero di non disturbare a quest'ora... Ma non riuscivo a non scriverti. 😊
Un sorriso complice mi increspò le labbra: proprio ciò che desideravo.
Sonia: Ciao Antonio! No, affatto. Ero giusto sul punto di addormentarmi... ma mi hai fatto cambiare idea. 😉
Antonio: Davvero? Sono contento di sentirtelo dire. Sai, da quando ci siamo scontrati... non riesco a smettere di pensarti. Sei bellissima. E quel tuo sorriso... ha acceso qualcosa in me. 🔥
Sentii un calore improvviso diffondersi nel basso ventre.
Sonia: Davvero? Beh, devo ammettere che anche tu non mi hai lasciata indifferente. Quei tuoi occhi... e quelle spalle... 🤤
Antonio: Ah, ti ho colpito, eh? Bene. 😉 Ascolta, mi è venuta un'idea folle... So che è tardi, ma ti andrebbe di vederci? Anche solo per una birra, o una passeggiata... non so. Ho una voglia matta di stare un altro po' con te. Se sei libera, ovviamente.
Il battito accelerò. Avrei voluto urlargli di sì, correre fuori e farmi prendere contro la sua auto, ma la realtà della mia gabbia dorata mi trattenne.
Sonia: Oddio, Antonio, quanto vorrei dirti di sì! 😩 Non immagini nemmeno quanto. Ma i miei... sono un po' all'antica, sai? Non mi lasciano uscire da sola di notte, specialmente a quest'ora. Solo con il mio ragazzo...
Provai un brivido sottile nel menzionare Tommaso, un pizzico di malizia nel sottolineare quanto la mia vita ufficiale fosse distante da ciò che stavo provando. La risposta arrivò quasi istantanea.
Antonio: Capisco... che peccato, mi dispiace. 😔 Ero sicuro che avresti detto di sì. Avrei voluto tanto riaverti tra le mie braccia, sentire di nuovo le tue labbra... baciarti mi ha letteralmente stregato. Avevo voglia di altro. E tu? 😉
La sua sfrontatezza mi faceva impazzire. Mi girai a pancia in giù, divaricando leggermente le gambe sotto la seta della sottoveste. La mia mano scivolò tra le cosce, a premere contro il triangolino pubico che sentivo bollente. La fica era ormai una fontana e il liquido caldo cominciava a incollare il tessuto alla pelle.
