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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 63
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Capitolo 63 di 78 24 min di lettura

La resa

Tra bugie calcolate e sguardi proibiti, Sonia spinge Tommaso sull'abisso. Fin dove può spingersi il desiderio quando il tradimento diventa l'unica verità? La resa non è mai stata così dolce.

Sonia
7 mesi fa · 500 letture · 1

La mattinata seguente, svegliandomi dopo una buona dormita, trovai sul telefono mezza dozzina di messaggi di Tommaso.

Li lessi sorridendo: trasudavano agitazione, segno che il piano stava funzionando, ed ero pronta per un’altra dose di perfida provocazione.

Il mio scopo era semplice: doveva ammettere apertamente ciò che lo intrigava tanto, e darmi così la possibilità di approfittarne.

Basta titubanze; se pensarmi con un altro lo eccitava, perché non ammetterlo e magari renderlo reale?

In ogni modo non gli risposi, lasciando che macerasse nell’incertezza.

Al lavoro le ore trascorsero in un clima di dolce attesa; negli occhi di Sergio, potevo leggere la bramosia che aveva accumulato. Anche io lo volevo, desideravo il suo cazzo, i suoi baci, e non vedevo l’ora di tornare a quello che era diventato il nostro regno di trasgressione.

Quel giorno avevo in serbo per lui una sorpresa, capace di fargli capire nettamente chi ero diventata: non più la collega irreprensibile, ma una troia disposta a tutto. Così, appena giunti a destinazione, inarcata a pecorina sul sedile, gli offrii il mio buchetto in un silenzioso invito. Fu comica la faccia che fece, fissando incredulo quel dono inaspettato.

«Che c'è?» chiesi con un sussurro carico di malizia. «Non ti va?»

Il suo stupore si trasformò subito in pura lussuria: piazzandosi dietro, puntò la sua verga già durissima contro il mio ano, strappandomi un gemito d’attesa impossibile da trattenere. Entrò piano, con una delicatezza quasi timorosa, attento a non farmi male. Il mio culetto accolse il suo grosso membro con una facilità che lo spiazzò completamente.

Avevo scoperto il sesso anale solo da poco, durante quell’ultima vacanza, ma già lo adoravo: una zona franca riservata ai soli amanti; quella che il mio timido fidanzato non si sarebbe mai sognato di chiedermi. Povero ingenuo, ancora a farsi scrupoli a venirmi dentro quando altri lo facevano continuamente; non poteva nemmeno immaginare quanti si fossero già scopati la sua ragazza, e come godessi nel farmi riempire di sperma.

Sotto gli affondi di Sergio, gioivo al pensiero della sgualdrina che ero diventata: amavo il mio corpo, le sue reazioni oscene, la capacità di dare e ricevere piacere o dolore, senza più alcun limite. Quando con un ultimo affondo lo sentii venire, fui squassata a mia volta da un violento orgasmo, che mi fece urlare e contorcere contro lo schienale.

Fu un piacere acuto, sconvolgente. Sentii i suoi getti inondarmi dentro, pulsazione dopo pulsazione, finché non si ritrasse con un gemito di puro appagamento. Rimasi un istante immobile, con il fiato rotto, le gambe scosse dai tremiti e un rivolo di sperma che iniziava a colare lungo l'interno della coscia.

Era bianco, viscido, denso; lo raccolsi con le dita, osservando quel mix di fluidi che brillava alla luce del sole. Eccitata lo spalmai con cura sulle labbra della fica, godendo della sensazione di quel calore estraneo che si appiccicava alla pelle, quasi a volerla nutrire con quel gesto feticistico.

Abbracciati in un’intimità post coitale, ancora con il fiato corto, udii ronzare il telefono nella borsetta: era Tommaso. Guardai il mio amante con un sorriso complice, facendogli segno di non parlare. Volutamente lo lasciai suonare a lungo e quando risposi lo feci senza nemmeno provare a regolarizzare il respiro, lasciando che l’affanno dell'orgasmo arrivasse dritto nelle sue orecchie.

«Sonia? Ma dove sei? Ti ho chiamato tre volte...» la sua voce era carica di un’ansia febbrile.

«Scusa amore...» ansimai, sotto le carezze del mio collega. «C’è una confusione terribile... non sentivo la suoneria».

«Sei al solito bar?» chiese con una calma innaturale.

«Sì, tesoro... al solito; sai come si riempie a quest'ora...» mentii, fissando gli alberi e godendo della mia stessa sfrontatezza.

«È strano, Sonia. Perché io sono proprio qui. Volevo farti una sorpresa, ma sembra che sia tu a farla a me».

Il silenzio che seguì fu pesante, rotto solo dal fruscio del vento tra le foglie. Ero stata colta in fallo e per un attimo non seppi cosa rispondere. Non sembrava arrabbiato, così decisi di sfruttare quell'imprevisto a mio vantaggio.

«Oh... ma davvero sei lì?» balbettai, forzando una risata nervosa che suonava finta persino alle mie orecchie. «Che sfortuna, amore... è che... abbiamo cambiato idea all'ultimo momento. Sì, c'era troppa gente e Sergio ha detto che conosceva un altro locale... più tranquillo».

«Ma davvero? Si può sapere dove siete? Se non vi disturbo, piccioncini, vi raggiungo... solo per vederti un attimo». Le sue parole risuonavano ironiche: non c'era risentimento, ma solo quella curiosità morbosa che probabilmente lo stava consumando.

«Non saprei spiegarti... è nella zona industriale... non conosco la via...» risposi, rifilandogli una scusa che nemmeno un bambino avrebbe bevuto. «E poi abbiamo quasi finito, stiamo per rientrare. Non ha senso che tu faccia tutta questa strada ora...».

Proprio in quell’istante, Sergio mi mordicchiò il lobo dell’orecchio, uno dei miei punti più sensibili, facendomi sussultare. A stento soffocai un gemito, trasformandolo in un colpo di tosse forzato che lui percepì chiaramente attraverso il ricevitore. Ci fu un istante di silenzio assoluto, un vuoto in cui potei quasi sentire il suo cuore accelerare dall’altra parte della linea. Lo immaginai nel parcheggio, perso nel tentativo di giustificare quell’ansimo, quell'affanno e quella bugia così spudorata.

Poi, riprendendo, chiese: «Tutto bene amore? Sembri turbata… Come si chiama il bar? Magari lo conosco».

«Ma... non so... a dire il vero siamo già usciti...» Sembrava che le mie risposte, chiaramente false e impacciate, lo intrigassero.

«Fattelo dire dal tuo amichetto, è lì? Chiediglielo...»

«No, no… sta telefonando. Ma perché vuoi saperlo?»

«Così... sembra un locale così tranquillo... non si sente nessuno».

«Ah... è che sono uscita».

«Se tornate vi aspetto...»

«No, vai pure... credo che ne avrà per un po’».

«Capisco… D’accordo, come vuoi... A più tardi, allora» mormorò lui alla fine, con una voce che tremava d'eccitazione.

«A dopo, amore...» risposi, mentre le mani di Sergio risalivano con prepotenza sulla mia coscia. «Verrai a prendermi all'uscita?».

Ci fu un attimo di esitazione. «Certo... perché me lo chiedi?».

«No, così... giusto per saperlo» dissi, con una dolcezza così smielata da risultare offensiva.

«Sai che vengo, o hai paura che ti veda di nuovo sbaciucchiare il tuo collega?» chiese tra l’ironico e il serio.

«Che stupido! Non vale neanche la pena che ti risponda. Allora a stasera, tesoro» chiusa la chiamata scoppiai in una risata sommessa, immaginando quali pensieri lo stessero logorando in quel momento.

Rivestendomi, vedevo nello specchietto l'immagine della Sonia di sempre, ma sotto i vestiti la verità era quella di una troia sodomizzata in una stradina di campagna, con la sborra di uno dei suoi amanti ancora appiccicata alla pelle.

Guidando sulla via del ritorno, appagato e soddisfatto, Sergio mi carezzava la fica sotto le mutandine; con il capo poggiato languidamente alla sua spalla lo lasciavo fare, in un’intimità che difficilmente assaporavo con il mio fidanzato.

Entrando nel parcheggio del bar, con un mezzo sorriso che tradiva più curiosità che vera preoccupazione, chiese: «Non hai paura che sospetti qualcosa?»

«Sospetti? Mio caro, è proprio ciò che voglio» risposi, con una smorfia enigmatica. Lui, dopo avermi fissata per un istante senza capire, scoppiò in una risata bassa, scuotendo la testa in un gesto d’incredulità.

Dopo un veloce spuntino tornammo al lavoro, dove il gioco tra noi era ormai diventato un continuo rincorrersi di sguardi e sfioramenti che rasentava l'imprudenza. In quel vecchio ufficio, covo di polvere e scartoffie, non era certo passato inosservato il mio nuovo look.

Non erano abituati a vedermi con gonne corte e svolazzanti, e se questo sembrava essere molto apprezzato dal signor Marzocchi e dai numerosi autisti, lo stesso non si poteva dire della signora Anna: la vecchia ne sembrava indispettita e cominciava a guardarmi in malo modo; come se avvertisse il peccato che portavo addosso.

Venne l’orario di chiusura e, con esso, il momento di mettere in scena il gran finale. Uscii abbracciata a Sergio, ridendo per una sua battuta e lasciando che il mio corpo premesse contro il suo con sfacciata naturalezza. Recitai la parte della ragazza spensierata, fingendo di aver rimosso la possibile presenza di Tommaso, parcheggiato poco oltre il cancello.

Indice dei capitoli
1 Cap. 64

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