Sonia & Tommaso

Capitolo 63 - La resa

Sonia
a day ago

La mattinata seguente, svegliandomi dopo una buona dormita, trovai sul telefono mezza dozzina di messaggi di Tommaso.

Li lessi sorridendo: trasudavano agitazione, segno che il piano stava funzionando, ed ero pronta per un’altra dose di perfida provocazione.

Il mio scopo era semplice: doveva ammettere apertamente ciò che lo intrigava tanto, e darmi così la possibilità di approfittarne.

Basta titubanze; se pensarmi con un altro lo eccitava, perché non ammetterlo e magari renderlo reale?

In ogni modo non gli risposi, lasciando che macerasse nell’incertezza.

Al lavoro le ore trascorsero in un clima di dolce attesa; negli occhi di Sergio, potevo leggere la bramosia che aveva accumulato. Anche io lo volevo, desideravo il suo cazzo, i suoi baci, e non vedevo l’ora di tornare a quello che era diventato il nostro regno di trasgressione.

Quel giorno avevo in serbo per lui una sorpresa, capace di fargli capire nettamente chi ero diventata: non più la collega irreprensibile, ma una troia disposta a tutto. Così, appena giunti a destinazione, inarcata a pecorina sul sedile, gli offrii il mio buchetto in un silenzioso invito. Fu comica la faccia che fece, fissando incredulo quel dono inaspettato.

«Che c'è?» chiesi con un sussurro carico di malizia. «Non ti va?»

Il suo stupore si trasformò subito in pura lussuria: piazzandosi dietro, puntò la sua verga già durissima contro il mio ano, strappandomi un gemito d’attesa impossibile da trattenere. Entrò piano, con una delicatezza quasi timorosa, attento a non farmi male. Il mio culetto accolse il suo grosso membro con una facilità che lo spiazzò completamente.

Avevo scoperto il sesso anale solo da poco, durante quell’ultima vacanza, ma già lo adoravo: una zona franca riservata ai soli amanti; quella che il mio timido fidanzato non si sarebbe mai sognato di chiedermi. Povero ingenuo, ancora a farsi scrupoli a venirmi dentro quando altri lo facevano continuamente; non poteva nemmeno immaginare quanti si fossero già scopati la sua ragazza, e come godessi nel farmi riempire di sperma.

Sotto gli affondi di Sergio, gioivo al pensiero della sgualdrina che ero diventata: amavo il mio corpo, le sue reazioni oscene, la capacità di dare e ricevere piacere o dolore, senza più alcun limite. Quando con un ultimo affondo lo sentii venire, fui squassata a mia volta da un violento orgasmo, che mi fece urlare e contorcere contro lo schienale.

Fu un piacere acuto, sconvolgente. Sentii i suoi getti inondarmi dentro, pulsazione dopo pulsazione, finché non si ritrasse con un gemito di puro appagamento. Rimasi un istante immobile, con il fiato rotto, le gambe scosse dai tremiti e un rivolo di sperma che iniziava a colare lungo l'interno della coscia.

Era bianco, viscido, denso; lo raccolsi con le dita, osservando quel mix di fluidi che brillava alla luce del sole. Eccitata lo spalmai con cura sulle labbra della fica, godendo della sensazione di quel calore estraneo che si appiccicava alla pelle, quasi a volerla nutrire con quel gesto feticistico.

Abbracciati in un’intimità post coitale, ancora con il fiato corto, udii ronzare il telefono nella borsetta: era Tommaso. Guardai il mio amante con un sorriso complice, facendogli segno di non parlare. Volutamente lo lasciai suonare a lungo e quando risposi lo feci senza nemmeno provare a regolarizzare il respiro, lasciando che l’affanno dell'orgasmo arrivasse dritto nelle sue orecchie.

«Sonia? Ma dove sei? Ti ho chiamato tre volte...» la sua voce era carica di un’ansia febbrile.

«Scusa amore...» ansimai, sotto le carezze del mio collega. «C’è una confusione terribile... non sentivo la suoneria».

«Sei al solito bar?» chiese con una calma innaturale.

«Sì, tesoro... al solito; sai come si riempie a quest'ora...» mentii, fissando gli alberi e godendo della mia stessa sfrontatezza.

«È strano, Sonia. Perché io sono proprio qui. Volevo farti una sorpresa, ma sembra che sia tu a farla a me».

Il silenzio che seguì fu pesante, rotto solo dal fruscio del vento tra le foglie. Ero stata colta in fallo e per un attimo non seppi cosa rispondere. Non sembrava arrabbiato, così decisi di sfruttare quell'imprevisto a mio vantaggio.

«Oh... ma davvero sei lì?» balbettai, forzando una risata nervosa che suonava finta persino alle mie orecchie. «Che sfortuna, amore... è che... abbiamo cambiato idea all'ultimo momento. Sì, c'era troppa gente e Sergio ha detto che conosceva un altro locale... più tranquillo».

«Ma davvero? Si può sapere dove siete? Se non vi disturbo, piccioncini, vi raggiungo... solo per vederti un attimo». Le sue parole risuonavano ironiche: non c'era risentimento, ma solo quella curiosità morbosa che probabilmente lo stava consumando.

«Non saprei spiegarti... è nella zona industriale... non conosco la via...» risposi, rifilandogli una scusa che nemmeno un bambino avrebbe bevuto. «E poi abbiamo quasi finito, stiamo per rientrare. Non ha senso che tu faccia tutta questa strada ora...».

Proprio in quell’istante, Sergio mi mordicchiò il lobo dell’orecchio, uno dei miei punti più sensibili, facendomi sussultare. A stento soffocai un gemito, trasformandolo in un colpo di tosse forzato che lui percepì chiaramente attraverso il ricevitore. Ci fu un istante di silenzio assoluto, un vuoto in cui potei quasi sentire il suo cuore accelerare dall’altra parte della linea. Lo immaginai nel parcheggio, perso nel tentativo di giustificare quell’ansimo, quell'affanno e quella bugia così spudorata.

Poi, riprendendo, chiese: «Tutto bene amore? Sembri turbata… Come si chiama il bar? Magari lo conosco».

«Ma... non so... a dire il vero siamo già usciti...» Sembrava che le mie risposte, chiaramente false e impacciate, lo intrigassero.

«Fattelo dire dal tuo amichetto, è lì? Chiediglielo...»

«No, no… sta telefonando. Ma perché vuoi saperlo?»

«Così... sembra un locale così tranquillo... non si sente nessuno».

«Ah... è che sono uscita».

«Se tornate vi aspetto...»

«No, vai pure... credo che ne avrà per un po’».

«Capisco… D’accordo, come vuoi... A più tardi, allora» mormorò lui alla fine, con una voce che tremava d'eccitazione.

«A dopo, amore...» risposi, mentre le mani di Sergio risalivano con prepotenza sulla mia coscia. «Verrai a prendermi all'uscita?».

Ci fu un attimo di esitazione. «Certo... perché me lo chiedi?».

«No, così... giusto per saperlo» dissi, con una dolcezza così smielata da risultare offensiva.

«Sai che vengo, o hai paura che ti veda di nuovo sbaciucchiare il tuo collega?» chiese tra l’ironico e il serio.

«Che stupido! Non vale neanche la pena che ti risponda. Allora a stasera, tesoro» chiusa la chiamata scoppiai in una risata sommessa, immaginando quali pensieri lo stessero logorando in quel momento.

Rivestendomi, vedevo nello specchietto l'immagine della Sonia di sempre, ma sotto i vestiti la verità era quella di una troia sodomizzata in una stradina di campagna, con la sborra di uno dei suoi amanti ancora appiccicata alla pelle.

Guidando sulla via del ritorno, appagato e soddisfatto, Sergio mi carezzava la fica sotto le mutandine; con il capo poggiato languidamente alla sua spalla lo lasciavo fare, in un’intimità che difficilmente assaporavo con il mio fidanzato.

Entrando nel parcheggio del bar, con un mezzo sorriso che tradiva più curiosità che vera preoccupazione, chiese: «Non hai paura che sospetti qualcosa?»

«Sospetti? Mio caro, è proprio ciò che voglio» risposi, con una smorfia enigmatica. Lui, dopo avermi fissata per un istante senza capire, scoppiò in una risata bassa, scuotendo la testa in un gesto d’incredulità.

Dopo un veloce spuntino tornammo al lavoro, dove il gioco tra noi era ormai diventato un continuo rincorrersi di sguardi e sfioramenti che rasentava l'imprudenza. In quel vecchio ufficio, covo di polvere e scartoffie, non era certo passato inosservato il mio nuovo look.

Non erano abituati a vedermi con gonne corte e svolazzanti, e se questo sembrava essere molto apprezzato dal signor Marzocchi e dai numerosi autisti, lo stesso non si poteva dire della signora Anna: la vecchia ne sembrava indispettita e cominciava a guardarmi in malo modo; come se avvertisse il peccato che portavo addosso.

Venne l’orario di chiusura e, con esso, il momento di mettere in scena il gran finale. Uscii abbracciata a Sergio, ridendo per una sua battuta e lasciando che il mio corpo premesse contro il suo con sfacciata naturalezza. Recitai la parte della ragazza spensierata, fingendo di aver rimosso la possibile presenza di Tommaso, parcheggiato poco oltre il cancello.

«Oddio...» sussurrai, scostandomi bruscamente con un movimento che trasudava colpevolezza. Cercando di assumere un atteggiamento normale, gli indicai l’auto del mio fidanzato, come a dirgli di staccarsi perché ci stava guardando.

Salii in macchina con un sorriso luminoso, e gli diedi un bacio a fior di labbra: un gesto insolitamente dolce, tipico di chi ha qualcosa da farsi perdonare. Tommaso non mosse un muscolo. Rimase lì, con le mani strette sul volante e un’espressione interrogativa che cercava di perforare la mia maschera di serenità.

Non era arrabbiato, ma carico; una corda tesa pronta a spezzarsi sotto il peso di un pomeriggio passato a fantasticare su di me tra le braccia di un altro. Notai come con gli occhi indugiasse sulle mie gambe, sorpreso da quella gonnellina insolitamente corta.

«In ufficio saranno contenti di poter ammirare le tue cosce» disse con ironia, «o lo fai solo per risollevare... il tuo amico?».

Gli rivolsi un sorriso vago, limitandomi a fissarlo in silenzio; godendo del turbamento che il mio mutismo gli provocò. «Stupido...» sibilai alla fine con malizia, assecondando la sua provocazione. Cautamente evitò di insistere, preferendo rinviare l'argomento a un momento più opportuno.

Arrivati a casa, lo lasciai in cucina a chiacchierare con i miei genitori, sgattaiolando al piano di sopra per lavarmi e cambiarmi. Memore della serata precedente, condannato a rimaner solo con i suoi dubbi, Tommaso aveva proposto di uscire per una pizza. Immaginavo perfettamente le sue intenzioni: fare con me il classico gioco del gatto con il topo; ma se credeva di essere il gatto, significava che non aveva ancora capito nulla.

Sotto il getto della doccia, lasciai che il calore sciogliesse la tensione e i residui dello sperma di Sergio, ma non il ricordo vibrante del suo possesso. Nuda davanti all’armadio, pensai a un look sbarazzino ma letale, perfetto per infierire sulla mia preda: un top di pizzo bianco per lasciar intravedere la curva delle mammelle e una minigonna in pelle morbida a esaltare il culetto.

Calzato il décolleté tacco dodici, scesi le scale accolta dal suo sguardo. Immaginava che quella Sonia così provocante non fosse più solo sua, e ne leggevo l’eccitazione nelle pupille dilatate, in quell’espressione sognante.

Saliti in macchina, rimase per un istante in silenzio, con il viso acceso di una morbosità che non riusciva più a mascherare. Squadrandomi dalla testa ai piedi, si soffermò sul pizzo del top e sulle gambe lasciate scoperte dalla minigonna. «Sei bellissima, Sonia. Stasera sei... incantevole» mormorò; e in quel "incantevole" c’era tutto il suo desiderio di trasgressione.

Giungemmo alla solita pizzeria, accolti dal chiassoso calore del personale e dagli sguardi curiosi degli altri clienti. Seduti al nostro tavolo, intrecciò le dita alle mie, quasi a voler rivendicare un possesso che sentiva sfuggirgli.

I due proprietari, Diego e Pasquale, vennero a scambiare le solite quattro chiacchiere. Nella loro ilarità vibrava un interesse per me mai nascosto, manifestato spesso con battute piuttosto esplicite. Tommaso, di solito cordiale e loquace, quella sera restava in silenzio, apparendo impaziente che se ne andassero. Persino Dino, il simpatico cameriere, fu liquidato rapidamente quando tentò di trattenersi oltre il dovuto.

Finalmente soli, in attesa della pizza, la sua stretta si fece insistente, carica di una speranza morbosa. «Allora tesoro, com’è andata oggi? Non hai proprio nulla da raccontarmi?» esordì, sporgendosi verso di me.

Lo fissai per un istante, godendo dell'ansia che gli contraeva il volto. «Nulla che tu non possa immaginare» risposi, lasciando che la frase suonasse ambigua.

«Nulla che non possa immaginare?» fece eco spiazzato. Poi proseguì: «Sapessi cosa immagino...».

«Cosa, amore?».

«Beh! Cosa vuoi che pensi? Prima i baci, poi sparisci con lui mentendomi… Cosa dovrei pensare, secondo te?».

Lo guardai senza rispondere, lasciando che cuocesse a fuoco lento in quel dubbio che tanto lo eccitava. Poi, fissandolo, gli chiesi: «Tu cosa vorresti che ti dicessi? Sii sincero».

Abbassò gli occhi, impreparato a quel faccia a faccia così diretto. Ero curiosa di ascoltare la sua confessione, di capire se avesse finalmente il coraggio di giocare a carte scoperte. Fino a quel momento la nostra era parsa più una partita a poker, dove a vincere è chi sa bluffare meglio.

In suo soccorso arrivò Dino con le pizze, interrompendo involontariamente il discorso. Avvertivamo entrambi che il clima era mutato: Tommaso aveva perso quella spavalderia iniziale, oscillando tra un imbarazzo quasi infantile e la bramosia di sapere. Voleva che squarciassi il velo, che gli regalassi un dettaglio anche minimo sufficiente a sfamare il desiderio che lo stava consumando. Ma per averlo, doveva cedere e dire la verità. Ammettere senza indugi la perversione che tanto lo eccitava: il mio tradimento.

«Allora?» lo incalzai appena Dino si fu allontanato. «Eravamo rimasti alla tua sincerità. Cosa vorresti che ti dicessi? Che sono la solita Sonia che va in ufficio, timbra il cartellino e torna a casa pensando solo a te?»

Lui posò le posate e alzò il viso. «Vorrei capire perché oggi hai mentito» mormorò. «E sapere se quel "posto tranquillo" dove ti ha portata fosse davvero... un bar».

Masticai un boccone di pizza lentamente, fissandolo con una punta di sfida. «Sì tesoro, era un bar. Sei contento ora? Oppure preferisci che ti dica che ti ho mentito? Che eravamo a letto in qualche motel di second’ordine? Perché sai, non credo che la storia del panino consumato in fretta ti soddisfi davvero. Tu cerchi altro».

Gli vidi il pomo d'Adamo sussultare in un brivido. Era un colpo basso, ma necessario. «Parla piano amore, ti prego... ci sentono…»

«Va bene,» dissi sporgendomi in avanti, «ma rispondi alla mia domanda: ti dà fastidio immaginarmi con Sergio in un luogo isolato, o ti eccita?».

La mia determinazione lo aveva disorientato completamente. Era a disagio, perso nel tentativo di difendere un’integrità che ormai faceva acqua da tutte le parti. Non solo faticava ad ammettere la verità di fronte a me, ma temeva che il mondo esterno potesse scorgere quel desiderio sporco che gli leggevo in faccia.

Due ragazzi occuparono il tavolo accanto e Tommaso, colto da un improvviso pudore, mi rivolse un sorriso bonario: un tacito segnale per farmi capire che fosse meglio tacere. Non ero arrabbiata, tutt’altro; percepivo che camminavamo su un crinale pericoloso, affrontando un discorso capace di spostare, se non addirittura distruggere, l’equilibrio della coppia.

Non volendo metterlo ulteriormente in imbarazzo, gli sorrisi di rimando e troncai il discorso. Finimmo di mangiare avvolti in una calma apparente, parlando poco ma scambiandoci occhiate che valevano più di mille spiegazioni.

«Dopo ti andrebbe di passare un’oretta al pub con gli altri?», chiese come a voler ristabilire una parvenza di normalità. Alzai gli occhi al cielo, lasciando cadere le spalle in un gesto di palese sconforto; sapeva bene che quella prospettiva non mi piaceva, ma accettai comunque, giusto per farlo contento.

In realtà, dietro quel disappunto si celava un’inquietudine più profonda: non era solo il fastidio di dover sopportare Federica e Giulia a tormentarmi, ma il timore di incontrare Antonio. Erano giorni che non si faceva sentire e quel silenzio improvviso, così insolito per un ricattatore come lui, appariva sospetto. Non sapevo se esserne contenta o preoccupata, ma l’idea di ritrovarmelo davanti, con il mio fidanzato così vigile e sospettoso, rendeva il gioco pericolosamente instabile.

Povero Tommaso; per un istante ne provai pena. Immaginavo quanto potesse apparirgli degradante ammettere quella verità, anche se sentivo che un chiarimento fosse ormai inevitabile per il nostro futuro. In attesa del caffè, gli presi la mano tra le mie e lo fissai con tutta la dolcezza di cui disponevo. Scrollando leggermente il capo, cercai di rassicurarlo: «Non pensarci più adesso, amore... con calma, vedrai che troveremo il modo di dirci tutto».

Mi guardò sorridendo languidamente, ricambiando la stretta con affetto. In quel momento ci sentivamo come due sconosciuti seduti allo stesso tavolo, ognuno con i propri segreti da confessare.

Arrivati al pub, trovammo gli amici già piazzati davanti alla partita. C'erano anche Federica e Giulia, che non appena ci videro entrare, si scambiarono un’occhiata perfida. Ignorandole scrutai subito con timore il bancone: c’erano i soliti volti, ma fortunatamente non Antonio.

Tommaso si unì subito ai ragazzi e io presi posto accanto alle ragazze, costretta a scambiare con loro le solite frasi di circostanza. Non le sopportavo, e a stento riuscivo a mascherare l'insofferenza per quei discorsi fatti di pettegolezzi e noia. Se le frequentavo era solo perché facevano parte della compagnia del mio fidanzato, ma mai le avevo considerate vere amiche.

Simulando interesse per i loro racconti, la mia attenzione tornava involontariamente a posarsi sulla zona del bar, quasi cercassi con insistenza la presenza del mio aguzzino.

«Che hai, tesoro?» chiese acidamente Federica, notando il mio vagare. «Cerchi il tuo amico? Oh, scusa... il tuo collega.»

«No, figurati. Cosa dici?» risposi, cercando di mantenere la calma.

«Proprio un bel ragazzo, sai?» insistette lei, godendo del mio disagio. «Strano che tu lo consideri così insopportabile...»

«Cosa vorrebbe dire? Uno può essere odioso anche se è carino.»

«Già! Eppure sembra proprio che ti manchi,» concluse con un sorriso obliquo.

Il mio viso avvampò vistosamente, accorgendomi con la coda dell'occhio che Tommaso, a pochi passi da noi, stava ascoltando ogni parola con interesse.

«Ma cosa vorresti insinuare?» chiesi spazientendomi.

«Niente, mia cara, niente...» rispose lei, tornando a sorseggiare il suo drink con aria trionfale.

Guardai furiosa il mio fidanzato; colto in fallo e visibilmente imbarazzato, si voltò di scatto verso lo schermo, fingendo di seguire la partita. Quella vipera era riuscita a farmi imbestialire; non riuscendo più a tollerare la loro presenza, uscii a prendere aria, lasciando che il fresco della sera calmasse il battito accelerato.

«Ehi, tutto bene dolcezza? Sembri pronta a incendiare il locale», scherzò un ragazzo biondo che fumava lì fuori con un amico.

Sorrisi mio malgrado, sorpresa da quella sfacciataggine. «Il locale forse no, ma una perfida strega sicuramente sì», risposi, godendomi la loro attenzione per un istante.

«Beh, se vuoi cambiare aria, noi stiamo andando a fare un giro», rilanciò l’altro con un'occhiata complice.

Risi, scuotendo il capo. Erano carini e, per un momento, l’idea di piantare tutto e salire in macchina con loro mi sfiorò.

Tommaso se lo sarebbe meritato, se non altro per essere rimasto a fissare lo schermo invece di difendermi.

Ma avevo una partita ben più importante da finire con lui.

Li liquidai con un cenno gentile; ero troppo nervosa per flirtare sul serio, e lo si vedeva.

Quando rientrai, mi venne subito incontro, leggendo chiaramente il mio stato d'animo. «Sonia, se vuoi ce ne andiamo...» sussurrò comprensivo. Accolsi la proposta con evidente sollievo, incurante degli sguardi maliziosi di Federica e Giulia che indugiavano su di noi. Limitandomi a un cenno distaccato, salutai tutti e lo trascinai verso l'uscita in un silenzio carico di elettricità.

Sentivo l'urgenza di restare soli e sfogarmi, per poi proseguire nel mio intento di farlo cedere. Sotto la sua apparente calma, presagivo già la tempesta pronta a scoppiare non appena chiuse le portiere dell'auto.

«Io lì non ci metto più piede!», sbottai con voce tagliente non appena fummo fuori. Camminavo spedita; i tacchi battevano rabbiosi sull'asfalto, con lui che faticava a tenermi il passo, sorpreso da quella mia improvvisa e violenta sfuriata.

«Sonia, calmati... che ti prende? Gli altri non c’entrano» tentò di rassicurarmi, dopo avermi afferrata per un braccio. Voltandomi di scatto, con gli occhi che fiammeggiavano nel buio del parcheggio: «Hai visto come mi guardavano quelle due? Non sopporto più questo clima, questa ipocrisia!».

Incerto se farmi o meno la fatidica domanda, mi fissò per un attimo, poi: «Scusa se te lo chiedo, ma il tipo a cui si riferivano le ragazze, chi era?» disse infine, gelandomi il sangue. «Rispondimi, ti prego: chi è quel ragazzo? A loro hai detto che si tratta di un collega, ma sappiamo benissimo che non è vero, perché li conosco tutti. Quella sera, per non metterti in imbarazzo, davanti a loro non dissi nulla; ma ora me lo vuoi dire?».

«Ma che ne so...», provai a ribattere con incerta determinazione.

«Sonia, smettila di mentire!», esclamò con una fermezza che non gli conoscevo, mentre il rumore metallico della serratura che scattava chiudeva fuori il resto del mondo. «Lasciamo perdere Federica e Giulia, ma posso saperlo?».

Cercai di mostrarmi imperturbabile, allacciando la cintura con dita tremanti. «Te l'ho già detto, è un collega, un consulente esterno che gira per gli uffici... perché mi fissi così?».

«Perché non è vero», ribatté. «Un consulente quello... ma figurati, a chi vuoi darla a bere?»

Esalai un sospiro di finta irritazione, guardando fuori dal finestrino. «E allora chi dovrebbe essere? Uno che ci ha provato con me mentre tu guardavi la partita? Mi stai facendo il terzo grado per questo?»

«Smettila di mentirmi!», tuonò nuovamente colpendo il volante. «Ti ho vista, vi abbiamo visti! C'era un qualcosa tra voi, nel modo in cui lo guardavi, che non aveva nulla a che fare con le avance di uno sconosciuto. Sai cosa si sono dette le ragazze? Beh, te lo risparmio… ma credimi, per me è stato molto imbarazzante. Dunque Sonia, rispondimi: chi è?»

Tentennai, la gola improvvisamente secca. «Io... non capisco questa tua ossessione. Forse l'avrò incrociato a qualche evento aziendale, può darsi che si chiami... Marco? O forse Andrea?».

Scoppiò in una risata amara, priva di gioia. «Marco, Andrea... Prima era un collega, ora non ricordi nemmeno il nome? Stai annaspando, Sonia. È con lui che hai intenzione di uscire quando io sarò via per lavoro?».

Rimasi immobile, lo sguardo perso nel buio del parcheggio. «Ma figurati... Che c'entra adesso?»

«Ti hanno vista tutti come pendevi dalle sue labbra! E ora fingi di non conoscerlo. Ma cazzo! Cosa ti costa dire chi è? Se lo tieni nascosto, ci sarà un motivo! Non lo vuoi dire? Va bene, vediamo se indovino: si tratta forse del famoso Antonio? Perché da come lo ha descritto tua madre sembrerebbe proprio lui. E allora, se come dici è solo il fidanzato di una tua fantomatica amica, perché non me lo presenti?»

«Basta, ti prego! E va bene, sì, hai indovinato, sei contento?», sbottai infine esasperata, voltandomi con una fiammata di stizza negli occhi. «E allora? È questo che volevi sentirti dire? Se non te l'ho presentato è proprio perché sapevo che avresti reagito esattamente così: come un bambino geloso e paranoico che vede ombre ovunque!»

Incassò il colpo, stringendo il volante. «Geloso? Io? Sonia, non sono le ombre che mi preoccupano, ma le bugie. Perché nascondermi un nome? Perché inventarti colleghi inesistenti se è solo un amico? Se è tutto così innocente, che motivo hai per mentire?»

Esalai un sospiro tremante, lasciando che la rabbia sfumasse in una nota di stanchezza calcolata. «Perché quello ci prova continuamente. Sì, è venuto a prendermi a casa, cogliendomi alla sprovvista, e siamo andati al lago con gli altri; ma per tutto il tempo ci ha provato con me in un modo così spudorato e volgare che non sapevo come gestirlo.»

Feci una piccola pausa, mostrandomi impacciata nel cercare le parole. «Non volevo fartelo conoscere perché non voglio più averci nulla a che fare. Desidero solo evitarlo, farlo uscire dalla mia vita senza darti altre preoccupazioni, senza scatenare questo schifo. Volevo solo tenerlo lontano da noi... e da come riesce a farmi sentire sporca ogni volta che lo vedo.»

Rimase muto, le mani ancora strette sul volante ma prive di forza, in uno stato di evidente confusione. Meditava guardando fisso nel vuoto con un’espressione indecifrabile, forse in colpa per avermi accusato così duramente. Lui, che mi credeva incapace di mentire, si era appena bevuto l’ennesima giustificazione fasulla. Forse un giorno gli avrei detto la verità, giusto per farlo contento, ma per il momento dovevo misurare bene le dosi: come un drogato, presto sarebbe stato lui a chiedermi sempre di più.

Accese il motore e finalmente abbandonammo il parcheggio del pub. Viaggiammo in silenzio, meditando entrambi su quanto ci eravamo appena scambiati. Avevo improvvisato bene, ma ero certa che quel discorso, prima o poi, sarebbe riemerso.

Raggiunto il consueto luogo isolato, si avventò su di me con un’insolita e rabbiosa impazienza.

Lo lasciai fare, sorridendo maliziosa tra un bacio e l’altro; godevo di quel nuovo vigore, un’energia maschia e disperata, nata direttamente dal fiele della gelosia che gli stavo iniettando nelle vene.

Sentivo le sue mani cercarmi con urgenza, mentre io rimanevo passiva, assaporando il trionfo di averlo ridotto così.

Ad un tratto si staccò bruscamente, col fiato corto; fissandomi, chiese con voce rotta: «Dove eravate oggi tu e il tuo collega? Non mentirmi ancora, Sonia. Ti prego, dimmelo».

Fingendomi infastidita sgranai gli occhi, cercando di sostenere il suo sguardo con una finta insofferenza. «Ora non ricominciamo! Te l’ho detto, amore... abbiamo pranzato in un posto nuovo».

«Non ti credo, non ha senso!» esplose, e vidi la disperazione farsi largo sul suo volto. «Hai detto che al bar dove andate di solito c'era una confusione terribile; io ero lì, Sonia. C’era pochissima gente. Perché insisti a volermi mentire?» incalzò, stringendo i pugni fino a far sbiancare le nocche. «Non sono arrabbiato, ma vorrei che tu me lo dicessi; altrimenti, significa che nascondi qualcosa».

Abbassai il capo, lasciando che il silenzio pesasse tra noi come un macigno, godendo del modo in cui quel vuoto lo stava logorando. «Non devi pensare male... te l’ho detto, Sergio sta attraversando un momento difficile con la sua ragazza», mormorai, simulando un imbarazzo pesante, come se fossi costretta a tradire una confidenza.

«E dunque? Sei andata a farlo sfogare?» chiese con un sarcasmo che tradiva tutta l'ansia.

«Non se la sentiva di stare in mezzo alla gente, aveva bisogno di parlarmi privatamente...»

«Ok, ma cazzo! Si può sapere dove eravate?»

Finsi di esitare, tormentando nervosamente il labbro inferiore. «Sì, ma non ti arrabbiare... siamo andati in un parcheggio, tra i capannoni della zona industriale. Ti ripeto: voleva solo parlare, era davvero agitato».

«Parlare?» scosse la testa. «Sonia, tesoro... per parlare non serve appartarsi tra i capannoni. Non sono scemo. Vi ho visti l’altra sera... e non credo nemmeno per un secondo che vi siate chiusi in macchina solo per parlare».

«Ma amore... non fare così...», dissi con un filo di voce, quasi volessi nascondermi nell'ombra del sedile, «non ricominciare a fare il geloso. Credevo che certe cose ti piacessero, ma è tutta la sera che mi accusi».

«Quali cose?» Sussultò.

«Beh... l’altra sera in macchina, quando hai chiesto se uscivo con qualcuno... ho avuto l’impressione che tu non aspettassi altro», risposi, lasciando che la provocazione galleggiasse nel silenzio dell'abitacolo.

Rimase un istante immobile, con il capo abbassato e il respiro che si faceva più pesante, irregolare. Sembrava riflettere su quella verità che non aveva ancora il coraggio di nominare. Poi, disse piano: «Ma se anche fosse... perché mentirmi? Perché non dirmi nulla?».

«Per non farti incazzare, tesoro... è tutta sera che sbraiti e mi accusi...»

«Non... non è vero!». La sua fu però una protesta soffocata, priva di rabbia reale, sostituita da un'urgenza morbosa. «Io non sono arrabbiato, Sonia. Voglio solo che tu sia sincera, e sapere cosa succede quando io non ci sono».

Lo fissai per qualche secondo, studiando la sua resistenza che si sbriciolava. «Sicuro? Sei davvero sicuro di volerlo sapere?».

«Certo! Allora... allora è vero che avete fatto qualcosa! Lo sapevo, lo sentivo...».

«Sì... ma amore, non quello che credi...», finsi di cedere, abbassando la voce fino a renderla un soffio. «Solo qualche bacio... qualche effusione. Ma cose innocenti, Tommaso...».

«Innocenti?» fece eco spiazzato. «Sì, ma come? Con la lingua? Ti ha infilato la lingua in bocca mentre eravate lì da soli?».

Non risposi, limitandomi ad abbassare lo sguardo, lasciando che il silenzio valesse come una confessione piena. Lo sentii deglutire a fatica, un rumore secco nella cella buia dell'auto. «Accidenti Sonia... mi fai morire...», gemette, e vidi il petto sollevarsi in un respiro profondo, spezzato.

Con un gesto lento, fintamente involontario, la mia mano scivolò lungo la sua coscia fino a posarsi sull'inguine; sotto i pantaloni, il suo patetico cazzetto era una colonna di marmo che pulsava con una violenza inaudita. Sgranai gli occhi mostrando una meraviglia infantile, saggiandone la durezza con le dita. «Vedi? Sei di nuovo eccitato...».

Invece di scostarmi, premette il bacino contro il palmo come a voler cercare un punto d'appoggio in quel mare di torbidità. «Sì! Vuoi saperlo? Da ieri pomeriggio, da quando vi ho visti... passo le ore a immaginarti tra le sue braccia e non riesco a pensare ad altro, cazzo! Ora te l’ho detto: sei contenta?».

Accarezzai il profilo dell'erezione attraverso il tessuto, spingendo l'asticella della provocazione un millimetro più in alto. «Tesoro, guarda che non ti devi vergognare. Anzi... la trovo eccitante anch’io questa cosa che provi», sussurrai, facendo scivolare le dita sulla punta tesa del membro.

Gemette, lasciando cadere la testa all'indietro e abbassando le palpebre. «Davvero? Non mi giudichi... un pervertito?». Si era calmato, come se quella confessione lo avesse finalmente liberato da un peso insopportabile.

Lo accarezzai teneramente e gli diedi un bacio leggero, rassicurante, sentendo il suo battito galoppare sotto la camicia. Rincuorato dalle mie parole, tornò timidamente alla carica, divorato da una curiosità morbosa. «Solo un bacio, amore?». Lo chiese con una dolcezza struggente, come un fanciullo che implora di conoscere il finale di una fiaba proibita. Gli rivolsi un timido sorriso e una piccola smorfia, quanto bastava per fargli capire che la verità non si fermava lì.

Fu come gettare benzina sul fuoco. «Ecco! Sapevo che nascondevi qualcosa!» esclamò, con il volto acceso di entusiasmo. «Dimmi, ti prego... raccontami tutto. Non lasciarmi così».

«Sicuro che poi non ti arrabbi di nuovo? E che non cambierai idea su di me?», finsi di esitare, giocando la carta della ragazza timorosa.

«No, te lo giuro; guarda come sono ridotto! Non senti quanto sono eccitato quando dici queste cose?».

Esitai un istante, poi, fingendo di cedere: «Ecco, vedi… sì... mi ha toccata... Beh, insomma... capisci? Io non volevo all'inizio... ma poi ho ceduto alla sua insistenza... Te l’ho detto, poverino, era così abbattuto... che non me la sono sentita di respingerlo».

«Ma dove ti ha toccata? Sopra o sotto i vestiti?» chiese, col respiro che gli fischiava nei polmoni.

«Sai... avevo la gonna corta...»

«Ti ha toccato la fica?» azzardò incredulo. «Ti ha fatto un ditalino?».

«Sì, Tommaso… ma te lo giuro, non è come credi... è stato un attimo di follia», mentii spudoratamente, tormentando con le dita la sua eccitazione.

«E tu? Tu sei rimasta ferma?» incalzò. «Glielo hai toccato?».

«È stato lui... ha preso la mia mano e se l'è portata lì... non sapevo come tirarmi indietro...»

«Dunque glielo hai toccato? Non dirmi che gli hai fatto anche una sega?»: la domanda gli uscì dalle labbra come una preghiera.

«Sì... poveretto, mi faceva pena, e quando ho sentito che lo aveva così duro, ho iniziato a fargliela.. ma...»

«E com'è? Com'è il suo cazzo?»

Voltai il viso di lato, fingendo pudore, ma in realtà per nascondere il ghigno di piacere che contraeva le mie labbra.

«È... più grosso del mio?» insisté con un’espressione disperata, cercando il contatto, come se volesse un confronto immediato.

«Sì, amore. Molto più del tuo», sussurrai, scoccando il dardo finale dritto nel cuore dell'orgoglio di maschio. «È lungo e grosso... Faticavo a impugnarlo tanto era grande; e vedessi la cappella che ha...».

Bastò quella frase a far saltare l'ultima diga. Tommaso ebbe un sussulto parossistico; lo vidi sgranare gli occhi e inarcare la schiena contro il sedile, emettendo un gemito rauco, profondo, che sembrò squarciargli la gola. Rimase immobile per lunghi secondi, vibrando in ogni muscolo, finché non si accasciò contro di me, completamente svuotato del suo tormento. Sentii l’umido dell'eiaculazione inondargli i pantaloni proprio sotto il mio palmo, un calore che testimoniava la resa totale.

Era venuto così, in un parcheggio buio, sconfitto come uomo ma rinato come schiavo, eccitato a morte dall'idea che avessi avuto un rapporto intimo con un maschio sessualmente superiore a lui. Lo strinsi a me, sentendo il suo battito martellare come un tamburo impazzito contro il mio petto, mentre nel buio un ghigno di trionfo mi illuminava il viso: ora era mio, corpo e anima, incatenato ai miei peccati.

Non era più il mio fidanzato, ma lo spettatore del mio piacere.