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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 66
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Capitolo 66 di 78 21 min di lettura

Una domenica particolare

Tra rituali consolidati e una noia asfissiante, saprà Sonia soddisfare la fame implacabile del fidanzato? E la propria? Un viaggio dove il limite è solo un dettaglio.

Sonia
6 mesi fa · 610 letture · 0

Le urla di mamma lacerarono il velo del mio sonno, trascinandomi in superficie con una violenza che non meritavo.

Allungai una mano verso il comodino, cercando la sveglia con i movimenti lenti di chi non è ancora pronto a rinunciare al proprio oblio: le dieci.

Tommaso mi aveva lasciata davanti al cancello alle tre del mattino, ma il silenzio della camera non era servito a calmarmi.

Incapace di dormire, ero rimasta a fissare il soffitto per ore, sentendo ancora sulla pelle l’elettricità di quel sabato interminabile.

Ripercorrevo ogni istante, godendo nel ricordo di come lo avessi portato al limite: provocarlo era diventato un gioco sottile, un’arte che affinavo ogni volta che i suoi occhi cercavano i miei implorando pietà o verità.

Alla fine, lui aveva ceduto.

La sua confessione in auto era stata di una dolcezza disperata, una resa totale che ancora mi faceva vibrare il basso ventre.

Eppure, il ricordo della pizzeria bruciava ancora.

La rabbia che avevo provato per quel maldestro tentativo di riconciliazione con Federica e Giulia non si era spenta; quegli sguardi, quel loro voler scavare nella mia vita privata, erano un capitolo che volevo chiudere definitivamente.

Ero certa che quella strega di Federica non si fosse bevuta la storiella del malinteso che l’ingenuo fidanzato le aveva propinato; le donne come lei sentono l’odore della trasgressione, e il mio, ormai, doveva essere diventato insopportabile per la loro morale mediocre.

Come se non bastasse, il programma della giornata prevedeva, dopo la messa, il pranzo dai genitori di Tommaso.

Erano persone dolci e care, ma di una noia terribile, custodi di una ritualità che ormai mi stava stretta come un vestito di una taglia troppo piccola.

Già me la vedevo la scena: sua madre intenta a volermi ingozzare a tutti i costi, alternando porzioni generose di lasagna a chiacchiere di una banalità disarmante, mentre il padre avrebbe monopolizzato l’intera durata del pranzo per parlare di lavoro con il figlio.

Sfilata la camicia da notte, restando nuda davanti allo specchio, pensavo a quanto sarebbe stato surreale sedersi a quella tavola immacolata portando addosso i segreti della sera prima.

Mi avrebbero guardata come la nuora ideale, la ragazza perbene da accogliere in famiglia, ignorando che sotto il vestito buono, portavo il ricordo del tocco di Yuri e nelle orecchie sentivo risuonare ancora le torbide confessioni del loro adorato figlio.

Infilai la biancheria con gesti lenti, scegliendo un completo che non lasciasse trapelare nulla; eppure, il solo contatto del cotone contro la fica, ancora sensibile, mi fece scorrere un brivido lungo la schiena.

Sarebbe stata una recita perfetta: il massimo della virtù pubblica a coprire il massimo della trasgressione privata.

In bagno trovai Chiara.

Era seduta sul water, ancora mezza addormentata, i capelli scompigliati dal sonno che le incorniciavano il viso.

La salutai distrattamente, un cenno appena accennato tra i vapori del mattino, e iniziai a truccarmi.

Condividendo gli stessi spazi, quella per noi era una consuetudine consolidata; ci alternavamo nelle funzioni con la naturalezza di chi non ha più nulla da nascondere.

Accovacciata sul bidet, la osservavo riflessa nello specchio; concentrata sul trucco, con gesti precisi, cercava di nascondere i segni della notte.

Era davvero bella, e il mio pensiero tornò ostinatamente a quel piccolo segreto scoperto per caso: quella macchia di sperma che avevo rinvenuto sulle sue mutandine nel cesto della biancheria.

Un marchio inequivocabile che non poteva appartenere a Francesco.

La guardavo, chiedendomi chi fosse davvero la ragazza oltre quel profilo così simile al mio.

Parlava poco e di lei, in fondo, non sapevo nulla.

Era assurdo: eravamo sorelle, quasi coetanee, eppure ci muovevamo nella stessa casa come due estranee, ognuna prigioniera dei propri desideri inconfessabili.

Chissà se anche lei, osservandomi, sentiva l’odore della mia corruzione o se eravamo solo due ombre che si incrociavano prima di mettersi la maschera della domenica.

Indossato l’abito buono, scesi in cucina.

Mamma fremeva; la sentivo chiamare Chiara con quel tono agitato che riservava alle mattine di festa, spazientita nel vederla, solitamente, mai pronta.

La parrocchia era poco distante e ci andavamo a piedi: come sempre, io e mia sorella davanti, e mamma e papà al seguito; fieri di quella compostezza borghese.

All’entrata della chiesa, puntuali e fedeli come due cani ammaestrati, i nostri fidanzati.

Ci accolsero sorridenti, per poi accompagnarci alla solita panca in prima fila; il posto d’onore davanti a tutti.

Sul volto di Tommaso però, aleggiava quel giorno uno strano sguardo vispo; un’euforia nervosa che stonava con il pallore della sua pelle.

Ero certa che non avesse dormito.

Eppure, in quegli occhi che cercavano i miei, leggevo una vitalità febbrile; lo stesso tremito che doveva averlo scosso tutta la notte, ripensando a quanto gli avevo confessato.

Era incredibile come l’essere tradito, invece di schiacciarlo, lo facesse sembrare quasi rinato, elettrizzato dall'idea di sedersi accanto a me in quel luogo sacro, custode di un segreto che avrebbe fatto inorridire l'intera congregazione.

Finita la funzione e salutati i miei genitori, partimmo verso casa sua.

Ritrovarsi di nuovo soli su quell’auto, fu come chiudersi alle spalle la porta del mondo reale per rientrare nel nostro santuario di segreti.

Lo osservavo di profilo: stringeva esageratamente il volante e quell’insolito sorriso non lo abbandonava un istante; quasi a volermi contagiare con la sua eccitazione.

«Non hai dormito, vero?» chiesi con un tono di voce basso, quasi una carezza.

Scosse il capo, ridacchiando piano, un suono nervoso che tradiva agitazione.

«Impossibile, amore. Continuavo a rivedere la scena... intendo... quella di te e il tuo amichetto. E come avrei potuto dormire? Poi non facevo che pensarti in bagno con quel Yuri...»

Si inumidì le labbra, lanciandomi un'occhiata carica di una fame disperata. «Hai detto che ti ha stretto un... un capezzolo... e che gli hai sfiorato il cazzo. Di’ la verità: ti sarebbe piaciuto... che ne so... prenderglielo in mano?»

Sistemandomi meglio sul sedile, lasciai che la gonna risalisse appena, esponendo la coscia nuda alla sua bramosia.

«Sei insaziabile, tesoro,» risposi con una calma studiata, godendo del suo sussulto. «Te l’ho detto che la prossima volta lo faccio; guarda che non sto scherzando.»

«Sì, però poi me lo racconti,» rispose entusiasta. E subito dopo: «Ma non hai risposto: ti sarebbe piaciuto segarlo come fai con il tuo collega? A proposito... a quello fai anche i pompini?»

Lo guardai, mantenendo un'espressione indecifrabile. «Tommaso! Ma che domande fai?»

Lui deglutì a vuoto, imboccando il vialetto di casa. «Sì... scusa... è che mi lascio prendere e non capisco più nulla. Tra l’altro non ho nemmeno dormito...»

Gli rivolsi un sorriso dolcemente velenoso, sfiorandogli il viso con una carezza leggera. Poi, spiazzandolo con la precisione di un colpo di grazia: «Sì.»

Mi osservò senza capire, distratto dalla manovra di parcheggio. «Cosa, amore?» chiese, spegnendo il motore.

Lo fissai continuando a sorridere, lasciando che il silenzio dell’abitacolo amplificasse le mie parole. «Sì, glieli faccio.»

Restò immobile come una statua di sale, con le mani ancora incollate al volante e il fiato sospeso nei polmoni. Lo lasciai lì, pietrificato, e scesi dall'auto lasciandomi sfuggire una risata argentina.

Sua madre mi venne subito incontro; abbracciandomi con il calore di sempre, sinceramente felice di avermi a tavola.

Il pranzo si svolse come da copione. Osservavo Tommaso: a stento riusciva a tenere gli occhi aperti, assecondando con uno sforzo visibile i discorsi prolissi del padre.

Era un’ombra che si muoveva meccanicamente tra una portata e l’altra, schiacciata dal peso delle immagini che gli avevo piantato nella testa poco prima.

Terminato il pasto, vedendolo ormai al limite del collasso, gli consigliai di stendersi per dormire un poco.

Ne approfittai per uscire a fare due passi in giardino, assaporando l’aria fresca e la quiete domenicale.

Tra le siepi curate e il silenzio interrotto solo dal rumore lontano delle posate in cucina, pensai a Mario; era da tanto che non lo sentivo.

Presi il telefono dalla borsa e gli mandai un messaggio, curiosa di vedere quali reazioni avrebbe scatenato quel mio improvviso ritorno.

Sonia: "Ciao Mario, dove sei finito? Sparito nel nulla... 😉"

La risposta non si fece attendere. Era il suo modo di riprendersi lo spazio, di farmi capire immediatamente che non ero io a dettare le regole del gioco.

Mario: "Ciao troietta... ti prude la fica?" 🍑🔥🌶️😈

Quel tono, così rude e diretto, mi investì come una sferzata di calore improvvisa. Non ero più abituata ai suoi termini, a quelle provocazioni brutali che avevano il potere di eccitarmi fino alle lacrime.

Sonia: "Che modi! 😠 Però... sì... diciamo che vorrei qualcosa di tuo! 🍆💦🤤"

Mario: "La solita puttana! Ti stai toccando? Lo so, me lo sento!" 🍑🖕🏻

La sua sfacciataggine mi procurava un piacere perverso, una vertigine che solo lui sapeva innescare con tanta violenza gratuita.

Sonia: "Non capisco di cosa parli..." 🤫🤤🌊

Mario: "Certo che capisci. Lo so che sei nuda, sul letto, e che mi stai desiderando. E ti piace questa cosa. Ti piace essere una puttanella che si tocca scrivendo." 😈

Sentivo il cuore battere forte, e le mani tremare leggermente sull'involucro del telefono. In quel giardino curato, tra i fiori dei futuri suoceri, mi sentivo una troia.

Una sensazione deliziosa.

Sonia: "Certo che mi piace... ma non sono a letto... 😍"

Mario: "Mi manchi puttanella! Più di quanto immagini. Tu e la tua figa da troia. 🍑🍆💦... Per te non basta un reggimento di cazzi!"

Prima di andare avanti…

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