L’immagine di un'intera schiera di uomini pronti a possedermi mi scosse con un brivido profondo. La sua presenza mentale, quella dominazione così volgare, erano il mio ossigeno.
Sonia: "Quando vieni a trovarmi?" 🤤🍑🍆💦
Mario: "Chissà? Prima o poi vengo! Ma il cornuto? 🤘🏻 Come sta? Sei ancora con lui? Non ti sei ancora stancata di fingere?" 😈
Sonia: "Bene, sta bene, ma le corna gli crescono giorno dopo giorno... 🦌😈"
Mario: "Brava puttana, sei la mia allieva migliore!"
Ci salutammo così. Chiusi la chat con il respiro corto, sentendo il calore dell'eccitazione premere contro il tessuto degli slip.
Con lo smartphone stretto nel palmo e il sorriso ancora vivo sulle labbra, voltandomi, vidi a pochi passi da me Lucia, la madre di Tommaso.
Non avrei saputo dire da quanto tempo fosse lì o cosa avesse visto, ma il suo sguardo indugiava sul mio volto con una strana curiosità, da farmi quasi arrossire.
Con una forzata smorfia di cortesia, iniziò a dirmi delle rose, perdendosi in una dissertazione minuziosa sulla cura del giardino.
Le sue parole fluivano ininterrotte, un velo di chiacchiere stese forse per coprire l'impaccio di avermi spiata.
La assecondavo annuendo, fingendo un interesse che non avevo, sentendo invece il calore della chat di Mario ronzarmi nella mente.
Dopo una mezz’ora abbondante di noia distillata su potature e concimi, rientrammo finalmente nel fresco della casa.
Lì, il tempo sembrò fermarsi, intrappolato in una di quelle odiose trasmissioni domenicali che riempivano il salotto di applausi e schiamazzi inutili.
Dovetti sorbire tre ore di quella tortura catodica, seduta composta sul divano di velluto, l’immagine stessa della nuora perfetta, con il fidanzato in camera sua, abbandonato a un sonno profondo.
Si stava facendo tardi e, vedendo che Tommaso non accennava a comparire, andai a svegliarlo.
Ancora avvolto in un torpore assoluto che ne rendeva i tratti quasi infantili, cercò di mettermi a fuoco, come se non ricordasse della mia presenza.
Con un debole sorriso mi tirò a sé, mormorando scuse per avermi lasciata sola con i suoi genitori.
Dopo essersi fatto una doccia veloce, lo aiutai a preparare la valigia, piegando gli abiti con una cura che nascondeva una certa impazienza.
C’era ancora del tempo prima del volo e, quasi a voler prolungare quel baccanale di segreti in cui lo avevo trascinato, propose di fermarci per un aperitivo lungo la strada.
Non era la prima volta che lo accompagnavo all’aeroporto per poi tornare con la sua auto.
Ci fermammo in un bar appena fuori città, un posto già frequentato un paio di volte in occasioni simili.
Scegliemmo i tavolini all’aperto, ideali per gustarci gli ultimi raggi di sole e quella brezza leggera che accarezzava la pelle.
Tommaso mi guardava con un’espressione soddisfatta; il riposo pomeridiano lo aveva visibilmente rigenerato.
Non appena il cameriere portò gli aperitivi, lui ruppe ogni indugio, incapace di attendere oltre.
I suoi occhi brillavano della luce febbrile di chi si aspetta rivelazioni entusiasmanti.
«Quindi glieli fai davvero?» esordì, sporgendosi verso di me e abbassando la voce, come se il solo pronunciare quel pensiero lo facesse mancare d'aria.
Finsi di non capire, accompagnando il silenzio con una smorfia interrogativa appena accennata. «Cosa, amore?»
Si guardò attorno, timoroso che qualche orecchio indiscreto potesse intercettare la nostra intimità. «Sì... i pompini» mormorò, con un imbarazzo così viscerale da farmi sorridere.
«Ah... quelli... sì. Un paio di volte è successo» risposi allegramente, lasciando che le parole vibrassero nell'aria tra noi.
«Ma... sempre in macchina? Voglio dire, durante la pausa pranzo?»
Mi limitai ad annuire, osservandolo deglutire a vuoto prima di proseguire.
«Sonia, ora puoi dirmelo: da quanto tempo va avanti la vostra storia? Sii sincera, lo sai che non mi arrabbio.»
«Amore, non è da molto. Te l’ho già detto, circa una settimana...»
«Da quando hai ripreso a lavorare?» incalzò con la voce che si faceva più sottile, quasi un soffio.
«Sì... te l’ho...»
«E cos’è cambiato rispetto a prima? Intendo, perché prima non accadeva? C’entra qualcosa la vacanza?» Il suo sguardo bruciava, cercava una crepa nella mia compostezza. «Dimmelo, Sonia: è forse quanto accaduto con Luca ad averti cambiata?»
Non risposi, limitandomi ad abbassare gli occhi sul bicchiere, lasciando che il silenzio diventasse la conferma più crudele.
Rimase a osservarmi, immobile, in attesa di una risposta che tardava ad arrivare.
Fu lui a proseguire: «E scusa se te lo chiedo, ma cosa è accaduto di preciso con quell’Antonio? Mi ero accorto, sai? Appena tornati da Rimini, quando dicevi di uscire con le amiche, avevo intuito che ci fosse qualcosa. Amore, puoi dirmi tutto. Anche se imbarazzante, sono stato sincero con te e sarebbe giusto che tu lo sia con me. Non posso certo obbligarti a farlo, ma vorrei che tra noi non ci fossero più segreti.»
Lo guardai, riflettendo profondamente su quelle parole. Aveva ragione a esigere la mia sincerità, dopo aver messo a nudo la propria.
Ma come potevo raccontargli episodi tanto estremi? Come confessargli fin dove mi fossi spinta al mare, o quanto mi avesse costretta a fare Antonio?
Negare completamente sarebbe stata un’offesa alla sua intelligenza e, soprattutto, una negazione di ciò che bramava sentirsi dire.
Decisi così di somministrargli una verità fasulla, capace di eccitarlo senza schiacciarlo con i fatti veramente accaduti; un veleno dosato con cura per alimentare il suo desiderio senza traumatizzarlo.
Da vera attrice, iniziai schiarendomi la voce, lasciando che un velo di finta vulnerabilità appannasse lo sguardo.
«Hai ragione, Tommaso, ma vedi... è terribilmente imbarazzante per me. Se non ti ho detto nulla è solo perché mi vergogno.
È vero, quella settimana mi sono vista con Antonio, ma credimi... è stato un errore... io non avrei dovuto...»
Soffocai un finto singhiozzo e lui, come previsto, corse in mio soccorso, afferrandomi le mani tra le sue.
«Calmati, calmati amore. Stai tranquilla, non preoccuparti... siamo qui insieme, no? Vedrai che quando avrai raccontato tutto starai meglio.»
«Dici?... È così umiliante...» mormorai, coprendomi il viso.
«Raccontami con calma tesoro, dall’inizio. Dove lo hai conosciuto?»
«Me lo ha presentato un’amica. All’inizio sembrava carino, gentile. Così, quando hanno proposto di andare al lago, ho accettato. Ma quello, il giorno dopo, si è presentato a casa mia, ai miei genitori... capisci? È capace di incantare chiunque; persino a mamma ha fatto una buona impressione. Ma poi... in macchina, ha iniziato subito a toccarmi... anche al lago.»
«E la tua amica?» incalzò sempre più incuriosito.
«C’era un altro ragazzo che le piaceva e lei... sì, insomma, se la faceva con questo.»
«E tu con Antonio?»
«No... sì... insomma, eravamo soli... All’inizio ho cercato di oppormi, ma poi... per calmarlo... ho ceduto con un bacio... e...»
Lasciai la frase a metà. La faccia di Tommaso era paonazza, i lineamenti distorti da una tensione tale da farmi temere che sborrasse nuovamente nei calzoni lì, davanti a tutti.
«E poi…?» chiese, la voce ridotta a un filo.
«Poi... i ragazzi hanno noleggiato un pedalò e... lontani dalla riva... hanno insistito che togliessi il costume. Ti giuro che non volevo, ma la mia amica se l’è tolto e io... hanno insistito tanto...»
«Tutto?» esclamò sovreccitato. Annuii.
«E... eri lì nuda con loro? E poi?» insisté con la saliva che gli faceva capolino agli angoli della bocca.
«Antonio ha iniziato a baciarmi e toccarmi ovunque... e gli altri facevano lo stesso... Capisci? Mi ci sono trovata e... anche lui era nudo...»
Feci una pausa a effetto, facendo in modo di essere spronata a proseguire.
«Glie... glielo hai toccato?»
Annuii nuovamente, giustificandomi subito: «Per forza! Insisteva e io... beh, sì, ho cominciato a... era così duro...»
«Era grosso?»
«Come?» finsi di non capire.
«Sì amore... era... era grosso? Intendo...» guardandosi attorno, quasi in un bisbiglio, aggiunse: «...il suo cazzo.»
«Ah... sì Tommaso, molto… avessi visto... E... e... voleva mettermelo dentro, ma mi vergognavo; qualcuno avrebbe potuto vederci...»
Fissando il pavimento rimase a pensare alla scena. «E poi?»
«Poi… poi siamo rimasti lì… gli altri due dietro scopavano, e lui... ha voluto che gli facessi... capisci?» piccola pausa d’imbarazzo «... come mi vergogno...»
«Una sega?» scossi la testa.
«No... un... pompino.»
«E glielo hai fatto?»
Frignando disperata: «E come potevo dirgli di no? Insisteva tanto...»
«E ti è venuto in bocca?»
«Amore, mi ha costretta! E ha voluto che la mandassi... sì, la mandassi giù... e io...»
«L’hai mandata giù tutta?» esclamò basito.
«Sì... e non finiva più, era tanta... tanti schizzi.»
«E... e che sapore ha?»
Con una smorfia: «Beh... non male... pensavo peggio.»
Tommaso era confuso, perso in quelle immagini. Poi, con voce flebile: «E dopo?»
Lo guardai fingendomi incerta se proseguire. «Siamo tornati a riva.»
«E...»
«E... hanno voluto andare a casa di Filippo, il ragazzo della mia amica.»
«Eravate solo voi quattro?»
«Sì, era la casa dei suoi lì al lago e...»
«E lì ci sei andata a letto» mormorò.
Annuendo mesta, abbassai il capo.
Quasi incapace di respirare: «Dio mio... Sonia, tu mi farai morire. Ho il cuore che sembra impazzito.»
«Scusa amore, sei arrabbiato?» chiesi con finta ingenuità, pur sapendo quanto fosse eccitato. Scosse la testa, incapace di parlare.
Poi, dopo un lungo istante, riprese: «E... vi siete rivisti?»
Annuii ancora. «Quante volte?»
«Due... tre volte...»
«Sicura?»
«Forse quattro... non so...»
«Come non lo sai, tesoro? Vi vedete ancora?»
«No, te l’ho detto... è finita» risposi con una sicurezza che pareva rassicurante.
