Alzandosi, mi diede un bacio sulla fronte, gli occhi lucidi e il respiro corto. «Aspettami, vado un attimo in bagno» disse, prima di allontanarsi con passo incerto.
Lo aspettai per una decina di minuti. Alcuni ragazzi, seduti al tavolo accanto, avevano già attaccato bottone presentandosi subito; erano carini, ma il mio pensiero restava fisso su dove fosse finito il mio fidanzato.
Si stava facendo tardi e lui aveva un aereo da prendere. Finalmente lo vidi tornare: stava riponendo il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni, e sul suo volto aleggiava un sorriso sereno, quasi sollevato.
In macchina, lungo il tragitto verso l’aeroporto, lo interrogai con dolcezza: «Tutto bene, amore? Sei rimasto tanto in bagno: ti senti poco bene?»
«Sì, tesoro, grazie. Sto benissimo» rispose, la voce di nuovo ferma.
«Ti sei forse... sì, insomma... ti sei masturbato?»
Annuì ridendo, senza più alcuna traccia di vergogna.
In sosta davanti all’ingresso delle partenze, lo baciai con le braccia avvinghiate al suo collo per l'ultimo saluto.
«Farai la brava in mia assenza?» chiese, cercando un’ultima promessa di perdizione.
Lo guardai con un’espressione provocante, sfidandolo. «Tu cosa vuoi che faccia?»
Il suo sorriso fu la risposta più chiara che potesse darmi. Un istante dopo, varcando le porte a vetri, si voltò per gridarmi un'ultima raccomandazione: «Però raccontami tutto!»
Sulla via del ritorno, incolonnata nel traffico, presi il telefono e cercai il numero di Sergio, con la fica già bagnata per ciò che avevo in mente. Rispose al secondo squillo, con un tono sorpreso e leggermente affannato.
«Ciao, collega...» esordii, lasciando che il silenzio tra le parole caricasse l'aria di promesse.
«Sonia? Non mi aspettavo la tua chiamata di domenica...» La sua voce tradiva un sussulto di stupore. «È successo qualcosa?»
«Sì, è successo che ho voglia di vederti. Sei libero o hai impegni più urgenti?»
Lo sentii ridacchiare nervosamente. «Libero. Assolutamente libero. Dimmi dove sei, ti raggiungo ovunque.»
«No, resta lì. Passo a prenderti io sotto casa tra dieci minuti.»
Arrestai l'auto proprio davanti al suo portone; fumando una sigaretta, mi aspettava con un largo sorriso sul volto.
Quando salì, il suo sguardo era già carico di desiderio; il mio brillava di un'insaziabile malizia.
«Sonia... ma cosa ci fai qui con la macchina di Tommaso?» chiese felice.
«L’ho accompagnato in aeroporto: è appena decollato per la Sicilia e sarà via per tutta la settimana» risposi, partendo con una leggera sgommata, lanciandogli un’occhiata furba.
«Wow! Allora ce la possiamo spassare!»
«Sei contento?»
«E me lo chiedi? E dove hai intenzione di portarmi?» disse entusiasta.
«Secondo te?» risposi, prendendo la strada verso la periferia.
Poi, con un sorriso sfacciato: «Ma se non ti va, dimmelo pure. Posso sempre riportarti a casa.»
Sergio non rispose, avvicinandosi per baciarmi il collo e intrufolando la mano tra le mie cosce.
«Tesoro, se fai così usciamo di strada… E poi lo senti se gli rovino l’auto.»
Tommaso teneva molto alla sua macchina: fino a un paio di settimane prima, avrei detto che fosse più geloso di lei che di me. Anche se quella che nutriva nei miei confronti, era una gelosia malata.
Seguendo le sue indicazioni, bisbigliate all’orecchio mentre baciandomi continuava a masturbarmi, imboccai una stradina di campagna; un sentiero di terra battuta che si perdeva tra i campi, terminando in un luogo appartato, un nido di peccato ideale per le nostre voglie.
Spento il motore, il silenzio della campagna si fece pesante, rotto solo dal ticchettio del metallo che si raffreddava sotto di noi e dai nostri baci.
Con l’impazienza autentica di due amanti clandestini, ci denudammo a vicenda in un groviglio di stoffa e respiri mozzati.
Gli montai sopra con un movimento fluido, desiderosa di sentire finalmente il suo cazzo affondare fin nel profondo, per cancellare il grigiore e l'oppressione di quella giornata.
Lo cavalcavo con foga, godendo di quella penetrazione che mi scuoteva fin nelle viscere.
Inarcando la schiena, raggiunsi quasi subito il primo orgasmo, seguita a ruota da un secondo che mi lasciò senza fiato; il tutto senza dare modo al mio amante di venire.
Ero brava a domarlo, a fermarmi un istante prima dell’inevitabile per poi ricominciare a tormentarlo: nelle ultime settimane avevo avuto dei bravi maestri, e io ero stata un’ottima allieva.
Con la fica che ancora pulsava e i miei umori che gli colavano lungo le palle, afferrai saldamente la sua verga durissima e feci scivolare il bacino in avanti, premendo quella punta lucida all'imboccatura dell’ano.
Lo guardai con gli occhi carichi di lussuria, sentendolo entrare centimetro dopo centimetro, fino a sentire il contatto del suo bacino.
Quante volte avevo scopato su quell’auto, ma erano sempre stati amplessi insipidi, insoddisfacenti, dove l'attenzione a non fare danni superava il desiderio. Ora stavo prendendo la mia rivincita.
La fica era un fiume e sentivo i miei umori scorrere verso il basso, bagnando prima il bacino di Sergio per poi colare, inevitabilmente, sul sedile.
Il dolore iniziale si trasformò presto in un piacere che non potevo controllare, una vertigine che mi scuoteva dalle fondamenta.
Quando fu ormai allo stremo, gli concessi di venire e di riempirmi il retto con un'abbondante sborrata.
Accolsi ogni sua spinta profonda, contando gli schizzi dentro di me: uno, due, tre, e così via, fino a quando non si accasciò soddisfatto, sentendolo via via afflosciarsi nel mio antro ancora contratto.
Lo baciai a lungo, assaporando il sapore del tradimento mischiato all'odore selvatico dei nostri fluidi.
Non era abbastanza; nonostante quanto avessi goduto, sentivo una fame che non accennava a placarsi. Volevo saturare ogni senso con quel cazzo.
Con un movimento felino tornai al lato guida, scavalcando il cambio, e inginocchiata gli feci un pompino che lo avrebbe fatto raddrizzare a un moribondo.
Mentre lo facevo, sentivo la sborra scivolare fuori dal mio buchetto dilatato, un rivolo denso e caldo che tracciava un solco eccitante lungo le natiche. La consistenza era quasi oleosa, un marchio liquido che mi faceva impazzire sentendolo colare, goccia dopo goccia, sul tessuto del sedile. Un piccolo flusso costante che imbrattava l'auto del mio fidanzato.
Incurante del danno, ero concentrata solo a leccare e succhiare quella verga, finché non la sentii tornare granitica tra le mie labbra.
Ci scambiammo di posto e, distesa sotto di lui, mi scopò alla missionaria. Il tempo passava, ma non aveva importanza: volevo solo godere, e lo stavo facendo con ogni fibra del mio essere.
Si era già fatto buio quando finimmo; scendemmo dall’auto, che ormai era un disastro di chiazze bagnate e vestiti stropicciati. La prima cosa che feci, del tutto incurante di Sergio che mi fissava nell'ombra, fu la pipì.
Accovacciata, con le cosce che tremavano ancora per lo sforzo, lasciai che l'urina calda e profumata scivolasse giù, mescolandosi all'erba umida della sera. Era eccitante sentire il suo sguardo addosso, vederlo lì a osservarmi in quella posa così intima.
Ci pulimmo alla meglio con dei fazzoletti di carta che finirono poi ammucchiati sul tappetino dell'auto, e restammo nudi a baciarci in mezzo alla natura, con i piedi che affondavano nell’erba fresca e il respiro che si faceva di nuovo corto. Ci fu ancora il tempo per un ultimo pompino; a detta di Sergio, il migliore che avesse mai ricevuto in vita sua.
Avevo goduto più volte e sentivo che quel baccanale di sensazioni era esattamente ciò di cui avevo bisogno per chiudere il cerchio della domenica.
Riaccompagnato a casa il mio amante, sulla via del ritorno, lasciai che l’aria fresca della sera entrasse dai finestrini per accarezzarmi la pelle ancora accaldata.
L’estate stava per finire e, osservando le luci della città che scorrevano veloci, ripensavo a quanto la mia vita fosse cambiata in un battito di ciglia.
Ero partita per il mare con un vago, quasi infantile desiderio di trasgressione; ora, a distanza di poche settimane, mi ritrovavo con la prospettiva di un impiego d'élite per Nicola, diversi amanti e un fidanzato che traeva il suo piacere più profondo dal mio adulterio.
Il brivido da cui ero scossa non era dovuto alla frescura serale, ma all'estasi del rischio, alla potenza della menzogna e alla densità dei segreti che portavo dentro di me.
Sentivo ancora il sapore ferroso della sborra di Sergio sulla lingua e l'odore del mio umore che si mescolava a quello del suo sperma nell’abitacolo e sulla pelle.
Il mio corpo era stanco, svuotato da ore di sesso sfrenato, ma la mente, al contrario, vibrava in piena attività, già proiettata verso la prossima mossa.
Non vedevo l'ora di varcare la soglia di casa, sfilarmi di dosso i vestiti e stendermi finalmente nuda sul letto.
Guidando, il pensiero andò a Tommaso: lo immaginavo a Palermo, ignaro e bonaccione, perso in una felicità paradossale, grato di avere accanto una donna che lo tradiva con tanta meticolosa malizia.
Quel suo bisogno di essere distrutto per sentirsi vivo mi faceva quasi tenerezza. La mia doppia vita era ormai come ossigeno, un bisogno di cui non potevo più fare a meno.
Adoravo quella sensazione di essere una puttana che giocava con gli uomini e con i miei desideri più osceni; sapendo che la mia storia era solo all'inizio e che il vortice in cui stavo scivolando era il posto più eccitante in cui fossi mai stata.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
1 racconti, 1 libri.
Altri racconti di Sonia
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.