Proprio mentre urlavo per il dolore, la nipote, Maria, si chinò su di me. Estrasse un coltellino a serramanico, la lama che luccicava nella penombra. La guardai terrorizzata e lei, con un gesto rapido e crudele, m’incise la coscia, disegnando un piccolo graffio che sembrò un marchio. Non era profondo, fortunatamente solo un graffio, ma il dolore mi strappò un altro grido. "Questo è per ricordarti chi comanda, troia," sussurrò, il suo fiato caldo sul mio orecchio.
Poi se la presero con la mia fica, torturandola con schiaffi, calci e sputi. Una di loro s'abbassò i pantaloni e le mutande e, mettendomi il sedere davanti al viso, emise un forte peto. Il rumore e l'odore acre del gas m'avvolsero, dandomi la nausea; un gesto umiliante che le fece ridere e divertire. Sempre lei, con la sua mano crudele, m'afferrò la testa e mi spinse con forza verso il suo sedere. "Ora lecca, troia," sibilò. Dovetti leccare il suo ano, un'esperienza che feci per la prima volta, mentre le lacrime mi scorrevano sul viso. Ero a terra, in ginocchio e per la prima volta leccavo un'altra ragazza. Le sue compagne attorno ridevano e mi spingevano con la testa contro il culo dell’amica.
"Andatevene voi," urlò Maria allo zio e a Mario, "andatevene, non voglio che guardate". Detto questo, abbassò i sui leggins e mi porse da leccare il suo culo. Esitai, ma fui subito strattonata per i capelli. Anche questo, come quello dell’amica, non era certo immacolato. Ma leccai, sentendone il sapore sulla lingua. Incitate da Maria, anche le altre quattro ragazze si denudarono parzialmente e mi costrinsero a leccarle. Non provai nemmeno a ribellarmi, stretta tra quel branco di giovani furie. Mi schiaffeggiavano in viso e sui seni, prese da un sadico piacere. Ogni culo, ogni figa, un sapore diverso. I loro insulti, le loro percosse e ciò a cui mi costringevano a fare, stranamente però, m’eccitava. Non so dire se fosse ancora l’effetto della droga, ma sentivo un’eccitante attrazione da quelle perversioni. Persino quando una di loro mi pisciò in viso dicendomi "Apri la bocca, puttana. Voglio vedere se ti piace anche questo sapore!", non riuscii a sentirne vera repulsione. Sentivo solo le loro risa echeggiare intorno a me e una perversa eccitazione. Il suo getto mi colpì il viso, facendomi bruciare gli occhi, e lo sentii caldo e acido che colava lungo il mio collo, il mio seno, e percorrendo il pancino, fino alla mia figa vogliosa. Finito, mi costrinse a ripulirla e lo feci. Le leccai la fighetta, forse, anche più del necessario; tanto che disse ridendo "La troia ci ha preso gusto!". La scena si ripeté con altre due di loro. Percepivo il loro getto dal sapore salmastro e intenso inondarmi la bocca, il corpo, e bruciare sulla piccola incisione della coscia. Nella luce fioca della stalla, con gli occhi che bruciavano, non vedevo né Mario né Enzo, e mi chiedevo se m'avessero lasciata sola. Se da un lato ero eccitata da quelle perversioni, dall’altro ero preoccupata, non sapendo fino a che punto si sarebbero spinte. Avevo cercato di spiegare l’accaduto: che quella notte ero legata e bendata, completamente all’oscuro di chi ci fosse nella stanza, ma loro non m'avevano voluta sentire. Si stavano divertendo. Prese da quella pazza euforia da branco, ero diventata il loro giocattolo, la loro bambola di pezza, su cui sfogarsi.
Ma la loro furia non era sazia.
La nipote, con gli occhi iniettati di libidine e rabbia, interruppe le amiche. Indicò un oggetto in un angolo. Era un pezzo di legno, forse un pezzo di manico di badile o altro attrezzo, spesso e grezzo. "Così impari a farti inculare dai nostri ragazzi, puttana," sibilò, il suo volto contratto in un ghigno crudele.
Le ragazze, con la forza della loro rabbia giovanile, mi tennero ferma e mi misero carponi, aprendo con violenza le mie natiche. Vidi l'ombra del legno avvicinarsi, e capii che volevano andare oltre il limite della tortura. Urlai, cercando di liberarmi e fuggire, ma il mio fu un grido disperato che nessuno sembrava ascoltare, un suono che si perdeva nell'odore acre della stalla.
Sentii il legno, ruvido e duro, spinto contro il mio ano, con la brutalità e l'intento di fare male. Un dolore che mi fece urlare, un grido disperato che si strozzò in gola. Il manico di badile mi lacerava cercando di entrare. Non era tanto per le dimensioni, ma per la consistenza e la ruvidità di quel corpo legnoso e asciutto.
Le urla di dolore m’uscivano a fiotti. Sentivo la carne che si apriva, la sensazione di un calore umido che non era piacere: forse sangue. Le risate delle ragazze si mescolavano al mio pianto, e io ero lì, completamente alla loro mercé, un relitto della loro vendetta, una bambola rotta dalla loro furia.
Ma proprio quando il dolore stava diventando insostenibile, quando sentivo che il mio corpo avrebbe ceduto, una voce squarciò l'aria.
"Basta! Basta così, vi ho detto!"
Era Enzo. Il suo volto era sconvolto, i suoi occhi pieni di orrore genuino. Era intervenuto. Con una forza che non gli avevo mai visto, spintonò via le ragazze, afferrando il manico di badile e buttandolo lontano.
Il manico cadde a terra con un tonfo sordo, lasciando dietro di sé un dolore lancinante, pulsante che mi scuoteva fino alle viscere.
Le ragazze, colte di sorpresa e spaventate dall'intervento violento, iniziarono ad allontanarsi, raccogliendo i loro vestiti e cercando di coprirsi in fretta. Maria si girò un'ultima volta, i suoi occhi ancora carichi di rabbia.
"Non farti più vedere in giro da queste parti, puttana!" gridò, la sua voce acuta che echeggiava. "Se ti rivediamo, finisce male. Molto male. Non ti azzardare più a fare la troia con i nostri ragazzi!"
Poi si dissolsero nell'oscurità.
Enzo mi coprì con un telo di sacco, i suoi gesti ora rapidi e nervosi. Lui e Mario m'aiutarono a rialzarmi, le loro mani che mi sostenevano con una premura inaspettata. Cominciarono a pulirmi con l'acqua fredda che mi faceva sussultare sulla pelle ferita. Mi tolsero il peggio dello sporco, dell'urina, passandomi gli stracci sul corpo con una delicatezza sorprendente. Enzo, il veterinario, con uno sguardo professionale, controllò il mio ano, che bruciava ancora in modo atroce. Poi esaminò l'incisione sulla coscia, il piccolo graffio che Maria m'aveva lasciato come un marchio.
"Andrà tutto bene, Sonia," mi disse, la sua voce insolitamente dolce. "Ti farà solo un po' male per qualche giorno, ma non ci saranno danni permanenti. Anche le incisioni con il coltellino spariranno tra pochi giorni, non ti preoccupare." Le sue parole furono un balsamo per la mia anima martoriata, un sollievo inaspettato dopo l'orrore che avevo vissuto.
Ero distrutta. Non mi reggevo in piedi, le gambe tremavano, il mio corpo era un fascio di dolore. Loro, con una premura che mi lasciò sbalordita, m'aiutarono a rivestirmi. Il vestito di seta nera era sporco e stropicciato, ma almeno mi copriva. Poi mi sostennero e mi fecero salire in macchina, dove Tommaso dormiva tranquillo, completamente ignaro di ciò che avevo appena subito.
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