Mi afferrò saldamente il mento con due dita, costringendomi a sostenere il suo sguardo dominante e privo di compassione.
«Spogliati.»
In quella singola parola non c’era spazio per l’incertezza, la trattativa o il rifiuto, solo per l’obbedienza cieca e immediata.
Iniziai a svestirmi, liberandomi uno alla volta degli abiti da ufficio.
Ogni bottone che saltava sotto le mie dita tremanti, ogni capo abbandonato sul divano liso e maleodorante, segnava un passo irreversibile verso il baratro della sottomissione e la rinuncia a Sonia, la brava ragazza.
Rimasi immobile al centro della stanza, con indosso solo l'intimo: un completo di cotone bianco, semplice, quasi casto e infantile, che ora appariva ridicolo e fuori posto in quel contesto così turpe e sporco.
I capezzoli, duri come baionette sotto l'effetto della paura e dell'eccitazione, si stagliavano con prepotenza contro la trama leggera e candida del reggiseno.
La fica, oscenamente bagnata, sembrava implorare di essere presa e riempita da quel cazzo di cui ricordava bene sostanza e vigore.
Antonio, senza riguardo, come se stesse toccando un oggetto di sua proprietà, infilò la mano ruvida dentro le mie mutandine, penetrandomi con due dita.
Emisi un gemito di piacere; lui sogghignò scambiando un'occhiata complice con Lidia, che, sbracata su una sedia con le gambe aperte, osservava la scena con un sorrisetto atono e cinico.
«Guarda come le piace: la troietta non vede l’ora di essere scopata,» commentò, muovendosi dentro con impeto e provocando un inconfondibile sciacquettio.
Lei scoppiò in un’odiosa risata, stridula e gracchiante: «Altro che riluttante... Questa muore dalla voglia di farsi fottere.»
Antonio abbassò i pantaloni della tuta con un gesto brusco, e afferrandomi per i capelli, mi costrinse a inginocchiarmi sul pavimento sporco.
Obbedii senza esitare. Gli afferrai il cazzo già duro e pronto, dal sentore acre che mi riempiva le narici inebriandomi come un afrodisiaco.
Posai le labbra sulla cappella e iniziai ad accarezzarla con la punta della lingua, per poi succhiarla golosamente, risalendo lenta lungo l'asta venosa e turgida.
La fica vibrava di un tremito incontrollabile, sapendo che quell'asservimento, tanto temuto quanto atteso, era solo all'inizio.
Strattonandomi per i capelli, mi tirò la testa all'indietro per spingermelo in fondo alla gola, quasi a soffocarmi.
Tossii, cercando di recuperare il respiro, ma lui non accennò a fermarsi; anzi spinse con più forza, ringhiando che dovevo fare di meglio.
Ingoiai quella verga di carne, fino a sentire i suoi peli pubici solleticarmi il viso.
Quel cazzo era la mia droga e lo stavo assaporando sotto lo sguardo perfido dei miei aguzzini, curiosa di scoprire fino a che punto si sarebbero spinti.
Dopo avermi sborrato in bocca, Antonio mi spinse verso l’immondo giaciglio che fungeva da letto, ordinando di mettermi a carponi.
Obbedii, fremendo di una voglia incontrollabile che mi annebbiava la vista: il tessuto, rigido di sporcizia e macchiato da aloni giallastri, sprigionava un afrore rivoltante di muffa, polvere e chissà cos’altro.
Chiusi gli occhi, cercando di scacciare ogni residua percezione di ribrezzo.
Quando mi inculò, la sua brutalità agì come un anestetico per la mente; un supplizio che permetteva di non pensare, di scivolare nel vuoto del puro istinto.
Lo fece con cattiveria e senza alcuna preparazione; spinte ritmiche e dolorose, che facevano sprofondare le mie ginocchia nel materasso.
Gemevo come una cagna in calore, senza alcun ritegno, constatando tristemente quanto quella violenza mi fosse mancata.
Persa nel godimento, percepii un odore aspro: un misto di urina e lattice di preservativo.
Alzai la testa e mi ritrovai la fica di Lidia a pochi centimetri dal volto. La sua pelle appariva grinzosa e spenta, lontana anni luce dalla compattezza vellutata della mia.
Afferrandomi per i capelli, mi tirò a sé per farsela leccare.
«Guarda questa principessina,» sibilò, scambiando un'occhiata compiaciuta con Antonio, «guarda come le piace... Leccala bene, tesoro, che oggi si è già presa un bel po’ di cazzi. Voglio la tua lingua dappertutto, e non osare fermarti finché non te lo dico io!»
Accoglievo quel gusto con un misto di ribrezzo e depravato interesse: una scarsa igiene intima che mi scatenava brividi lungo la schiena. Ne esplorai ogni singola piega, conoscendo il gusto salato della sua urina e l'olezzo sgradevole che esalava l’ano.
Leccavo avidamente quegli orifizi sfondati da innumerevoli uomini; ed era come se quel ripugnante sapore fosse il più prelibato al mondo.
Un’esperienza che scardinava ogni idea di decoro, mentre da dietro venivo posseduta con spinte che mi facevano scivolare in avanti sulla stoffa lisa.
Ero percorsa da una scarica elettrica che partiva dalla fica per risalire lungo tutta la colonna vertebrale.
«Sì, succhiamela tutta, cagna... guarda, guarda come scodinzola… ti piace essere sfondata, troia!» gridava, spingendomi il bacino contro il viso. «Beve tutto quello che le diamo, è proprio una vacca.»
Risucchiata in quel vortice di sensazioni, sentii Antonio fremere in un ultimo assalto. Urlò e imprecò sborrando nel retto, iniettandomi nell’intestino abbondanti fiotti di denso calore.
Quasi all’unisono anche Lidia iniziò a contrarsi, ordinandomi di non fermarmi. Il suo umore si riversò sulla mia lingua — un nettare denso e dolciastro che sapeva di buono — e io, in un atto di totale resa, ne ingoiai avida ogni goccia.
Avevo goduto anch’io, intensamente e senza ritegno, onorando fino in fondo il mio ruolo di puttana.
Anche se umiliata, provavo un profondo senso di appagamento.
Con brusca indifferenza, Antonio mi trattò come un oggetto usato e ormai privo di utilità; si limitò a rivestirsi con gesti rapidi e carichi di un maschilismo triviale, ignorandomi completamente.
«Preparala, e fate in fretta, non abbiamo tutta la notte,» ordinò poi, senza nemmeno voltarsi.
Non ebbi nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che lei, con un sorriso carico di cattiveria, mi afferrò per un polso trascinandomi fino al minuscolo e lurido cesso.
La puzza lì dentro era insopportabile: un mix nauseante di urina e stracci bagnati. Le mattonelle, un tempo bianche, erano coperte da una patina scura stratificata. Compiaciuta dal mio smarrimento, mi spinse in avanti, facendomi urtare contro il lavandino incrostato.
«Sbrigati, non vorrai farlo aspettare, vero?» disse in tono minaccioso. «Pulisci quel culetto da principessa,» aggiunse passandomi della carta igienica ruvida e grigia che pareva cartone.
Obbedii, stringendo i denti per il bruciore acuto; cercai di pulirmi come meglio potevo, nonostante lo sperma di Antonio che ancora sgorgava dal mio buchetto aperto e martoriato.
Non restava un briciolo di pudore in me; solo una dissoluta curiosità per ciò che mi attendeva.
Lidia aprì una scatola di trucchi e mi fece sedere su una vecchia sedia logora.
«Stai ferma, ora ti trasformo in quello che sei veramente, stronzetta» commentò con una risatina sadica, muovendosi come se stesse dipingendo una tela ruvida.
In pochi istanti, il mio aspetto subì un cambiamento scioccante e radicale. Quando mi specchiai in un frammento di vetro opaco e macchiato, appeso storto sopra il lavandino, stentai a riconoscermi: la pelle era sepolta sotto uno strato pesante e farinoso di fondotinta, e gli occhi apparivano cerchiati e soffocati da un volgare tratto di matita nera. Il rossetto, di un colore rosso acceso, sbordava agli angoli della bocca.
