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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 69
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Capitolo 69 di 78 15 min di lettura

Il sogno infranto

L’incontro con Bruno regala a Sonia un’estasi da favola. Ma l’equilibrio è fragile, e all'orizzonte si addensano nuvole nere pronte a sconvolgere la sua vita.

Sonia
6 mesi fa · 749 letture · 0

Non ero più Sonia, ma un’altra persona; un'inquietante creatura della notte.

Recuperò poi alcuni capi ammucchiati su un ripiano.

«Metti questo, Antonio lo adora» ordinò con sprezzo, passandomi un minuscolo perizoma; un filo di pizzo sintetico per nulla pulito, che emanava un mix di odori capaci di farmi bagnare e arrossire all'istante.

«Muoviti!» urlò lei scrollandomi.

Mi fece indossare una minigonna di latex nero tanto corta da non coprire nemmeno il pube; un lembo di tessuto inutile e provocante che metteva in mostra in maniera sfrontata il culetto.

«Girati, fammi vedere come ti sta» disse poi, squadrandomi per misurare la mia vendibilità.

L’ultimo pezzo fu un gilet in stile orientale, privo di bottoni e che si apriva sfacciatamente sul davanti: ad ogni minimo movimento le tette balzavano fuori, ma l’idea di essere così esposta mi eccitava a morte, scatenando un torrente umido tra le cosce.

Pensai a Tommaso, il mio fidanzato, che in quella veste non mi avrebbe mai riconosciuta, inorridito di fronte a una simile alterazione.



Scesi le scale seguendo Lidia, con Antonio a precederci con l’andatura sicura di chi si sente nel proprio regno. Ogni gradino segnava un passo verso quel sordido universo che si manifestò appena varcata la soglia del bar. Il fetore subito mi colpì: un puzzo asfissiante di chiuso e odori di varia natura, compreso quello di urina proveniente dalla latrina sul retro; un buco immondo di cui avevo un vivo ricordo.

Quando ci videro l’atmosfera mutò improvvisamente: le risate sguaiate, il cozzare ritmico dei bicchieri e il brusio concitato si arrestarono di colpo, lasciando spazio a un silenzio gravido di morbose aspettative.

L’attenzione degli avventori — un branco di vecchi ubriaconi sfatti dall'alcol e dall'occhio vitreo, piccoli spacciatori con i denti ingialliti, uomini di varia nazionalità sporchi di calce o grasso — si piantarono su di me, risalendo dalle gambe fino al trucco pesante che mi mascherava il volto.

«Guarda un po' chi si rivede... la zoccola di lusso è tornata!» urlò un uomo dal fondo, sollevando un calice sporco di impronte grasse.

«Stasera si festeggia, allora! Antonio, ma dove l'avevi nascosta questa cavalla?» gli fece eco un altro con un ghigno osceno.

Altri commenti, chiassosi e volgari, mi arrivarono addosso come schiaffi pieni di fango. Antonio si limitò a sorridere soddisfatto, afferrandomi la natica e strizzando con un’irruenza che mi strappò un gemito.

«Per chi la vuole, sono cento euro! E potete farle tutto quello che volete» gridò lui, voltandomi verso il bancone come se fossi un trofeo da fiera. «Vero principessa?»

Un uomo con la maglietta macchiata di sudore si avvicinò, allungando una mano callosa e sporca a sfiorare il bordo del mio gilet: con un gesto rapido la infilò sotto l’indumento, pizzicandomi il capezzolo con una stretta ferrea.

«Cazzo, Antonio, ma questa scotta! Guarda come saltano fuori queste tettine» sghignazzò l'uomo, investendomi il viso con l’alito pesante.

Ero come nuda, non tanto per gli abiti succinti che indossavo, ma per quegli sguardi che mi spogliavano, provocandomi una tensione erotica tale da farmi tremare le ginocchia.

Udivo Lidia ridere alle mie spalle, quel suo gioire della mia caduta. Per lei ero esattamente dove dovevo essere: una puttana in un sudicio bar, che sembrava trovar piacere nell’essere esposta alla torbida bramosia di uomini che ne contendevano il corpo.

Ero un’opera d’arte perversa, pronta per il prossimo comando del mio padrone e disposta a passare di mano in mano in quel tempio di miseria umana.



Usciti da lì, lasciando alle spalle puzzo di alcol e palpeggiamenti viscidi, li seguii verso un'auto parcheggiata poco distante, sotto la luce fioca e intermittente di un lampione. L’abitacolo era talmente malconcio da farmi rabbrividire: il parabrezza mostrava una ragnatela di crepe e la carrozzeria spariva sotto uno strato di sporcizia.

All’interno, una sgradevole puzza di sigaretta e l’effluvio corporale di chi ci aveva probabilmente dormito. Presi posto sul sedile posteriore, liso e spelato, con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, quasi a volermi uscire dal petto.

Antonio, notando la mia espressione schifata, chiese sarcastico: «Cosa c’è principessa? Non è di tuo gradimento? Preferivi una limousine?»

E aggiunse: «Ora ti porto a lavorare sul serio.»



Partimmo tra il rantolo metallico del motore e il sussulto della marmitta, che sbatteva contro il telaio a ogni scossone, avviandoci verso strade sempre più buie, strette e desolate, lontane dalle luci della città borghese. I palazzi regolari cedettero il posto a profili spettrali di capannoni abbandonati, scritte spray sui muri e distese infinite di cemento industriale.

Ci fermammo in una zona isolata appena fuori città, in un piazzale sterrato e sporco, illuminato solo dai fari delle auto di passaggio e dall'insegna al neon sbiadita di un motel di quart’ordine.



Spento il motore, Antonio si voltò verso di me e, guardandomi con aria dura e minacciosa: «Cento per la figa e cinquanta per un pompino. Se qualcuno vuole il culo sono centocinquanta; e vedi bene di non fare storie, altrimenti sai cosa ti aspetta. Non scherzo, e se torno a trovare tua madre non sarà certo per portarle dei cioccolatini. Hai capito?»

Annuii, terrorizzata da quella prospettiva, ma con la fica allagata.

E rivolgendosi a Lidia: «Dalle i preservativi e tienila d’occhio; se fa storie prendila a schiaffi e chiamami.»

Lei mi passò una pochette argentata colma di profilattici, dicendo: «Hai capito bene, scema? E vedi di consumarli tutti, altrimenti di qua non ti muovi».

«Prendi solo la borsetta che ti ha dato Lidia. Il resto non ti serve» aggiunse lui.

La mia borsa con il cellulare restò nascosta dietro il sedile di guida. Mi ritrovai seminuda e privata di ogni contatto, senza documenti né soldi; sola con Lidia, nel via vai della zona industriale, con nessuna possibilità di chiedere aiuto o di scappare.

Ero costretta a battere il marciapiede e vendermi a sconosciuti per pochi euro. Questo per soddisfare le pretese economiche del mio aguzzino e, in parte, la mia fame morbosa.

Non si trattava più di una trasgressione fatta a centinaia di chilometri da casa: lì ero a Cremona. Il rischio che qualcuno potesse riconoscermi — un collega, un conoscente, un amico di Tommaso o addirittura Bruno — mi toglieva il respiro e, allo stesso tempo, faceva bagnare ulteriormente quel misero perizoma lercio.

Ciò che nel profondo avevo sempre temuto e desiderato si stava avverando: ero pronta a lasciarmi usare, a insozzarmi in un anonimo piazzale senza più maschere di perbenismo, senza più menzogne borghesi; solo la mia verità cruda e oscena.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Sonia

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