Quando sfilai l'asciugamano e indossai il tanga di seta, lo sfregamento delicato di quel tessuto pregiato sulla pelle rasata mi diede un fremito.
Dopo aver somministrato a mamma l'ennesima bugia di comodo, raggiunsi Bruno nel nostro consueto punto di ritrovo.
Lui era già lì ad attendere, e non appena mi vide, un caldo e sincero sorriso gli illuminò il volto.
Scese dall'auto e subito ci abbracciammo, incuranti che qualcuno potesse vederci.
Appena a bordo, con uno slancio di gioia e affetto mi strinsi al suo braccio, avvolta da una sensazione di totale sicurezza.
Raggiungemmo un antico casale alle porte di Cremona, un locale raffinato, immerso in una luce calda e soffusa che donava a ogni angolo un'atmosfera ovattata e romantica.
Mentre cenavamo, scorgevo nel suo sguardo un'intensa complicità: stava bene con me esattamente quanto io con lui.
Ascoltò con interesse ciò che gli raccontai di quel mio primo approccio col nuovo impiego, omettendo ovviamente anche a lui ciò che Sofia aveva fatto intendere fin troppo chiaramente. Poi i nostri discorsi - complici i calici di brandy - si scaldarono inebriandoci, scivolando via via su note sempre più intime. I miei sensi erano vigili e tesi in vista di ciò che sarebbe seguito; percepivo ogni singola fibra accendersi di una spinta sensuale.
Dopo cena mi portò nel suo attico in centro, dove finalmente brama e passione poterono liberarsi con tutta la loro forza.
Quando rimasi nuda e vide la fica del tutto depilata, i suoi occhi brillarono d'incanto.
«È bellissima, Sonia...» sussurrò sfiorando quella pelle immacolata, facendomi quasi rammaricare di non averlo fatto prima.
Facemmo l'amore con una foga travolgente: ogni carezza e ogni bacio furono pura estasi. Adoravo lui quanto adoravo il suo cazzo, capace di farmi godere a ripetizione con un'intensità quasi insopportabile. Al confronto, il sesso con Tommaso appariva come una parentesi scialba e ridicola, un giocattolo inoffensivo che non lasciava nulla, mentre la verga di Bruno rappresentava l'apoteosi della virilità.
Quando mi riaccompagnò sotto casa erano ormai passate le due di notte. Ci scambiammo un ultimo, lungo bacio appassionato davanti al portoncino blindato, al punto che provai il desiderio perverso che qualcuno ci sorprendesse da una finestra — mia madre o chiunque altro —, perché avrei voluto mostrare a tutti quanto quell'uomo sapesse appagarmi e rendermi felice.
Il mattino seguente, fresca e pimpante, mi presentai allo studio del dottor Giacobazzi per sostenere la visita medica di rito.
L'indirizzo annotato da Sofia portava a un'elegante palazzina in stile liberty, un edificio austero e raffinato che trasudava un lusso discreto.
Suonai al citofono e una calda voce di donna mi invitò a salire.
Appena raggiunsi il primo piano, venne ad aprirmi una splendida mora. Indossava un camice bianco da infermiera, cucito su misura per avvolgere un corpo dalle curve perfette: capelli corvini raccolti in uno chignon ordinato, bocca carnosa, occhi scuri e pelle olivastra da femmina mediterranea. Pareva uscita dalla scena di una pellicola erotica, eppure la sua presenza emanava una seduzione autentica e misurata in ogni gesto. A completare quella figura ricca di fascino spiccavano calze velate e un paio di tacchi alti che ne slanciavano la camminata.
Seduta nel salottino, di fronte alla sua scrivania d'ingresso, non potei fare a meno di osservarla: era davvero bella, d'una sensualità che trasudava da tutti i pori, proprio come il suo profumo, dolce e agrumato. Di tanto in tanto sollevava il capo dal lavoro che stava svolgendo e ricambiava lo sguardo con un sorriso garbato.
Trascorsero una decina di minuti prima che la porta dello studio si aprisse.
Ne uscì una donna di classe, sulla quarantina, dall'aria da manager di successo; il suo viso tradiva però un certo imbarazzo e se ne andò a testa bassa, rivolgendo soltanto un impacciato saluto.
«Prego, signorina Sonia» disse l'infermiera, facendomi strada verso il gabinetto medico. Complice l'ambiente raffinato e la particolarità del contesto, sentii un'onda di calda eccitazione scorrere sottopelle.
Il dottore, un bell'uomo dal fisico atletico e i capelli brizzolati, mi accolse con un sorriso smagliante, stringendomi la mano con fermezza.
«Ecco la nuova arrivata!» esclamò gioviale. «Come sta? Si spogli e si metta su quel lettino.»
«Devo togliere proprio tutto?» chiesi, sfoggiando un tono di finta innocenza. «Sì, signorina» rispose lui con fermezza professionale. «Dev'essere del tutto nuda.»
Dopo essermi spogliata salii sul lettino, dove l'infermiera effettuò un prelievo di sangue. Il suo sorriso era malizioso, e da come mi guardava, doveva aver capito di esercitare su di me un certo interesse.
«Ecco signorina» disse, consegnandomi la provetta sterile per la raccolta delle urine, «di là c'è il bagno» aggiunse, indicando la porta alle mie spalle.
Dall'interno del piccolo bagno contiguo, percepii chiaramente le battute intercorse tra il medico e l'assistente: era chiaro che quello se la faceva, come pure, molto probabilmente, alcune delle pazienti più carine e disponibili. Il suo atteggiamento e l'intensità con cui aveva posato l'attenzione su di me, tradivano un debole viscerale per le belle donne.
Consegnato il flacone all'infermiera, la donna uscì chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi sola con il dottore.
L'uomo iniziò l'esame sistemico: ascoltò il respiro nei polmoni con lo stetoscopio, saggiò con le dita la parete addominale e passò a palpare il seno, muovendo le mani con un'accurata e prolungata lentezza.
Estratte le staffe metalliche al fondo del lettino, appoggiai le gambe divaricandole completamente. Ero già bagnatissima e, quando il dottore allungò le dita verso la fica, un sorriso malizioso gli increspò le labbra. Arrossii, ricambiando con un'occhiata imbarazzata: quei polpastrelli sapevano esattamente dove premere, e solo a prezzo di un grande sforzo riuscii a soffocare i primi gemiti di piacere.
Con il dito medio abbondantemente lubrificato dal mio stesso umore e lenti movimenti rotatori, iniziò a penetrare l'ano, notandone senza dubbio la sorprendente elasticità.
Mentre lo faceva, mi osservava con uno sguardo comprensivo e gratificato: incapace di trattenermi oltre, dalle mie labbra sfuggì un sospiro rauco e prolungato.
Sentivo la brama montare dentro: in quel momento non desideravo altro se non il suo cazzo, smaniando che mi montasse su quel lettino per fottermi senza pietà in fica e in culo. Con mia grande delusione, tuttavia, il medico dichiarò conclusa la visita, dicendo di rivestirmi. Lo odiai per quel garbo formale. Avevo la fica che trasudava umore, lasciando colare fili vischiosi in un modo del tutto invitante, e lui, invece di approfittarne, si limitò a porgermi un paio di fazzoletti di carta per asciugarmi.
Il dottore mi rassicurò dicendo che godevo di una salute perfetta e che i referti delle analisi sarebbero stati recapitati direttamente a casa. Lo ringraziai. Uscendo nell'anticamera domandai all'infermiera a quanto ammontasse l'onorario: la donna sorrise, spiegandomi che non dovevo sborsare un solo euro, poiché la parcella sarebbe stata saldata direttamente dagli uffici della I.I.C.
Uscita dallo studio medico, mi diressi a passo svelto verso l'indirizzo del secondo appuntamento della mattinata.
Giunsi al cospetto di un antico palazzo signorile, una di quelle dimore d'altri tempi capaci di isolare al proprio interno un silenzio solenne, lasciando fuori dal portone il frastuono sordo della caotica vita cittadina. Il giorno precedente, durante il viaggio in auto, Sofia aveva preannunciato che l'anziana donna da cui stavo andando, seppur non potesse definirsi propriamente lesbica, nutriva un'attrazione viscerale per la grazia delle giovani ragazze.
Mentre l'ascensore saliva lentamente verso i piani alti, mi trovai pervasa da un brivido di curiosità impossibile da spiegare a parole; un'eccitazione torbida dovuta alla sola idea di suscitare il desiderio di quell'anziana signora.
