«È un bel posticino,» disse con una voce che vibrava bassa nell'abitacolo, «è molto riservato. Lì potremo stare tranquilli.»
L'allusione a quella tranquillità apriva scenari imprevedibili; per non scatenare inutili allarmismi, presi il cellulare e digitai un messaggio per mamma, scrivendole che i colleghi avevano insistito per un aperitivo e che avrei tardato.
Guidava con una sicurezza rilassata, le mani grandi e curate sul volante che trasmettevano un senso di controllo assoluto.
In breve lasciammo il traffico alle spalle per addentrarci nella periferia più verde. Arrivammo davanti all'imponente entrata di un Golf Club; accostò alla colonnina, introdusse una tessera nel lettore e il grosso cancello di ferro battuto si spalancò con un ronzio sommesso.
In quel momento mi sentii una ragazzina ammessa a un rito proibito. L'ambiente era a dir poco lussuoso, un’enclave di privilegio riservata a pochi eletti dove ogni dettaglio gridava esclusività.
La vista sui campi, di un verde così brillante e impeccabile da sembrare dipinto, dava la sensazione di un passaggio dimensionale, come se fossi stata trasportata in un altro universo.
L'odore dell'erba tagliata di fresco e il sentore umido degli irrigatori mi fecero rabbrividire di piacere.
Bruno si era rivelato fin da subito una compagnia magnetica, dalla parlantina sciolta e colta; nonostante il lusso quasi intimidatorio di quel luogo, il suo modo di porsi annullò ogni imbarazzo, facendomi sentire totalmente a mio agio.
Ci sedemmo fuori, sotto un pergolato di glicine che smorzava la luce accecante del tramonto, trasformandola in un gioco di ombre fresche.
Un cameriere in giacca nocciola e pantaloni neri arrivò subito verso di noi con un vassoio d’argento, muovendosi con quella discrezione assoluta che si trova solo nei luoghi dove il silenzio è un lusso pagato a caro prezzo.
Bruno non aprì nemmeno la carta dei vini. Guardò l’uomo con un cenno d’intesa, poi si rivolse a me. «Qui sanno come viziare i nuovi arrivati. Ti piace il Franciacorta o preferisci qualcosa di più... deciso, magari un cocktail botanico?»
«Un Franciacorta Satèn sarà perfetto,» risposi, adagiando la borsa sulla sedia vuota accanto alla mia. «Qualcosa di morbido, per contrastare il caldo.»
Lui sorrise, approvando la scelta con un leggero movimento del capo. «Due Satèn, allora. E portaci quelle mandorle tostate al sale di Maldon, le preferite della casa.»
Quando il cameriere si eclissò, Bruno si appoggiò allo schienale, osservandomi con una calma che avrebbe potuto intimidire chiunque, ma che in quel momento mi faceva sentire stranamente disinvolta. I suoi occhi verdi sembravano catturare i riflessi del prato circostante.
«Di cosa ti occupi, Sonia?» chiese, rompendo il ghiaccio.
«In realtà ho appena rassegnato le dimissioni dall'ufficio dove lavoro,» dissi, sentendo il piacere di poter finalmente pronunciare quelle parole. «Ho ricevuto una proposta molto interessante e, sai… certe occasioni vanno prese al volo.»
Annuì lentamente, mentre il cameriere tornava per versare le bollicine nei calici brinati. Il perlage era finissimo, una catena di perle che risaliva verso la superficie. «Ti capisco e non posso che essere d’accordo con te. Oltre a essere un’incantevole ragazza, si nota subito la tua intelligenza e determinazione.»
Sorrisi lusingata, portando il calice alle labbra. Il vino era gelido, setoso. «È un’osservazione interessante. Cosa ti fa pensare che io sia così determinata?»
«La rapidità con cui prendi una decisione, ad esempio. Non è da tutti accettare l’invito di uno sconosciuto incontrato in un autolavaggio. Questo è senz’altro segno di determinazione, per non contare che sei disposta a lasciare un impiego sicuro per una nuova sfida. Cin, Sonia. Al tuo nuovo impiego e alla tua capacità di riconoscere ciò che meriti,» rispose, facendo tintinnare il suo calice contro il mio.
Assaggiai una mandorla, lasciando che il contrasto tra la sapidità del sale e la dolcezza del vino mi stuzzicasse il palato. Bruno non mi toglieva lo sguardo di dosso; era un'attenzione densa, che non cercava di scivolare via.
«E tu?» chiesi, cercando di spostare il riflettore su di lui. «Anche tu prendi decisioni così rapide?»
Prima di rispondere, incrociò le dita sopra il tavolo, un gesto di studiata eleganza. «Sempre. Nella vita e negli affari, se esiti per più di tre secondi, qualcun altro ha già vinto al posto tuo. Ma la rapidità non serve a nulla se non sai leggere chi hai davanti. E io, Sonia, credo di aver letto in te qualcosa che raramente si incontra in un pomeriggio qualunque.»
«Ti ringrazio,» dissi, posando il calice con studiata lentezza. «Ma ora tocca a te. Mi hai studiata abbastanza per oggi; di cosa ti occupi quando non salvi fanciulle annoiate agli autolavaggi?»
Sorrise, un movimento appena accennato che gli illuminò gli occhi. «Sono nel campo industriale. Gestisco attività di vario tipo, dalla produzione alla logistica di alto livello. Diciamo che la mia giornata è una continua serie di decisioni rapide, proprio come quelle di cui parlavamo prima.»
Mi osservò per un istante, poi inclinò leggermente il capo. «E il tuo fidanzato? Come si chiama l'uomo che ha la fortuna di esserti accanto?»
«Si chiama Tommaso,» risposi, cercando di mantenere un tono neutro. «Lavora con il padre. Hanno un'attività di famiglia, una cosa piuttosto modesta ma solida.»
«Capisco. Una sicurezza che affonda le radici nella tradizione,» commentò. «E da quanto tempo state insieme?»
«Tre anni.»
«Tre anni sono un’eternità o un battito di ciglia, a seconda di come li si vive,» osservò, avvicinando appena il busto al tavolo. Poi, spiazzandomi con una precisione chirurgica, chiese a bruciapelo: «E lo ami, Sonia?»
La domanda era così diretta che il respiro mi si fermò in gola per un secondo di troppo. Esitai. Cercai di formulare una risposta rassicurante, una di quelle verità preconfezionate che si dicono alle cene di famiglia, ma le parole non arrivarono.
I suoi occhi rimasero piantati nei miei. Fu come se mi parlassero, scavando sotto la superficie, ma scelse di restare zitto. Da gran signore, non incalzò, non premette per avere una conferma verbale; non ne aveva bisogno. Il mio silenzio, prolungato e pesante, aveva già confessato tutto ciò che voleva sapere.
Per uscire da quel momentaneo impaccio e quasi per restituire il colpo dopo quella domanda così diretta, cercai di spostare il fuoco su di lui. «E tu? Immagino ci sia una moglie che ti aspetta a casa.»
Senza scomporsi, portò il calice alle labbra e rispose candidamente: «Sì, sono sposato. Ho due figli già grandi, un maschio e una femmina. Ormai hanno la loro vita.»
La sua onestà mi spiazzò, ma non quanto la sua calma. «E lei non è gelosa?» chiesi, con una punta di sfida che cercava di mascherare la curiosità.
«Saperti qui, a prendere un aperitivo con una ragazza appena incontrata... non temi che possa darle fastidio?»
Sorrise, posando il bicchiere con la solita, impeccabile precisione. «Amo mia moglie, Sonia. È la colonna portante della mia vita e della mia famiglia.
Ma da sempre abbiamo un patto: entrambi ci prendiamo i nostri capricci, le nostre deviazioni, senza inutili gelosie o scenate borghesi. La libertà è il pilastro che tiene in piedi il nostro matrimonio, non quello che lo distrugge.»
Non ero affatto preparata a quella risposta. Sebbene fossi diventata io stessa una libertina, la famiglia in cui ero cresciuta seguiva abitudini totalmente conservatrici, fatte di silenzi e apparenze.
Sentire un uomo della sua statura parlare di «capricci» con tale naturalezza mi fece sentire improvvisamente piccola, ma anche profondamente affascinata.
«È un concetto molto... moderno,» riuscii a dire, mentre il Satèn sembrava diventare più intenso al palato.
«È un concetto adulto,» precisò fissandomi negli occhi. «Significa sapere che la passione e l'affetto possono viaggiare su binari diversi senza deragliare. Ma dimmi, Sonia... tu sei pronta a gestire questa distinzione, o la tua determinazione si ferma davanti al primo senso di colpa?»
«A cosa ti riferisci, esattamente?» chiesi, cercando di sostenere il suo sguardo nonostante sentissi la terra mancarmi sotto i piedi.
Bruno si appoggiò rilassato allo schienale della sedia, osservando il perlage del suo vino prima di rispondere. «Mi riferisco al fatto che la gelosia è spesso la misura di quanto ci si sente prigionieri o carcerieri. Dimmi, Sonia... tu e il tuo fidanzato siete una coppia reciprocamente gelosa?»
Esitai, sentendo il calore del sole e dell’alcol salirmi al volto. «Sì, credo di sì. È la normalità, no?»
Lui inarcò un sopracciglio, un gesto di sottile e aristocratica disapprovazione. «Se fosse così, allora dovrei essere io a chiederti se Tommaso, sapendoti qui, sola con uno sconosciuto in un club privato, non sarebbe geloso.
Ma la verità è che tu sei qui, e non mi sembri una donna che chiede il permesso per agire. O mi sbaglio?»
Quell'osservazione mi lasciò senza difese. L'immagine di un fidanzato, così ignaro e così distante da quel mondo di bollicine e verità taglienti, apparve quasi sbiadita.
