Emanava un'aura di potere calmo, rassicurante e al contempo schiacciante; era il tipo d'uomo capace di farti sentire protetta, ma anche infinitamente piccola sotto il suo sguardo autoritario.
«Sonia, accomodati,» disse il direttore, sollevandosi dalla poltrona con un gesto solenne che conferiva al momento un’importanza quasi cerimoniale.
Presi posto di fronte a lui, avvertendo un senso di inadeguatezza che mi faceva sentire fuori posto sotto quel soffitto alto.
Il signor Salvatore riprese a parlare con voce calda: «Tuo padre diceva della tua intenzione di lasciare la ditta. Non ti nascondo il mio profondo dispiacere; sei una delle migliori dipendenti, una risorsa preziosa. Tuttavia, comprendo la tua scelta e non posso che concordare: un’occasione simile va colta senza esitazioni.»
Mi strinse la mano con un vigore inaspettato, un calore umano che superava la semplice cortesia professionale.
«Sappi che la porta, per te, resterà sempre aperta. Spero sinceramente in un tuo ripensamento ma, se così non fosse, ti auguro tutta la fortuna che meriti per il nuovo incarico.»
Uscii, sentendo la porta chiudersi con un soffio dietro le spalle. Il cuore, finalmente libero da un peso insostenibile, parve alleggerirsi d'un colpo.
Voltandomi un’ultima volta, li vidi attraverso lo spiraglio: mio padre, in piedi di fronte al signor Salvatore con il volto illuminato dalla soddisfazione. Aveva l’aria fiera di chi ha appena garantito il futuro della figlia, e teneva la mano sulla spalla del direttore in un gesto di antica amicizia.
In quell'istante provai un brivido gelido lungo la schiena, sentendomi una traditrice spregevole; ma la fame di libertà, prepotente e oscura, era troppo forte per lasciarsi soffocare dal rimorso.
Tornai alla scrivania, percependo gli sguardi curiosi dei colleghi bruciarmi addosso come riflettori. Sergio mi sorrise con un’espressione carica di un’urgenza che non necessitava di parole.
Quando scoccò la pausa pranzo, ci rifugiammo nel solito angolo appartato, lontano da occhi indiscreti, per concederci quella che ormai era diventata "la nostra scopata quotidiana".
Il suo viso però non era gioioso come al solito, ma offuscato da un velo di tristezza.
«Allora, te ne vai...» mormorò, poi chiese: «Hai rassegnato le dimissioni?»
Lo fissai e sentii il cuore stringersi. Era stato il primo a cui lo avevo confessato, ancor prima che iniziasse la nostra relazione.
«Sì, è fatta. Ma non temere, non è un addio. Troveremo il modo di vederci ancora, lo sai.»
Un’ombra di delusione gli oscurò i lineamenti. «È che... dopo tutto il tempo che ho passato a corteggiarti, a cercarti, finalmente sono riuscito ad averti. E ora, già te ne vai.»
«Non preoccuparti,» gli ripetei, cercando di rassicurare più me stessa che lui, «non è un addio. È solo un arrivederci. Ci vedremo ancora, lo giuro. Pensa a ieri sera: non te l’aspettavi, eppure sono corsa da te.»
Ci baciammo, sentendo la passione riaffiorare prepotente, alimentata da quella malinconia sottile.
In breve fummo nudi, la pelle contro la pelle; lui sopra di me e le mie gambe che lo avvinghiavano con una forza disperata. Quel giorno non fu solo sesso; facemmo l’amore, forse per la prima volta.
Fu un'unione bellissima e, quando l'estasi si placò, rimanemmo immobili, fusi in quella posizione, con il suo seme caldo dentro di me; un legame intimo che mi faceva sentire completa.
Continuammo a baciarci, con una tenerezza che forse non avevo mai riservato nemmeno al mio fidanzato.
Quando raggiungemmo il bar per il consueto tramezzino, entrammo abbracciati. Camminavamo come due amanti che hanno smesso di nascondersi, esibendo con orgoglio quel legame che il mondo, fuori da quella stanza, non avrebbe mai dovuto scoprire.
Il pomeriggio scivolò via lento, ogni minuto dilatato quasi a voler prolungare la permanenza in quel posto che, fino a pochi giorni prima, non mi aveva mai regalato alcun brivido.
La signora Anna, con il viso sinceramente dispiaciuto, mi porse i moduli; compilare la lettera di dimissioni fu un atto definitivo, il tratto della penna che incideva il distacco dalla mia vecchia identità.
All'uscita, Sergio si offrì di accompagnarmi all’autolavaggio. Durante il breve tragitto, l'abitacolo era saturo della nostra complicità, un calore che rendeva superfluo ogni discorso. Quando accostò, lo salutai con un bacio sulla bocca: un contatto lungo, appassionato, che sapeva di un legame che andava oltre il sesso.
Scesa dall’auto, con un briciolo di malinconia lo vidi allontanarsi, sentendomi per un istante sola.
Il rumore delle idropulitrici in sottofondo e l'odore di detergente chimico mi riportarono bruscamente alla realtà: dovevo recuperare la BMW di Tommaso, sperando che fossero riusciti a cancellare le tracce di una notte che non avrei dimenticato.
Dovetti attendere; l’auto era pronta, lucida sotto il sole, ma il responsabile dell’autolavaggio era fuori e i suoi due dipendenti sembravano non conoscere nemmeno l’italiano.
Presi posto su una delle sedie in plastica lì fuori, cercando di armarmi di pazienza. Quei due ragazzi mi mangiavano con gli occhi, seguendo ogni mio minimo movimento con un’insistenza imbarazzante; per sfuggire a quegli sguardi, iniziai a sfogliare nervosamente le notifiche sul cellulare.
«Ciao,» sentii dire all'improvviso.
Alzai lo sguardo, trovandomi davanti un uomo sulla cinquantina, dall'aria estremamente distinta. «Salve,» risposi, raddrizzando la schiena per ritrovare un briciolo di contegno.
«Anche tu qui ad aspettare? Mi sa che dovremo pazientare ancora un po'. Julian è andato a consegnare un’auto a domicilio... pazienza,» aggiunse con un sorriso che mise in mostra dei denti bianchissimi e perfetti.
«Già,» confermai, rimanendo per un istante senza fiato.
Era un uomo incredibilmente affascinante: alto, con un fisico sportivo che traspariva con eleganza sotto il vestito da sartoria, i capelli brizzolati e una barba curata con precisione millimetrica. Ma erano i suoi occhi verdi, così penetranti e profondi, a lasciarmi quasi senza parole.
Si presentò porgendomi la mano: «Bruno.»
Iniziammo a conversare, e sentendo che gli davo del lei, subito mi interruppe con un gesto garbato: «Ti prego, dammi del tu, altrimenti mi fai sentire vecchio.»
«D'accordo, Bruno,» risposi, sentendo il calore tornare sulle guance.
«Bene Sonia... che bella ragazza che sei; bella e molto solare. Non certo il tipo di donna che ci si aspetta di conoscere in un posto come questo,» commentò, osservandomi con un'attenzione che non aveva nulla di volgare, ma molto di seducente. «Scommetto che quella BMW nera lì davanti è tua. Ha un carattere deciso, proprio come chi la guida.»
Sorrisi, lusingata da quell'osservazione così acuta. «In realtà è del mio fidanzato, ma oggi è sotto la mia responsabilità.»
Lui inarcò un sopracciglio, divertito. «Allora spero che Julian l'abbia trattata con i guanti di seta.»
Proprio mentre finiva di parlare, il rombo di un motore sportivo annunciò il ritorno di Julian. La vettura varcò il cancello alzando una nuvola di polvere sottile che brillò nel controluce del pomeriggio.
«Ecco il nostro uomo,» commentò Bruno, senza distogliere lo sguardo dal mio.
Non sembrava affatto contrariato dall'interruzione; anzi, la sicurezza che emanava suggeriva che il tempo fosse un alleato, non un nemico.
Il tipo scese dall'auto con la naturalezza di chi è abituato a maneggiare il lusso altrui. Ci raggiunse scusandosi per il ritardo e, dopo un cenno d'intesa con Bruno, si rivolse a me:
«Scusa l'attesa. La BMW è perfetta, l'abbiamo igienizzata da cima a fondo come avevi chiesto, ma la prossima volta andateci piano,» disse facendomi l’occhiolino. «Togliere certe macchie poi non è facile,» concluse ridendo.
Sentii il sangue pulsarmi alle tempie e arrossii come un peperone, nuda davanti a quell'allusione così sfacciata.
Bruno, che aveva ascoltato tutto e pesato la mia reazione con la precisione di un orafo, mi venne in soccorso con una fermezza regale.
«Julian! Non mettere in imbarazzo la signorina. Pensa a fare bene il tuo lavoro,» lo rimbrottò con un sorriso che non ammetteva repliche.
Poi, rivolgendosi a me con un tono che cancellava ogni volgarità: «Non farci caso, Sonia. La discrezione è una dote rara di questi tempi.»
Il ragazzo fece un cenno affermativo, improvvisamente serio, ed entrò nel casotto per recuperare le nostre chiavi.
Una volta pagato il conto, con il rumore delle idropulitrici che sfumava in sottofondo, Bruno si avvicinò alla mia portiera. «Sonia, che ne dici di un aperitivo? C'è un posto molto carino che sono sicuro ti piacerà.»
Senza esitare, accettai. Non sapevo ancora di preciso il perché, ma quell’uomo, con sicuramente più del doppio dei miei anni, mi piaceva.
Seguii la sua auto, una nuovissima Mercedes, fino a un parcheggio riservato in centro.
Una volta scesi, fece un cenno verso la sua portiera aperta. «Ti fidi? Il posto è appena fuori città e sarebbe assurdo andarci con due macchine. Inoltre, strada facendo, potrò avere il piacere della tua compagnia.»
Senza alcun timore, sprofondai nel sedile passeggero della Mercedes, avvolta da un silenzio ovattato che sembrava escludere il resto del mondo. In quel guscio di metallo e tecnologia, tra finiture impeccabili e l’odore intenso della pelle nappa, la sensazione di essere una regina diventava quasi fisica.
