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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 67
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Capitolo 67 di 78 32 min di lettura

L'Eleganza del Peccato

Tra il fango di un’attesa e il perlage di un calice, Sonia scopre che il lusso non è un abito, ma un potere. Fin dove si spingerà la Regista ora che ha imparato a dettare le regole del gioco?

Sonia
6 mesi fa · 591 letture · 0

Attese un attimo prima di rispondere. Il suo respiro era diventato un ansimare strozzato. «No tesoro, non ti devi scusare… preferisco che tu sia sincera e che mi dica sempre le cose come stanno.»

Tacque nuovamente. Poi, con una voce vibrante di una curiosità quasi dolorosa, chiese: «Davvero… davvero godi così tanto con Sergio?»

«Sì amore, tu vuoi che io sia sincera…» mormorai, lasciando che la frase galleggiasse tra noi come una promessa o una minaccia.

«Sonia, sapessi come mi eccita sentirti dire queste cose... non capisco e ormai non me ne vergogno più a dirtelo: sono venuto. Sono qui, steso sul letto, e al solo pensarti a fare certe cose non riesco a smettere di masturbarmi. Dì la verità: ti faccio schifo?»

«Amore! Che stupido che sei; perché dici queste sciocchezze?»

Feci una piccola pausa, godendomi il calore della stanza. «Sei tu che dovresti essere arrabbiato con me e odiarmi. Ma vedi, io…»

Attesi un attimo prima di proseguire. «Tu sei buono, gentile, delicato… ma ultimamente... sento la necessità di qualcosa di più virile. E lui...»

«Solo quello? Non è che te ne stai innamorando?»

La sua domanda arrivò rapida, tradendo l'unica vera paura che ancora lo tormentava: perdere il possesso del mio cuore, dopo aver già ceduto quello del mio corpo.

«Ma no, sciocco, cosa vuoi che mi innamori?» Risposi con una risatina leggera, quasi divertita. «Mi piace molto il suo cazzo... e come mi scopa, ma niente di più. È solo sesso, Tommaso, credimi.»

«Bene... questa è l’unica cosa che mi interessa,» sospirò. Potevo quasi sentire la tensione sciogliersi in una nuova ondata di piacere malato. «Anche con Antonio ti piaceva scopare? Anche lui è il maschio virile di cui hai bisogno?»

«Sì,» ammisi senza esitare, lasciando che il ricordo di quel nome portasse con sé un nuovo brivido, «ma quello... è un vero porco.»

«Perché porco?» chiese incuriosito.

«Ti dirò... ora è tardi… ma Antonio voleva sempre farlo. Ogni posto gli andava bene e mi scopava in continuazione.»

«E ti dispiaceva?»

«No, no, assolutamente…» risposi con una risatina, lasciando che il pensiero di quella depravazione filtrasse attraverso la mia reazione.

«E allora perché?»

«Te l’ho detto…»

«E lo vedrai ancora?» mi interruppe bruscamente.

Tacqui, attendendo quell’attimo necessario a caricare d'aspettativa ogni parola. «Non lo so... certo... non nascondo che... Ma a te piacerebbe?»

Gli avevo passato la palla, curiosa di sentire la risposta, di misurare quanto a fondo potesse spingersi il suo bisogno di essere umiliato.

«Non saprei... ma sinceramente... penso di sì,» ammise. Potevo quasi percepirne il sollievo nel confessare quella verità inconfessabile.

«Ah!» feci io, con una punta di finta sorpresa.

«A te non andrebbe?»

«...Sì... certo. Ammetto che mi piaceva…»

«Più con lui che con Sergio?» Finsi di pensarci.

«Ehm… Sì, più con lui.»

Poi aggiunsi ridendo, lasciando che la provocazione diventasse sfacciata: «E se li vedessi entrambi?»

Rise anche Tommaso, una risata nervosa ma eccitata. «Sei un’ingorda... e questa settimana con chi ti vedrai?»

«Non lo so… tu cosa vorresti?»

«Non guardare me. Tu, chi preferiresti?»

Tornando a ridere, lanciai l'ultima frecciata prima di congedarlo: «A mezzogiorno Sergio e la sera Antonio! Dai, ora chiudiamo che è tardissimo. Comunque stai tranquillo: ti dirò tutto.»

«Grazie amore, buonanotte.»

«Notte!»

La mattina seguente, lunedì, indugiai a lungo sotto il getto della doccia bollente.

L'acqua scivolava sul corpo, portando via i residui di quella sfrontata domenica di sesso, ma non l'indolenzimento delizioso che ancora mordeva l'interno cosce.

Mi preparai con cura quasi rituale: ogni gesto era calibrato per costruire l'immagine della ragazza impeccabile. Nonostante le poche ore di sonno, ero rilassata, pervasa da un'euforia sottile; pronta ad affrontare con entusiasmo quella settimana di totale libertà, padrona dei miei segreti e del mio tempo.

Appena pronta, scesi in cucina per la colazione.

Lì, mio padre sfogliava il giornale con la solita, imperturbabile calma; mentre mamma era china sui fornelli a preparare il caffè. Chiara, già seduta a tavola, fissava il vuoto con una tazza di latte tra le mani.

Presi posto in silenzio, cercando di mimetizzarmi in quella routine quotidiana.

«Ma guarda un po' chi c’è, la principessa,» ironizzò mia madre, voltandosi con una nota di apprensione dipinta sul volto. «Non so a che ora tu sia rientrata ieri sera, ma ci sono stati problemi con Tommaso? Ha chiamato per cercarti, sembrava davvero preoccupato.»

Sentendomi improvvisamente al centro dell'attenzione, mi strinsi nelle spalle con studiata noncuranza, soffocando sul nascere ogni traccia di tensione.

«No, mamma, poi ci siamo sentiti e ho chiarito tutto,» risposi, portando la tazza alle labbra per nascondere un sorriso involontario. «Mi sono fermata a casa di Paola e ho dimenticato il telefono in macchina. Sai com'è fatto Tommaso: tende sempre a esagerare.»

Papà, rimasto fino a quel momento immerso nella lettura, abbassò lentamente il giornale.

Il suo sguardo, attento e lucido, parve scavarmi sotto la superficie della maschera mattutina. Mi fece sentire nuda ed esposta, come se potesse scorgere i segni di Sergio ancora impressi sulla pelle.

«Sonia,» pronunciò con quella sua voce profonda: «stamattina verrò a parlare con il tuo direttore. Non rassegnare le dimissioni finché non avrò conferito con lui. Voglio che comprenda la natura della tua scelta; non deve interpretarla come un dispetto, né serbare rancore.»

Un’ondata di sollievo sciolse il nodo di ansia che mi aveva stretto lo stomaco.

«Grazie, papà,» mormorai, avvertendo un senso di sincero affetto.

Quando uscii di casa, il sole del mattino mi accarezzò il viso con un calore quasi fastidioso.

L'auto di Tommaso era lì, parcheggiata con quella precisione millimetrica che lui esigeva.

Appena salii a bordo, mi resi conto delle condizioni in cui l’avevamo ridotta: l'abitacolo, solitamente un tempio di ordine e fragranza, appariva devastato.

A terra giacevano fazzoletti di carta appallottolati. I cristalli, specialmente dal lato del passeggero, portavano aloni di palmi aperti premuti contro il vetro durante l'amplesso.

Persino l’odore del sesso, acre e persistente, si sovrapponeva all’effluvio chimico del profumatore d'ambiente. Ma furono i sedili in tessuto a preoccuparmi; le macchie inequivocabili di sborra e umori erano evidentissime.

Tommaso, nonostante la sua perversione voyeuristica, non avrebbe mai tollerato un simile scempio.

Era gelosissimo della sua macchina; per lui, quelle macchie avrebbero rappresentato l'unico tradimento imperdonabile.

Poco distante dalla ditta dove lavoravo, scovai un piccolo autolavaggio.

Prima di consegnare le chiavi, raccolsi freneticamente i fazzoletti di carta dal tappetino e li gettai in un cestino dei rifiuti, quasi volessi nascondere le prove del mio peccato.

Avvicinandomi al ragazzo incaricato, con una voce che cercava di restare ferma ma tradiva una sottile supplica, gli chiesi di fare il possibile per far tornare i sedili come nuovi.

Questo osservò la tappezzeria macchiata, poi tornò a fissarmi con un mezzo sorrisetto malizioso e una smorfia complice, che mi fece avvampare il viso.

Imbarazzata, cercai di distogliere gli occhi da lui e dagli altri due operai, fermi ad osservarmi con un’espressione sfacciatamente vogliosa.

Il tipo, prendendo la chiave, mi trattenne per un attimo la mano; un piccolo gesto spavaldo, capace però di farmi fremere.

Varcai la soglia dell'ufficio quasi correndo, col fiato ancora corto per la fretta e l'imbarazzo.

Sergio era già al suo posto. Il nostro modo di guardarci era talmente eloquente che chiunque, osservandoci, avrebbe potuto leggere la storia nata tra noi.

Gli rivolsi un sorriso, forzando una disinvoltura che faticavo a provare, con il mio culetto che risentiva ancora delle sue spinte vigorose; un richiamo fisico che rendeva quel gioco di seduzione terribilmente reale.

Alle dieci in punto, la figura impeccabile di papà apparve nell'atrio.

Vederlo così rassicurante fu come scorgere un faro nella nebbia; mi emozionai profondamente, sentendo un nodo stringermi la gola. Il suo volto, serio ma intriso di una gentilezza antica, mi faceva sentire protetta, offrendomi un istante di tregua dal turbine di bugie in cui ero immersa.

Salutò i miei colleghi con la sua innata cordialità, muovendosi con una signorilità che imponeva rispetto, per poi farsi annunciare nell'ufficio del direttore.

La porta si chiuse con un clic ovattato, lasciando dietro di sé un silenzio quasi palpabile. La tensione mi irrigidiva le spalle, facendomi sentire come una bambina in attesa di una punizione inevitabile.

Fu la voce della signora Anna a spezzare l'attesa: «Sonia, il direttore ti aspetta.»

Alzandomi con il viso in fiamme, lisciai la gonna con gesti rapidi per ritrovare un contegno. Attraversai il corridoio a passo veloce, percependo il peso degli sguardi curiosi dei colleghi su di me.

Varcata la soglia, lo vidi. Il signor Salvatore sedeva dietro la grande scrivania: un uomo sulla sessantina dal fisico appesantito e il volto rotondo, di un roseo sano incorniciato da capelli brizzolati.

Vestiva un completo grigio, impreziosito da una cravatta in seta lucida che catturava la luce. Il suo sorriso, intriso di una gentilezza paterna, riuscì a lenire in parte la mia agitazione.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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