Impacciata, incapace di trovare una replica che non suonasse infantile, finii il mio vino quasi d’un fiato, cercando rifugio nel fondo del calice.
Lo vidi sorridere. Non un sorriso di scherno, ma di autentico divertimento, come se trovasse deliziosa la mia confusione.
«Il Satèn non è acqua, Sonia. Va sorseggiato, proprio come le decisioni importanti,» commentò con dolcezza, facendo un cenno al cameriere perché rabboccasse i nostri bicchieri. «Ma capisco. A volte la verità brucia più dell'alcol, e serve qualcosa per mandarla giù.»
«Sai, Bruno... non so se sia il vino o questo posto, ma mi sento stranamente libera di parlare con te. Come se non avessi bisogno di nascondermi.»
Lui fece un piccolo cenno col capo, invitandomi a proseguire. «È il privilegio di essere estranei, Sonia. O forse è solo che io so ascoltare senza giudicare. Cosa c’è dietro quella determinazione di cui parlavamo?»
Sospirai, fissando le bollicine nel calice. «C’è Tommaso. Gli voglio bene, sul serio, ma sessualmente... è come se mancasse qualcosa. È tutto troppo prevedibile, troppo spento.»
«E questo ti spinge a cercare quel qualcosa altrove?» chiese abbassando la voce di un tono.
«In realtà è più complicato,» risposi, sentendo le parole scivolare via senza l'attrito dell'imbarazzo. «Il punto è che lui lo sa. Anzi, Tommaso trova la sua eccitazione proprio nei miei tradimenti. È la nostra verità, quella che non diciamo a nessuno.»
Bruno rimase un istante in silenzio, ma non era sorpresa la sua, ma la pausa densa di chi sta ricalibrando un'immagine: quella che si era fatto su di me.
«Quindi si nutre del tuo desiderio per gli altri. Una dinamica intrigante... e tu? Lo tradisci spesso?»
Lo guardai dritto negli occhi, sentendo il calore del Satèn rendermi audace. «Ho cominciato da poco. È una strada che ho appena imboccato, ma ammetto di trovarla appagante.»
«E non senti il bisogno di tornare indietro, immagino.»
«No,» ammisi. «Non sento affatto il bisogno di tornare indietro.»
Sorrise, un sorriso che questa volta sembrava promettere molto più di un semplice aperitivo. «Capisco. Hai scoperto che la trasgressione ha un sapore che la normalità non potrà mai eguagliare. E dimmi, Sonia... in questo momento, cosa stai cercando? Un’altra avventura da raccontarle al tuo fidanzato o qualcosa che sia solo per te?»
Lo guardai stupita, trovando quella domanda non solo intrigante, ma quasi rivelatrice.
Mi costringeva a guardare dentro quel gioco di specchi che avevo costruito con Tommaso, restituendomi il ruolo di protagonista.
«Lui riceve solo ciò che io decido di concedergli,» risposi, con una fermezza che sorprese persino me. «Si nutre di briciole, di racconti, di sensazioni riportate... ma la decisione di varcare quella soglia è sempre e solo mia.
Quello che accade quando sono con un altro uomo appartiene a me. È il mio spazio, la mia libertà.»
Bruno rimase a fissarmi per qualche istante, poi, con una lentezza studiata che mi fece mancare un battito, allungò la mano sul tavolo e la posò sopra la mia.
La strinse lievemente, un contatto caldo e rassicurante che trasmetteva una forza assoluta. Il suo sorriso d’ammirazione non era quello di un uomo che ha appena ottenuto un appuntamento galante, ma quello di un complice che ha finalmente trovato la sua pari.
«È esattamente la risposta che speravo di sentire,» mormorò, senza distogliere lo sguardo dai miei occhi. «C’è una dignità feroce nel modo in cui rivendichi il tuo piacere, Sonia. Molte donne si sentirebbero in colpa; tu invece sembri risplendere sotto questo peso.»
Sentii il calore della sua pelle contro la mia e un brivido sottile mi corse lungo la schiena, più intenso del freddo del Franciacorta.
«Quindi,» continuò, accarezzando il dorso della mia mano con il pollice, «se dovessimo decidere che questa sera non è ancora finita, Tommaso dovrebbe accontentarsi di un racconto molto... parziale. O sbaglio?»
«Forse, nemmeno di quello,» risposi maliziosa.
Il tempo passò veloce, un'ora volò via come un battito di ciglia. Ci portarono altri calici e stuzzichini ricercati, ma la mia attenzione era tutta per Bruno.
Ero affascinata da quell'uomo; la sua voce, calda e profonda, mi entrava dentro, amplificata da ogni sorso di Satèn. Mi sentivo sempre più a mio agio, come se lo conoscessi da sempre, anche se l'alcol iniziava a rendermi un po' brilla, sfumando i contorni del mondo intorno a noi.
Ero ancora vestita con gli abiti da ufficio: la solita gonna nera e la camicetta bianca. Iniziai a sentirmi fuori posto, a disagio tra tutte quelle donne eleganti, avvolte in abiti da sera o in completi da golf impeccabili.
Ma non era solo l'abbigliamento a tormentarmi, mi sentivo sporca: la fica e il perizoma erano ancora intrisi dallo sperma di Sergio; la sensazione di essere così umida, di portare addosso il seme di un altro uomo sotto lo sguardo di un signore come Bruno, mi fece venire i brividi. Era un segreto viscerale che strideva con la perfezione di quel prato inglese.
Con un sorriso gentile, chiese se mi andasse di cenare con lui.
«Ti ringrazio, Bruno, davvero,» dissi, «ma preferisco rifiutare. Sono un po' stanca e vorrei solo tornare a casa.»
Annuì con un'espressione comprensiva, senza smettere di studiarmi con quegli occhi verdi che sembravano aver intuito anche il mio disagio. «Ti capisco. È stata una giornata intensa per te, Sonia. Ti andrebbe di vederci domani?»
«Sì,» risposi, e quella singola parola fu un impegno che sentii vibrarmi in tutto il corpo. «Sì, mi piacerebbe molto.»
Andandocene da lì, il corpo e la mente si sentirono finalmente sollevati. Ero stata bene con lui; ogni cellula mi diceva che ne avrei voluto ancora, e subito.
Mentre il grande cancello si apriva davanti a noi, Bruno posò il palmo sul mio ginocchio con un gesto inaspettato.
Ci guardammo, sigillando quell'intesa silenziosa in un unico istante, prima che le labbra si cercassero per unirsi in un bacio lungo, intenso, capace di scacciar via ogni altro pensiero.
Il suo tocco, delicato e deciso al tempo stesso, mi fece indurire i capezzoli all'istante. Ma quando la sua mano scese tra le mie gambe, lo fermai di malavoglia, maledendomi per non essermi lavata.
Lui sorrise, quasi leggendo il mio imbarazzo; poi, scorgendo i fari di un’auto nello specchietto, ingranò la marcia e partì.
Arrivammo dove avevo parcheggiato l’auto di Tommaso. Non appena si fermò, riprendemmo a baciarci con una fame nuova.
Il suo cazzo era già duro e promettente sotto la stoffa dei pantaloni. Li slacciai, e con un gesto dettato da una voglia prepotente, glielo tirai fuori. Era grosso, magnifico, lungo, coronato da una cappella imponente. Staccandomi dalle sue labbra mi chinai.
Nascosta dai vetri oscurati, nel cuore di una piazzetta del centro, gli feci un pompino. Eccitata, leccavo e succhiavo quel membro superbo che sapeva di maschio e di desiderio puro; i suoi gemiti bassi e il leggero movimento del bacino confermavano quanto apprezzasse. «Oh... sì... piccola... sei fantastica...»
Bruno mi venne in bocca con fiotti caldi e potenti; deglutii fino all'ultima goccia del suo sperma, assaporandone il gusto. Ci fu ancora il tempo per qualche bacio umido e un’ultima carezza, poi, dopo esserci scambiati i numeri di telefono, scesi dall'auto.
Sulla via del ritorno, in quell’abitacolo così lindo, guidavo rilassata con il finestrino abbassato per lasciarmi accarezzare il viso dall'aria fresca della sera.
Canticchiando il brano trasmesso alla radio, mi sentivo pienamente viva e inebriata da quanto accaduto, provando una strana meraviglia verso me stessa; sorridendo tutta sola nella notte.
Parcheggiai con cura davanti a casa ed entrai. Mamma e papà seguivano una trasmissione in salotto, entrambi mezzi addormentati; Chiara non c’era. Mamma chiese se avessi cenato e la rassicurai, salendo rapida le scale.
Entrai in bagno denudandomi strada facendo, lasciando cadere gli abiti uno dopo l’altro. La fica era piacevolmente umida; la accarezzai pensando a Bruno, desiderando che fosse lui a farlo in quel momento. Lasciai scorrere l’acqua della doccia e subito il vapore appannò lo specchio. Con il dito vi disegnai uno smile, quasi fosse la mia immagine riflessa. Ero felice, spaventosamente felice.
Sotto il getto, lasciai che l'acqua portasse via la stanchezza e i residui di quella giornata così particolare. Una volta asciutta, infilai i pantaloni del pigiama e una maglietta larga.
Seduta sul letto, il pensiero corse al mio nuovo amico: alla sua voce, ai suoi occhi, al suo cazzo. Lasciai che il corpo venisse attraversato dagli ultimi brividi, una miscela di piacere e trasgressione.
In quell'istante, il telefono vibrò. Sorrisi vedendo il nome di Tommaso sullo schermo. Risposi con un tono dolce e innocente. «Ehi, amore. Tutto bene?»
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