Risi piano, colpita dalla sua audacia. Sapeva che non mi sarebbe spiaciuto e non feci nulla per nasconderlo. Allungai una mano e, con la punta delle dita, sfiorai appena il tessuto della maglietta, all’altezza del bicipite. Era duro come marmo.
«Che duro che è...» esclamai con finta ingenuità, sentendo la fibra del muscolo tendersi sotto il mio tocco.
Sorrise, avvicinandosi ancora di più, i nostri corpi che si sfioravano. «E non è l’unico, bellezza. Vuoi provare?» rispose pizzicandomi il capezzolo che, duro e teso, sembrava voler forare il tessuto.
Un gemito basso mi morì in gola mentre inarcavo la schiena contro il marmo, vinta da quella stretta decisa che bruciava di un piacere quasi doloroso. Non c'era traccia di corteggiamento, solo il possesso brutale di chi ha già deciso di prendersi ciò che vuole; infischiandosene di chiunque ci fosse oltre quella porta.
Godevo di quella tensione improvvisa, del rischio che stavamo correndo a pochi metri da Tommaso. «Ora devo tornare di là. Qualcuno potrebbe preoccuparsi se resto troppo tempo con uno sconosciuto così... intraprendente.»
«Peccato» mormorò lasciando la presa. «Ma sappi che se cambi idea basta che fai un cenno. Immagina solo cosa potrei farti, se solo non fossi così...»
Passandogli accanto, lo sfiorai deliberatamente, tastando la tensione del suo cazzo. «Così cosa? La prossima volta, magari... decido di provare...» gli sussurrai all'orecchio, lasciando la frase sospesa.
Rientrai in sala con passo leggero, quasi fluttuante, sentendo ancora il fremito di quell'incontro sulla pelle. Già da lontano potevo scorgere la frustrazione sul volto del mio fidanzato. Il suo sguardo, carico di ansia, vedendomi arrivare, cercò disperatamente i segni di un rasserenamento.
«Sonia... scusami, io non volevo...» provò a dire non appena presi posto, ma le sue parole morirono in gola.
Proprio in quel momento, l’audace ragazzo passò dietro la mia sedia e sfrontatamente mi sfiorò la spalla nuda. Fu un gesto rapidissimo, ma Tommaso se ne accorse. Indifferente e sicuro di sé, Yuri tornò dai suoi compagni con un sorrisetto vittorioso che lasciava molto a intendere.
Con estrema calma, presi il calice e sorseggiai il vino, guardando il mio fidanzato dritto negli occhi.
«Tutto bene, cara?» domandò con la voce che tremava vistosamente. «Ci hai messo molto... e quel tipo... ti ha forse importunata?»
«Il bagno era occupato, ed è stato solo gentile. Vedendomi scossa per le tue stronzate, ha chiesto se avessi bisogno di aiuto» risposi con una freddezza che lo gelò. «Ora, se hai finito di fare il geloso in modo patetico, vorrei finire la mia pizza. O preferisci continuare a interrogarmi su Sergio?»
Deglutì a vuoto, abbassando lo sguardo sul piatto. La vicinanza di quel gruppo di giovani così sicuri di sé lo faceva sentire minuscolo, inadeguato. Eppure, vedevo la sua eccitazione crescere nel vedermi così desiderata e, al tempo stesso, così distante da lui.
«No... no, mangiamo» borbottò, riprendendo le posate con le mani che ancora vibravano.
Distrattamente lo osservavo tagliare con movimenti meccanici quella pizza ormai fredda, ma la mia attenzione era rivolta con ostentata noncuranza verso la tavolata accanto; a quel predatore che, come un lampo, aveva illuminato la mia serata. Tommaso taceva, impegnato a monitorare ogni minimo movimento del suo rivale che, seduto in modo da avermi perfettamente di fronte, mi guardava con una sfacciataggine che non lasciava spazio a dubbi.
«Sonia...» disse infine Tommaso, sporgendosi verso di me, con la voce che vibrava di un’ansia mal trattenuta. «Quello... continua a fissarti in un modo che non mi piace. E tu... sembri dargli corda.»
«Ti prego, non ricominciare!» gli dissi irritata. «Cosa vuoi che faccia se mi guarda? Non ti basta di avermi rovinato la serata parlando con quella strega? Non cercare altri pretesti dove non ce ne sono.»
Deglutì, tormentando l'orlo della tovaglia. «Sì, ma... ci hai messo tanto. Troppo. Ed è rientrato subito dopo di te. Con quella faccia... sembrava quasi che ridesse di me.»
Fece una pausa, il respiro che si faceva corto. «Sonia, guardami. È successo qualcosa là dentro? Vi siete... vi siete detti qualcosa? O peggio?»
Poggiai lentamente il bicchiere, lasciando che una smorfia enigmatica fiorisse sulle mie labbra. «Ti ho già detto che è stato solo gentile. Se poi la sua presenza ti fa sentire così... insicuro, forse dovresti chiederti perché.»
«Gentile? Sonia, quel tipo ti guarda come se... come se ti volesse scopare qui, e tu... e tu... sembra che lo stia invitando a farlo.» Il suo tono scese, diventando un bisbiglio febbrile. «Dimmi la verità... avete fatto qualcosa? Ti... ti ha toccata? Mentre io ero qui come un idiota ad aspettarti, ti ha messo le mani addosso in bagno?»
Lo guardai spazientita, poi sibilai: «Vuoi che ti dica di sì?», facendolo sbiancare all'istante. «Di' la verità! Ammettilo! Ti piacerebbe sentirtelo dire! Ebbene sì: mi ha toccata, e allora? Non è questo che cerchi? Deciditi una buona volta: cosa vuoi? Prima non stai nella pelle perché ti racconti cosa faccio con Sergio, per poi tormentarmi tutta la sera con la tua assurda gelosia. Deciditi!»
Avevo detto quelle cose alzando la voce e qualcuno lì accanto aveva certamente sentito.
Imbarazzatissimo, lui bisbigliò: «Ti... ti prego, amore... non gridare.»
Proprio in quel momento, quell’altro alzò il suo boccale di birra verso di me, accennando un brindisi e facendo un occhiolino talmente evidente che Tommaso dovette voltarsi dall'altra parte per non scoppiare.
«Lo vedi?» disse agitato. «Mi sta sfidando! Sa forse qualcosa che io non so?»
«Sa solo che sono... Lasciamo perdere, dai, che è meglio» conclusi, asciugando le labbra con il tovagliolo. «Ora, se hai finito, andiamocene.»
Probabilmente, per il timore che mettessi fine alla serata chiedendo di essere riportata a casa, decise di non andare oltre. «Va bene tesoro, scusami... ti andrebbe di andare al cinema?»
Lo guardai per un attimo fingendomi indecisa, poi feci un cenno affermativo e aggiunsi: «Chissà se almeno lì riesci a non essere geloso.»
Uscendo, mentre Tommaso pagava il conto alla cassa, mi voltai un'ultima volta verso il mio sfacciato corteggiatore, ricambiando la sfrontata strizzatina d’occhio.
Il viaggio in macchina, dalla pizzeria al cinema, si svolse in assoluto silenzio; mi teneva la mano, guardandomi di tanto in tanto con lo sguardo da cane bastonato che ormai conoscevo fin troppo bene, incapace di trovare le parole per riparare al disastro.
La sala era semideserta e ci volle poco a capirne il motivo: il film era di una noia pazzesca, ma almeno servì a riappacificarci.
Iniziò fin da subito a cercarmi con piccoli gesti cauti: un bacio leggero sulla spalla, una carezza timida che risaliva dal polso fino all'incavo del gomito, cercando di sciogliere la mia resistenza.
Avvertivo il suo bisogno di farsi perdonare trasformarsi lentamente in qualcosa di più viscerale; i suoi gesti, inizialmente casti, si facevano via via più insistenti, carichi di una fame che la gelosia della serata aveva solo alimentato.
Sentii scorrere il suo tocco dal seno alla coscia, e risalire poi sotto la minigonna.
Non era mai successo che osassimo tanto in pubblico, ma eravamo entrambi accesi fino allo spasmo: lui perso nelle sue proiezioni di tradimento, io ancora elettrizzata dal tocco di Yuri in bagno.
Come due adolescenti in preda a un’urgenza che non ammetteva attese, spostò di lato le mie mutandine:
il contatto improvviso della sua mano sulla fica, già bagnata e pulsante per l’adrenalina della pizzeria, mi fece sussultare.
Iniziò a masturbarmi con una foga insolita, quasi rabbiosa, con le labbra incollate alle mie in un contatto umido e profondo che rivelava quanto fossi riuscita a portarlo al limite.
Chiusi gli occhi, abbandonando la testa sullo schienale, gustando quei movimenti rapidi e nervosi sul clitoride.
Nel buio della sala non vedevo lo schermo, ma tutti quei ragazzi della squadra di calcio che, carichi di testosterone, con i loro cazzi durissimi mi facevano godere sotto lo sguardo impotente del mio fidanzato.
Fu un piccolo orgasmo, sufficiente però a calmarmi i nervi e in parte le voglie.
Uscimmo dopo la mezzanotte, camminando abbracciati con ritrovata complicità, come se il litigio in pizzeria non fosse mai successo.
Una volta in macchina, Tommaso chiese timidamente se mi andasse di fermarmi da qualche parte. Era il suo modo di dire "al solito posto". Credo che ormai tutti in zona conoscessero la nostra vettura: stesso parcheggio, stesso angolo, la solita scenografia per i suoi tormenti.
Bramava quel momento da due giorni e, nonostante cercasse di darsi un contegno, la sua impazienza esplose appena spento il motore. «Adesso, amore, siamo soli...» mormorò, il respiro già alterato. «Sai benissimo quanto sia impaziente che tu mi dica tutto. Me lo hai promesso.»
«Sì, tesoro...» risposi con un tono quasi canzonatorio, studiando le sue reazioni. «Ma prima spogliamoci, altrimenti rischi di sporcarti di nuovo come l'altra volta.»
Colpito dal mio sarcasmo, sussultò. «Ti prego Sonia, non prendermi in giro... mi vergogno... ma sai che non resisto quando ti sento dire certe cose.»
«Sì, scusa» sussurrai, iniziando a svestirmi con gesti calmi.
Una volta nudi, l’aria nell'abitacolo divenne subito densa, carica dell'odore della nostra pelle e della sua eccitazione repressa.
