Incuranti di chi mi sedeva di fronte, non si risparmiavano battute a doppio senso e ammiccamenti, accompagnati da gesti allusivi alle spalle del mio povero Tommaso.
Devo ammettere che non facevo nulla per dissuaderli; anzi, sorseggiando lentamente il vino, godevo nel veder il mio fidanzato ribollire nel suo brodo di gelosia e desiderio.
«Sonia... ti prego...» sussurrò, sporgendosi verso di me sopra la tovaglia.
La voce era ridotta a un filo per il timore di essere sentito da coloro che ridevano lì accanto.
«Cerca di non incoraggiarli. Quelli non aspettano altro... sembra che vogliano saltarti addosso da un momento all'altro.»
«Sono solo ragazzi, tesoro» risposi, ignorando il suo palese disagio. «Piuttosto, ordiniamo? Ho una fame terribile stasera.»
Dopo aver ordinato, appena il cameriere passò alla tavolata accanto, Tommaso si tese di nuovo verso di me.
«Pensavo che qua potessimo parlare ma... È tutto il pomeriggio che muoio dalla voglia di rimaner solo con te.»
Lo fissai, osservando il tremito della mascella e la sua totale vulnerabilità.
«Se vuoi... chi ci sente?»
Il nostro discorso fu interrotto dal fragore dei vicini: risa scatenate dalla risposta sfrontata che uno di loro aveva dato al cameriere. Sentendosi chiedere cosa desiderasse, questo si era alzato in piedi e, indicandomi apertamente, aveva esclamato: «Vorrei… lei!».
A quella battuta, anche se non particolarmente divertente, era seguito un boato di ilarità tra i compagni, cameriere compreso. Senza scompormi, rivolsi un sorriso luminoso allo spavaldo bellimbusto che mi guardava compiaciuto. Era veramente bello e dall’aria sfrontata, con occhi scuri e l’abbronzatura di chi è abituato a vivere all’aperto. Ricambiò il mio gesto fissandomi, chinando lievemente il capo in segno di reverenza.
«Sonia! Ti prego!» sibilò Tommaso, con il volto che passava dal pallore al rosso fuoco. «Manca solo che ti unisci a loro...»
«Ti spiacerebbe?» gli risposi, spiazzandolo completamente.
Rimase senza parole per qualche istante, poi, incapace di resistere alla curiosità che lo stava divorando, proseguì: «Meglio non parlare qua di queste cose, sai... non vorrei... Ma dimmi solo: è successo qualcosa ieri? Sì... intendo con il tuo collega.»
Lo guardai, limitandomi a un cenno affermativo, lento e deliberato. Sul suo volto, vidi balenare più una sorta di eccitata gratitudine che vero stupore. Era la conferma che tanto bramava.
«E... dove... dove siete andati?» chiese, faticando a deglutire la propria saliva, mentre un coro di risate sguaiate scoppiava di nuovo al tavolo dei calciatori, facendolo trasalire. «Ti ha portata nel parcheggio dell’altro giorno?»
Sporgendomi in avanti fino a sentire il calore del suo respiro affannato: «Siamo andati in campagna, un posto isolato dove passano solo i trattori...»
Chiuse gli occhi per un istante, come se l'immagine di noi due, soli in quel deserto verde, lo avesse colpito fisicamente. «In campagna... in macchina... Dio, Sonia... e poi? Cosa... cosa è successo? Vi siete... vi siete... sì, insomma, avete fatto come l’altro giorno?»
Mordendo il labbro, feci una piccola smorfia e alzai le spalle con studiata noncuranza, come a voler suggerire che le cose non fossero andate esattamente come quel giorno. Quel gesto vago, quasi un'esitazione, fu la scintilla che gli incendiò la mente.
«Non dirmi... non dirmi che...» mormorò con la voce che gli si spezzava in gola.
In silenzio, fissai il suo pomo d’Adamo andare su e giù un paio di volte; poi, con un finto imbarazzo che sapeva di castigo, abbassai lo sguardo sul calice di vino.
Non saprei dire quanto tempo rimase immobile a fissarmi; congelato in quell'istante di pura incredulità e bramosia, sembrava che il mondo intorno a lui fosse svanito, sostituito dall'immagine di me in quella stradina di campagna.
Fummo riportati alla realtà dal bel moro che prima aveva fatto la battuta. Avvicinandosi al nostro tavolo con la spavalderia tipica di chi si sente padrone della scena, e attento a farsi sentire dai compagni, ci disse:
«Scusate il baccano,» esordì, rivolgendosi a noi ma mantenendo gli occhi piantati su di me. «Siamo un po' su di giri per la vittoria e spero non vi disturbi troppo... mi chiamo Yuri.»
Strinse la mia mano con una galanteria sfrontata, una pressione decisa che mi procurò un brivido improvviso al basso ventre.
Verso il mio fidanzato, che lo fissava con un'espressione assente, ancora perso nella rivelazione sulla campagna, rivolse a malapena un gesto distratto del capo, scambiandolo probabilmente per un ebete o, comunque, per uno che non rappresentava una minaccia.
«Non disturbate affatto, anzi... è piacevole sentirvi» risposi, regalandogli un mezzo sorriso che lo fece ringalluzzire.
Tommaso scosse la testa, come per uscire da un torpore ipnotico, e balbettò qualcosa di incomprensibile: «No... no, figurati... nessun disturbo...»
Percependo la debolezza del mio accompagnatore, Yuri ridacchiò facendomi l’occhiolino, indugiando ancora un istante a fissarmi la scollatura prima di tornare dai compagni con l'aria di chi ha appena segnato un altro punto.
Quasi non si fosse nemmeno accorto di quell’intrusione, una volta rimasti soli, Tommaso mi guardò con gli occhi lucidi di emozione.
«Sonia... ma allora... se non vi siete solo toccati... che cosa... che cosa avete fatto?» sussurrò, e stavolta la sua era una supplica carica di una fame disperata.
«Amore... non mi sembra questo il momento per certe domande...» mormorai in tono volutamente supplichevole, quasi a voler proteggere un segreto troppo intimo per quel luogo rumoroso.
Lui parve riscuotersi. Annuì freneticamente, passandosi una mano sulla fronte umida di sudore. «Sì... hai ragione. Scusami, è che... va bene, ne parliamo dopo. Senti, dopo la pizza... ti andrebbe di fare un salto al pub? Ci sono gli altri, ci aspettano.»
Il mio viso si fece subito minaccioso. Sentii la rabbia montarmi dentro, fredda e tagliente. «Assolutamente no! Non ci penso nemmeno.»
Preso alla sprovvista dalla mia durezza: «Ma perché? Ho... ho parlato con Federica oggi pomeriggio. Le ho spiegato tutta la storia, la faccenda di Antonio... Ho chiarito che era solo un malinteso...»
Sentii ribollire il sangue. «Ti sei permesso di fare cosa?» sibilai, la voce bassa ma carica di un disprezzo che lo fece rimpicciolire sulla sedia. «Hai raccontato di Antonio a Federica? Ma come ti è saltato in mente di andare a riferire i cazzi miei a quella strega?»
Quelli accanto a noi, avvertendo la violenza verbale del nostro battibecco, si azzittirono quasi di colpo. I loro sguardi lascivi si trasformarono in curiosità morbosa; ora non guardavano più solo il mio corpo, ma godevano dello spettacolo della mia furia contro quell'uomo così palesemente incapace di tenermi testa.
«Sonia... calmati... volevo solo che tutto tornasse come prima...» provò a giustificarsi, rivolgendo un’occhiata impacciata verso i calciatori che ci fissavano.
«Niente tornerà come prima. Te l’ho detto: io là non ci metto più piede e se vuoi vedere i tuoi amici ci vai da solo!»
Senza lasciargli il tempo di replicare, mi alzai di scatto e con stizza buttai il tovagliolo sul tavolo. Gli girai le spalle e me ne andai rabbiosa verso il bagno, con gli occhi dell’intera squadra posati sui miei fianchi.
Entrai con il respiro ancora corto per la rabbia e bagnai i polsi, lasciando che l’acqua fredda calmasse il battito.
Osservandomi nello specchio, sistemai i capelli, scostandoli dalle spalle con un gesto lento, sorridendo al pensiero di tutti quei ragazzi vogliosi e ai loro ammiccamenti sfrontati. Avrei voluto tornare di là, in sala, e concedermi a loro senza ritegno, lasciando quel cornuto del mio fidanzato a guardare e masturbarsi furiosamente.
Un'immagine, questa, che mi riportò alla mente la vecchia cascina di Enzo, facendomi bagnare la fica in modo osceno.
Sentii la porta aprirsi e dallo specchio vidi riflessa la sagoma imponente di Yuri.
Alto, muscoloso, con un ghigno che prometteva solo guai.
Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia sul petto. «Tutto bene, bambolina?» chiese con voce calda, profonda, capace di far vibrare quello spazio ristretto. «Sembra che quello ti abbia fatta proprio incazzare.»
Voltandomi lentamente, appoggiai le reni al lavandino, guardandolo senza battere ciglio. Da fuori arrivava il rimbombo ovattato dei festeggiamenti, risate e brindisi che sembravano appartenere a un altro mondo, rendendo il silenzio tra noi due ancora più denso, quasi elettrico. «Quello, è solo un po' troppo abituato a parlare a sproposito» risposi con un sorriso pigro. «E tu? Non dovresti essere a festeggiare con gli altri?»
Fece un passo avanti, tanto che sentii il calore che emanava e il suo profumo maschio.
«La festa? Perché non ti unisci a noi e molli quel bamboccio? Sei molto bella, ma è inutile che te lo dica, com’è inutile che ti dica cosa vorrei farti.»
Guardò le mie labbra con una sfacciataggine tale da farmi scorrere un brivido lungo la schiena; in risposta, le inumidii lentamente con la punta della lingua, un riflesso involontario che parve accendere ancora di più il fuoco nei suoi occhi. «Scusa se lo dico, ma sei sprecata a quel tavolo. Non è il tuo tipo, credimi...»
«E tu lo saresti, invece?» lo sfidai, abbassando la voce fino a renderla un sussurro roco.
Scese con lo sguardo verso il mio seno per poi risalire. «Mettimi alla prova. Quello là fuori... trema solo a guardarti. Io, invece, sto pensando a quanto sarebbe divertente portarti via da qui proprio ora.»
