«Dai, adesso siamo pronti» incalzò, i suoi occhi che brillavano di una luce febbrile. «Dimmi tutto, voglio ogni singolo particolare.»
Fingendo di esitare, scostai lo sguardo. «Ora sono io a vergognarmi... sai...»
«No, amore, non devi» rispose prendendomi il viso tra le mani con una tenerezza disperata. «Non ti devi vergognare di nulla, ricordi? Te l'ho detto io che voglio sapere.»
«Va bene...» sospirai, arrendendomi al suo gioco. «Ieri siamo andati al solito posto...»
«Come al solito posto? Quante volte ci sei andata? E... e poi, l’altro giorno non avevi detto che eravate in un parcheggio?» esclamò sorpreso.
«Parcheggio?» finsi di non ricordare. Poi, tormentandomi le dita con contrizione: «No... eravamo in campagna; anche l'altro giorno.»
Ammisi in un soffio.
«Ah!» esclamò, e sentii il suo cuore accelerare contro il mio braccio. «E quante volte ci siete già andati, visto che lo chiami "il solito posto"?»
Con la voce ridotta a un soffio, sussurrai: «Quattro, cinque... non lo so...»
«Quattro, cinque? Come non lo sai? Ma da quanto tempo va avanti questa storia tra voi?» Il suo tono era un misto di agonia e bramosia.
«Solo da qualche giorno...» risposi, fingendo un filo di disperazione. «Ti ho spiegato che la sua ragazza lo ha lasciato e... poveretto era così... così giù.»
«E allora hai pensato bene di svuotargliele tu, le palle!» sibilò, lasciando che la volgarità esplodesse insieme alla sua gelosia.
«Tommaso! Se dobbiamo ricominciare in questo modo, non ti racconto più nulla» dissi secca, facendo l'atto di scostarmi.
«No! No, scusami...» implorò subito, afferrandomi per le braccia. «Ti prego, continua. Non dirò più una parola, lo giuro. Dimmi cosa è successo ieri in campagna...»
«Oddio amore... com’è difficile...» mormorai, con un'esitazione che serviva solo a rendergli il sospetto più insopportabile.
«Dai, non aver paura» incitò con il respiro che ormai era un rantolo nel buio dell'abitacolo. «Vi siete masturbati nuovamente? È questo che è successo?»
«No... sì... all’inizio...» risposi, lasciando che le parole uscissero incerte. «Poi... sai com’è... Sergio... Oddio... sei sicuro che poi non ti arrabbi?»
«No tesoro, te lo prometto... ma continua, mi stai facendo morire...»
Lo guardai fisso negli occhi, sentendo il calore della sua pelle nuda contro la mia. «Vedi, lui era da tanto che lo voleva fare... e visto che tu... sì, insomma, avevi detto che non c’era niente di male se fosse successo...»
«Ti ha scopata?» esclamò; più come un’affermazione liberatoria che come una domanda.
«Sì...» ammisi annuendo.
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La sua risposta fu immediata, violenta, incontrollabile: tre schizzi caldi e densi mi colpirono seno e mento, segnando la pelle nell’oscurità della macchina. Da quando stavamo assieme, mai lo avevo visto sborrare con una simile ferocia.
Rimanemmo immobili per qualche istante, nel silenzio rotto solo dal suo respiro che cercava disperatamente di tornare regolare. Il calore dello sperma iniziava a raffreddarsi, ma non feci nulla per pulirmi; volevo che sentisse l'odore del suo piacere misto al sapore del mio tradimento.
Tommaso appoggiò la fronte sulla mia spalla, ancora scosso da qualche sussulto involontario. «Dio, Sonia...» espirò, la voce ridotta a un guscio vuoto. «Ti ha... ti ha scopata davvero?»
«Sì, amore» risposi, passando le dita tra i suoi capelli con una dolcezza che sapeva di veleno. «Mi dispiace... ma alla fine è successo. Ora però promettimi che non sei arrabbiato con me, ti prego...»
Sollevò la testa cercando il mio sguardo nel buio.
La fase dell'urto era passata, ora subentrava quella curiosità malata, quel bisogno di nutrire l'ossessione con ogni briciola di verità.
«No tesoro, non sono arrabbiato. Ma ti è piaciuto? Voglio dire... com’è farlo con lui?»
Il suo tono era calmo, simile a quello di un moribondo, ma carico di curiosità vera.
Sistemandomi meglio contro lo schienale, esitai un istante godendo della sua morbosità, poi dissi:
«Beh, sì... non posso dire che non sia stato bello. Lo ha molto più grosso del tuo e quando è entrato faceva un po’ male, ma poi sì, mi è piaciuto molto.»
Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra. «Sei venuta... hai... hai goduto molto?»
Guardandolo, feci un timido cenno affermativo.
Rovesciò la testa all’indietro, sospirando verso il soffitto dell'auto.
«Dio Sonia, sento il cuore che scoppia. Non so spiegarmi cosa succeda, ma non puoi nemmeno immaginare quanto mi ecciti sentirti dire queste cose.»
Anche prima, in pizzeria: morivo di gelosia, ma allo stesso tempo avrei voluto che quello ti scopasse lì, davanti a tutti, facendomi fare la figura del becco.»
Lo guardai con estrema tenerezza. Sentirlo aprirsi con tanta sincerità, vederlo nudo nella sua debolezza più profonda, me lo faceva amare come mai prima di allora.
Quell’ammissione era il regalo più grande che potesse farmi.
Tommaso si passò una mano sul viso, respirando a fatica. «Ma come avete fatto... voglio dire, in pausa pranzo... non avete molto tempo.»
«Beh, amore... Sergio... è molto deciso... e... sempre pronto... non so se mi spiego...» sussurrai, fingendo imbarazzo per la mia stessa spudoratezza.
«In macchina o anche in ufficio?» chiese con un filo di voce.
«In macchina!» ma aggiunsi ridendo: «Anche se in ufficio...»
«Cosa? Lo avete fatto anche lì?»
«Noo... ma cosa dici? Figurati... anche se però a volte in bagno...»
«In bagno?»
«Sìì... qualche bacio, qualche toccatina... ma niente di che.»
«È per questo che ora in ufficio vai con la minigonna?» Non risposi, limitandomi ad abbassare lo sguardo.
Tommaso deglutì a vuoto, fissando il cruscotto. Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra.
«E prima? In pizzeria? Scusa se torno ancora su questo argomento... ma quando ho visto che quello ti seguiva in bagno... non so... ero come paralizzato; avrei voluto alzarmi e seguirvi... ma allo stesso tempo ti volevo lasciare da sola con lui... Oddio Sonia... quanto è stato umiliante... e sapessi le battute che facevano quelli...».
Lo strinsi a me con dolcezza. «Calmati amore, non è successo niente; quello ci ha solo provato, ecco tutto.»
«Davvero? Niente niente?»
Poveretto, sembrava esserne deluso. Così cercai di dargli almeno un piccolo contentino: «Però quel matto voleva portarmi via; pensa se ci avessi visti uscire e andarcene?»
«Lo avresti fatto?»
«Certo che no, ma a te sarebbe piaciuto?»
Lo vidi per un attimo perplesso; attese prima di rispondere. «Non lo so... ma ammetto che sarebbe stato eccitante.»
«Dai, allora la prossima volta proviamo!» dissi ridendo.
«Ti piaceva? Voglio dire... ti piace quel Yuri?»
«Beh sì, è un bel ragazzo e sentissi che...» interruppi volontariamente la frase.
«Che, cosa?» insistette.
«Muscoli! Intendevo i muscoli...»
«E... ?»
«Beh... è messo bene anche sotto...»
Trasalì. «Glie lo hai visto?»
«Ma no, figurati... ma lo si vedeva che era grosso e duro.»
«Glie lo hai toccato?» Non risposi, voltando lo sguardo fuori dal finestrino.
«Perché non me lo dici?»
Esitai in modo teatrale, poi: «Glie l’ho solo sfiorato, credimi, niente di più.»
«E lui?»
«E lui cosa?»
«Ti ha toccata? Dai tesoro, non farti tirar fuori le parole di bocca. Sei stronza, scusa se te lo dico, ma sai che voglio che mi racconti tutto.»
«E va bene, sì, mi ha stretto un capezzolo, ma credimi: non c’è stato altro!»
Lasciai trascorrere alcuni secondi in silenzio, poi aggiunsi: «La prossima volta però, giuro che ti faccio becco!»
Tommaso si mise a ridere, stringendomi forte a sé. «D’accordo amore, me lo merito» aggiunse baciandomi.
Rimanemmo abbracciati, a coccolarci nel silenzio ovattato dell'abitacolo, mentre le luci della città filtravano dai vetri appannati.
Con un gesto lento e materno, presi un fazzoletto e iniziai a pulirmi, asciugando anche il suo pisello, ormai tornato alle dimensioni di quello di un bimbo: cancellavo le tracce di quell'esplosione sapendo che nulla avrebbe potuto rimuovere le immagini che gli avevo piantato nella mente.
Si lasciò accudire, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto e un mezzo sorriso stordito sulle labbra.
Aveva ottenuto ciò che voleva: la verità lo aveva ferito, ma lo aveva anche liberato.
«Allora, andiamo a casa?» gli dissi dolcemente, rivestendomi.
Il viaggio di ritorno fu una carezza di ombre e luci soffuse. Tommaso guidava con una calma nuova, con la mano stretta nella mia, come se avesse finalmente trovato il suo posto nel mondo proprio lì, accanto a una donna che non gli apparteneva più completamente.
Lo guardavo di profilo, sapendo che quella notte non avrebbe dormito, perso nel ricordo del dolore che avevo descritto e della fame di Sergio. Sapevo anche che l'indomani, al risveglio, avrebbe avuto bisogno di altro. Avrebbe voluto sapere i particolari; dai sospiri a come il mio amante mi aveva posseduta.
Ma per quella notte, la sua resa era stata totale. Sorrisi nell'oscurità, assaporando il potere di quel segreto che avevamo appena iniziato a condividere.
Com'è finora?
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