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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 63
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Capitolo 63 di 78 24 min di lettura

La resa

Tra bugie calcolate e sguardi proibiti, Sonia spinge Tommaso sull'abisso. Fin dove può spingersi il desiderio quando il tradimento diventa l'unica verità? La resa non è mai stata così dolce.

Sonia
7 mesi fa · 500 letture · 1

«Oddio...» sussurrai, scostandomi bruscamente con un movimento che trasudava colpevolezza. Cercando di assumere un atteggiamento normale, gli indicai l’auto del mio fidanzato, come a dirgli di staccarsi perché ci stava guardando.

Salii in macchina con un sorriso luminoso, e gli diedi un bacio a fior di labbra: un gesto insolitamente dolce, tipico di chi ha qualcosa da farsi perdonare. Tommaso non mosse un muscolo. Rimase lì, con le mani strette sul volante e un’espressione interrogativa che cercava di perforare la mia maschera di serenità.

Non era arrabbiato, ma carico; una corda tesa pronta a spezzarsi sotto il peso di un pomeriggio passato a fantasticare su di me tra le braccia di un altro. Notai come con gli occhi indugiasse sulle mie gambe, sorpreso da quella gonnellina insolitamente corta.

«In ufficio saranno contenti di poter ammirare le tue cosce» disse con ironia, «o lo fai solo per risollevare... il tuo amico?».

Gli rivolsi un sorriso vago, limitandomi a fissarlo in silenzio; godendo del turbamento che il mio mutismo gli provocò. «Stupido...» sibilai alla fine con malizia, assecondando la sua provocazione. Cautamente evitò di insistere, preferendo rinviare l'argomento a un momento più opportuno.

Arrivati a casa, lo lasciai in cucina a chiacchierare con i miei genitori, sgattaiolando al piano di sopra per lavarmi e cambiarmi. Memore della serata precedente, condannato a rimaner solo con i suoi dubbi, Tommaso aveva proposto di uscire per una pizza. Immaginavo perfettamente le sue intenzioni: fare con me il classico gioco del gatto con il topo; ma se credeva di essere il gatto, significava che non aveva ancora capito nulla.

Sotto il getto della doccia, lasciai che il calore sciogliesse la tensione e i residui dello sperma di Sergio, ma non il ricordo vibrante del suo possesso. Nuda davanti all’armadio, pensai a un look sbarazzino ma letale, perfetto per infierire sulla mia preda: un top di pizzo bianco per lasciar intravedere la curva delle mammelle e una minigonna in pelle morbida a esaltare il culetto.

Calzato il décolleté tacco dodici, scesi le scale accolta dal suo sguardo. Immaginava che quella Sonia così provocante non fosse più solo sua, e ne leggevo l’eccitazione nelle pupille dilatate, in quell’espressione sognante.

Saliti in macchina, rimase per un istante in silenzio, con il viso acceso di una morbosità che non riusciva più a mascherare. Squadrandomi dalla testa ai piedi, si soffermò sul pizzo del top e sulle gambe lasciate scoperte dalla minigonna. «Sei bellissima, Sonia. Stasera sei... incantevole» mormorò; e in quel "incantevole" c’era tutto il suo desiderio di trasgressione.

Giungemmo alla solita pizzeria, accolti dal chiassoso calore del personale e dagli sguardi curiosi degli altri clienti. Seduti al nostro tavolo, intrecciò le dita alle mie, quasi a voler rivendicare un possesso che sentiva sfuggirgli.

I due proprietari, Diego e Pasquale, vennero a scambiare le solite quattro chiacchiere. Nella loro ilarità vibrava un interesse per me mai nascosto, manifestato spesso con battute piuttosto esplicite. Tommaso, di solito cordiale e loquace, quella sera restava in silenzio, apparendo impaziente che se ne andassero. Persino Dino, il simpatico cameriere, fu liquidato rapidamente quando tentò di trattenersi oltre il dovuto.

Finalmente soli, in attesa della pizza, la sua stretta si fece insistente, carica di una speranza morbosa. «Allora tesoro, com’è andata oggi? Non hai proprio nulla da raccontarmi?» esordì, sporgendosi verso di me.

Lo fissai per un istante, godendo dell'ansia che gli contraeva il volto. «Nulla che tu non possa immaginare» risposi, lasciando che la frase suonasse ambigua.

«Nulla che non possa immaginare?» fece eco spiazzato. Poi proseguì: «Sapessi cosa immagino...».

«Cosa, amore?».

«Beh! Cosa vuoi che pensi? Prima i baci, poi sparisci con lui mentendomi… Cosa dovrei pensare, secondo te?».

Lo guardai senza rispondere, lasciando che cuocesse a fuoco lento in quel dubbio che tanto lo eccitava. Poi, fissandolo, gli chiesi: «Tu cosa vorresti che ti dicessi? Sii sincero».

Abbassò gli occhi, impreparato a quel faccia a faccia così diretto. Ero curiosa di ascoltare la sua confessione, di capire se avesse finalmente il coraggio di giocare a carte scoperte. Fino a quel momento la nostra era parsa più una partita a poker, dove a vincere è chi sa bluffare meglio.

In suo soccorso arrivò Dino con le pizze, interrompendo involontariamente il discorso. Avvertivamo entrambi che il clima era mutato: Tommaso aveva perso quella spavalderia iniziale, oscillando tra un imbarazzo quasi infantile e la bramosia di sapere. Voleva che squarciassi il velo, che gli regalassi un dettaglio anche minimo sufficiente a sfamare il desiderio che lo stava consumando. Ma per averlo, doveva cedere e dire la verità. Ammettere senza indugi la perversione che tanto lo eccitava: il mio tradimento.

«Allora?» lo incalzai appena Dino si fu allontanato. «Eravamo rimasti alla tua sincerità. Cosa vorresti che ti dicessi? Che sono la solita Sonia che va in ufficio, timbra il cartellino e torna a casa pensando solo a te?»

Lui posò le posate e alzò il viso. «Vorrei capire perché oggi hai mentito» mormorò. «E sapere se quel "posto tranquillo" dove ti ha portata fosse davvero... un bar».

Masticai un boccone di pizza lentamente, fissandolo con una punta di sfida. «Sì tesoro, era un bar. Sei contento ora? Oppure preferisci che ti dica che ti ho mentito? Che eravamo a letto in qualche motel di second’ordine? Perché sai, non credo che la storia del panino consumato in fretta ti soddisfi davvero. Tu cerchi altro».

Gli vidi il pomo d'Adamo sussultare in un brivido. Era un colpo basso, ma necessario. «Parla piano amore, ti prego... ci sentono…»

«Va bene,» dissi sporgendomi in avanti, «ma rispondi alla mia domanda: ti dà fastidio immaginarmi con Sergio in un luogo isolato, o ti eccita?».

La mia determinazione lo aveva disorientato completamente. Era a disagio, perso nel tentativo di difendere un’integrità che ormai faceva acqua da tutte le parti. Non solo faticava ad ammettere la verità di fronte a me, ma temeva che il mondo esterno potesse scorgere quel desiderio sporco che gli leggevo in faccia.

Due ragazzi occuparono il tavolo accanto e Tommaso, colto da un improvviso pudore, mi rivolse un sorriso bonario: un tacito segnale per farmi capire che fosse meglio tacere. Non ero arrabbiata, tutt’altro; percepivo che camminavamo su un crinale pericoloso, affrontando un discorso capace di spostare, se non addirittura distruggere, l’equilibrio della coppia.

Non volendo metterlo ulteriormente in imbarazzo, gli sorrisi di rimando e troncai il discorso. Finimmo di mangiare avvolti in una calma apparente, parlando poco ma scambiandoci occhiate che valevano più di mille spiegazioni.

«Dopo ti andrebbe di passare un’oretta al pub con gli altri?», chiese come a voler ristabilire una parvenza di normalità. Alzai gli occhi al cielo, lasciando cadere le spalle in un gesto di palese sconforto; sapeva bene che quella prospettiva non mi piaceva, ma accettai comunque, giusto per farlo contento.

In realtà, dietro quel disappunto si celava un’inquietudine più profonda: non era solo il fastidio di dover sopportare Federica e Giulia a tormentarmi, ma il timore di incontrare Antonio. Erano giorni che non si faceva sentire e quel silenzio improvviso, così insolito per un ricattatore come lui, appariva sospetto. Non sapevo se esserne contenta o preoccupata, ma l’idea di ritrovarmelo davanti, con il mio fidanzato così vigile e sospettoso, rendeva il gioco pericolosamente instabile.

Povero Tommaso; per un istante ne provai pena. Immaginavo quanto potesse apparirgli degradante ammettere quella verità, anche se sentivo che un chiarimento fosse ormai inevitabile per il nostro futuro. In attesa del caffè, gli presi la mano tra le mie e lo fissai con tutta la dolcezza di cui disponevo. Scrollando leggermente il capo, cercai di rassicurarlo: «Non pensarci più adesso, amore... con calma, vedrai che troveremo il modo di dirci tutto».

Mi guardò sorridendo languidamente, ricambiando la stretta con affetto. In quel momento ci sentivamo come due sconosciuti seduti allo stesso tavolo, ognuno con i propri segreti da confessare.

Arrivati al pub, trovammo gli amici già piazzati davanti alla partita. C'erano anche Federica e Giulia, che non appena ci videro entrare, si scambiarono un’occhiata perfida. Ignorandole scrutai subito con timore il bancone: c’erano i soliti volti, ma fortunatamente non Antonio.

Tommaso si unì subito ai ragazzi e io presi posto accanto alle ragazze, costretta a scambiare con loro le solite frasi di circostanza. Non le sopportavo, e a stento riuscivo a mascherare l'insofferenza per quei discorsi fatti di pettegolezzi e noia. Se le frequentavo era solo perché facevano parte della compagnia del mio fidanzato, ma mai le avevo considerate vere amiche.

Indice dei capitoli
1 Cap. 64

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