Arrivammo ad una casa abbandonata. L'auto si fermò davanti a un cancello arrugginito. «È abbandonata da anni. Nessuno ci disturberà qui,» disse Mario, spegnendo il motore. L'edificio si stagliava contro il cielo notturno, scuro e sinistro, avvolto dall'odore di muffa, polvere e terra umida. La porta scricchiolò in modo inquietante, ed entrammo in un piccolo soggiorno. Era un luogo spettrale, i mobili coperti da teli bianchi, la polvere che ricopriva ogni superficie. Mario trovò l'interruttore e accese la luce. Una lampadina appesa, nuda e triste, diffuse un debole bagliore giallo, che illuminò una vecchia poltrona consunta di velluto rosso scuro, al centro della stanza. L'aria era pesante di ricordi e muffa.
Mario si rivolse a me, la voce bassa, carica di malizia. «Prego, accomodati. Queste belle ragazze sono qui solo per il tuo piacere. Dimostra loro la troia che sei.» Mi sedetti sulla poltrona di velluto. Daria e Lidia si tolsero subito i loro striminziti abiti con un gesto sfrontato, i loro occhi furbi che mi fissavano con sadica attesa. Lidia fu la prima. Si sfilò le mutandine, e sebbene il suo corpo fosse curato, un leggero odore acre e intimo si sprigionò nell'aria stantia. Me le passò sotto al naso, sorridendo con aria perversa. Lidia si mise a cavalcioni sul mio viso. «Comincia a leccare, puttanella,» mi ordinò, un sorriso crudele che le stirava le labbra. «Mi spiace, ma questa sera mi sono già presa diversi cazzi, e non sarà molto profumata.» Un brivido mi percorse la schiena. La sua dichiarazione implicita mi eccitò. Inspirai profondamente, e il profumo della sua fica, caldo e umido, invase le mie narici. Non era un odore di pulito, no. Era un mix acre, che sapeva di pelle sudata e profilattico. Era il velo sottile del degrado che sognavo.
Aprii la bocca, la lingua che già si muoveva in anticipo. Affondai il viso tra le sue cosce, e il primo contatto delle mie labbra con la sua fica fu un'esplosione di sensazioni. Il sapore... era pungente, con un retrogusto leggermente salato e acido. Sentivo la grana della sua pelle contro le mie labbra, la scia dei suoi umori che mi bagnavano il viso. La mia lingua cominciò a esplorare con avidità, cercando il clitoride, mentre Lidia gemeva sopra la mia testa, stringendomi con forza. Mario ed Enzo erano lì, in piedi, le loro ombre che si stagliavano sulla parete polverosa, eccitati dalla scena. Daria, la bionda, si chinò e, con un movimento deciso, mi alzò il vestito, fino alla vita. Ero senza mutandine, e sentii la sua lingua sulla mia fica gonfia, leccare con lo stesso accanimento che io ponevo su Lidia. Ero assalita, adorata e usata in un modo che mi mandava in estasi. Le mani di Lidia mi stringevano i capelli, guidando il mio viso; la bocca di Daria succhiava i miei umori.
Mario, visibilmente eccitato, dopo aver messo il preservativo, afferrò Daria per i fianchi e se la inculò. Spinse in lei con una violenza che fece sussultare il corpo della bionda. Fui travolta dal loro sesso: la bocca piena della fica di Lidia, la fica piena della lingua di Daria, mentre Mario la inculava. I loro gemiti, il rumore umido della loro penetrazione e l’odore delle due donne, mi portarono al culmine della perversione. La mia fica grondava per la stimolazione. Mario inculò Daria per un tempo che mi parve eterno, i suoi ansimi che risuonavano nel soggiorno. Quando venne, lo fece con un urlo rauco, tirò fuori il cazzo e si tolse il preservativo pieno, lasciandolo cadere sul pavimento impolverato.
«Adesso, Sonia!» urlò Mario, ansimando. «Lecca il mio cazzo. Subito! Voglio che pulisci la mia verga.» Lidia mi liberò il viso e Daria si spostò. Non esitai un istante. Mi alzai quel tanto che bastò per afferrare il cazzo di Mario, ancora grondante. Ingoiai, il sapore era intenso, un misto di sperma residuo e il succo intimo di Daria che si era attaccato alla sua pelle. Lo succhiai con ingordigia, leccandolo fino a quando non fu di nuovo turgido . Mario mi spinse di nuovo sulla poltrona. «Perfetto,» ansimò. «Adesso Enzo!»
Enzo era già pronto. Si avvicinò a Lidia. «Lidia, fammi vedere il tuo culo. E Sonia, tocca a te. Datti da fare.» Lidia si chinò senza esitare, offrendomi il suo culo. Sentii subito l'odore, il suo ano non era per nulla pulito. Un misto di sudore e un odore salmastro, più acre del normale, ma affondai il viso tra le sue natiche sode e, con la lingua che fremeva di piacere perverso, cominciai a leccare. Il sapore era crudo, selvatico, ma la cocaina amplificava il piacere, rendendo l'umiliazione un'estasi. Dopo averlo insalivato per bene, mi spostai. Enzo entrò in lei con una decisione che fece sussultare il corpo della ragazza. Lidia gemeva di dolore e piacere, la sua voce che tradiva la sua sottomissione al denaro e al maschio. La inculò per alcuni minuti, i suoi affondi sempre più rapidi. Venne con un urlo soffocato, svuotandosi completamente dentro di lei. Guardavo eccitata, e l'intera scena mi fece fremere di goduria masochista.
Quando Enzo si sfilò dal culo di Lidia, la mora barcollò e si sedette sulla poltrona, e senza che mi fosse chiesto, mi accovacciai tra le sue gambe e ripresi a leccarle la fica. La bocca sporca, la fica grondante, il corpo che vibrava per l'orgia. «Adesso basta con la dolcezza,» intervenne Mario, prendendo il comando. Si avvicinò a me, i suoi occhi famelici, iniettati di sangue. «Lidia, Daria! Sonia adora soffrire. È una troia e vuole essere punita. Fatela strillare.» Daria e Lidia si guardarono, e il sadismo che avevo intuito in loro si manifestò senza freni. Mi afferrarono con forza, strappandomi l'abito di dosso. Ero nuda, esposta, il mio corpo gettato nuovamente su quella sudicia poltrona.
Daria mi torse il capezzolo sinistro con aggressività; mentre Lidia mi azzannava il seno destro, tirando con i denti.
Il dolore era acuto, un piacere che la cocaina amplificava. Urlai, ma il mio grido era pieno di godimento. Sentivo la saliva di Lidia sulla pelle e le dita fredde di Daria che mi torturavano il seno. Mario ed Enzo assistevano con i cazzi turgidi, eccitati da quella crudeltà femminile. Ero la loro bambola, il loro giocattolo da spezzare e ricomporre con il dolore e il piacere. Daria lasciò il mio capezzolo, il mio seno era rosso e indolenzito, mentre Lidia, con le sue lunghe unghie, mi torturava il clitoride, pizzicando e tirando. Mario sorrise, il suo sguardo che bruciava di lussuria. Prese la busta di cocaina e la mise sul tavolo. «Prego ragazze! Prendete, e fatela soffrire la nostra puttana. Lei lo vuole, le piace essere la vostra troia.» Senza esitare, tutte e tre ne prendemmo. Il bruciore nelle narici fu un lampo che riaccese la furia e il desiderio. Sotto l'effetto della droga, il livello salì vertiginosamente.
Le due ragazze dimostrarono un sadismo che superava ogni mia aspettativa. Cominciarono a sputarmi in bocca, a schiaffeggiarmi il viso, il culo, le tette e la fica, con violenza. Fui costretta a implorarle di smettere e di continuare allo stesso tempo. Su quella poltrona, il gioco si trasformò in un'escalation di puro sadismo femminile. Mi leccavano e mi mordevano con ferocia, e in un turbinio di mani e bocche, fui costretta a leccare e succhiare i loro corpi ovunque. Il sudore, i loro fluidi, i loro sputi, mentre Enzo e Mario mi sbattevano a turno senza sosta, alternando penetrazioni nella fica e nel culo. Ero la schiava perfetta, la loro troia bramosa di degrado. Sentivo il mio corpo tremare e implorare la fine, eppure ogni umiliazione mi portava a un godimento ancora più profondo e perverso. La cocaina annullava ogni freno, e mi lasciai andare completamente.
