Quando uscimmo da quella casa, il cielo iniziava a schiarire. Ero distrutta e mi reggevo a fatica. Avevo goduto in un modo indicibile, provando sensazioni nuove, impensabili, e che quasi mi spaventavano. Salimmo in macchina. Mario riportò per prima Daria e Lidia al viale. Le due scesero, i loro volti che esprimevano felicità per la nottata folle e i soldi guadagnati. Si salutarono con Mario ed Enzo, con un fare complice. «Siamo sempre qui, eh! Quando volete, chiamateci...» Prima di chiudere lo sportello, Lidia si sporse e, con un sorriso diabolico, mi sputò in faccia. «Addio, troietta. Spero che ti sia piaciuto.» Daria rise e batté sul mio sedere indolenzito.
L'auto ripartì. Ero seduta dietro, esausta, sfinita. Sentivo il mio corpo dolente, sporco, ma ero troppo stanca e soddisfatta per vergognarmi. Il viaggio di ritorno verso la casa di Mario fu silenzioso. La cocaina stava svanendo, lasciando il posto a una stanchezza fisica profonda, ma la mia mente era ancora un turbine di sensazioni e immagini. Appena arrivammo, mi accompagnarono in bagno. Una doccia calda fu la prima cosa. L'acqua bollente mi scivolò sul corpo, portando via lo sporco, ma non i ricordi. Sentivo ancora il bruciore sulla pelle irritata, il vago sentore dei fluidi che non si lavavano via facilmente. Poi, la sorpresa. Mi avevano preparato la jacuzzi. La vasca era colma di acqua calda, profumata da qualche essenza rilassante. Scivolai dentro, e il calore mi avvolse, sciogliendo ogni tensione muscolare. Chiusi gli occhi per un istante, assaporando quel tepore ristoratore.
Quando li aprii, Mario ed Enzo erano seduti ai bordi della vasca, guardandomi. Non parlavamo, ma i nostri sguardi si incrociavano, e un sorriso d'incredulità si disegnava sui nostri volti. Ciò che era successo quella notte era andato oltre ogni immaginazione, oltre ogni limite che avessimo mai pensato di superare. I loro visi non erano più famelici, non c'era quella brama predatrice che li aveva animati per ore. Mi guardavano quasi con dolcezza, con un rispetto strano, come se avessero assistito a qualcosa di unico, di profondamente condiviso. «Ti è piaciuto, vero?» sussurrò Mario, la sua voce ora morbida, quasi paterna. Annuii, incapace di parlare, il mio corpo ancora vibrava per l'intensità di quelle ore. «Prima del tuo ritorno a casa,» disse Enzo, la sua voce bassa, «abbiamo voluto lasciarti un ricordo indelebile.»
Le prime luci dell'alba cominciavano a filtrare dalle ante socchiuse, dipingendo la stanza di tenui colori rosati. Io ero lì, nella jacuzzi, avvolta dalle bolle e dall'acqua profumata, a farmi coccolare dai due uomini che mi avevano spinta oltre ogni limite. Mario ed Enzo non erano più i predatori della notte, ma si muovevano con una dolcezza inaspettata, quasi premurosa. M’imboccavano con fragole e panna, la dolcezza del frutto che contrastava con il retrogusto amaro e metallico che ancora percepivo in bocca. Il sapore dello champagne mi accarezzava il palato, una sensazione effimera di lusso in quel contesto così crudo. I loro sguardi erano un misto di tenerezza e compiacimento, come se mi avessero riconosciuta in una nuova forma, più vera, più estrema. Non parlavamo, ma l'intesa tra noi era palpabile, un legame forgiato nell'abisso della perversione.
Più tardi, quando l'alba era ormai completa e il sole cominciava a scaldare la stanza, uscimmo dalla jacuzzi. I loro corpi erano ancora tesi, ma con una calma diversa, quasi appagata. Avvolti in morbidi teli di spugna, ci spostammo nel salotto. Sul divano, in quel luogo dove poche ore prima avevo servito i loro cazzi, facemmo l'amore. Non era la furia brutale della notte, ma un vero “fare l'amore”, quasi una riconciliazione. Prima con Mario, poi con Enzo, i loro corpi che si muovevano con una passione contenuta, i baci che erano ora più lenti, le carezze più dolci. La mia fica, stanca ma ancora ricettiva, li accolse con una consapevolezza diversa, un piacere che era il risultato di un viaggio, non l'inizio.
Quando fummo tutti appagati, Mario mi prese in braccio, portandomi in camera da letto. Sentivo il calore del suo corpo contro il mio, un misto di affetto e possesso. Mi adagiò con delicatezza accanto a Tommaso, che dormiva ancora beato nel letto di Mario, ignaro di tutto. Mi coricai, sentendo il suo respiro regolare. Chiusi gli occhi, la mente un turbine di immagini e sensazioni. Sentivo che quella notte mi aveva segnata profondamente. Mi svegliai di soprassalto, la luce del sole che filtrava dalle finestre a illuminare una stanza sconosciuta. Guardai l'orologio sul comodino: mezzogiorno. Accanto a me, Tommaso dormiva ancora, il suo viso sereno e ignaro. Il mio corpo era indolenzito, la bocca amara, e un leggero mal di testa mi pulsava nelle tempie, residuo della notte di eccessi.
Poco dopo, Mario entrò in camera, con delle buste in mano. Aveva preso qualcosa da mangiare, il profumo di cornetti caldi e caffè riempiva la stanza. I suoi occhi erano stanchi, assonnati, ma brillavano ancora di una luce che solo io potevo comprendere. Enzo se n'era già andato, la sua assenza un'ulteriore conferma della stranezza di quella mattinata. Tommaso iniziò a muoversi, poi aprì gli occhi, confuso. Si guardò intorno, senza capire dove si trovasse. «Ma... dove siamo?» mormorò, la sua voce impastata dal sonno e dal vino.
Io e Mario ci guardammo, un'intesa silenziosa che ci permise di recitare la nostra parte alla perfezione. «Amore, eri ubriaco fradicio ieri sera,» dissi con una finta preoccupazione, mentre Mario annuiva. «Ti sei addormentato sul divano e Mario, da bravo amico, ci ha ospitati qui.» La bugia uscì così naturale, così convincente. Tommaso accettò la spiegazione, troppo intontito per dubitare. Facemmo colazione in silenzio, io e Mario che ci lanciavamo sguardi carichi di significati che Tommaso non avrebbe mai colto. Ogni morso, ogni sorso di caffè, era un promemoria di ciò che era successo in quelle stesse stanze.
Dopo pranzo, Mario ci riaccompagnò in hotel. Il viaggio in auto fu breve, l'atmosfera un po' malinconica, come la fine di un sogno proibito. Scendemmo davanti all'ingresso dell'albergo e ci salutammo con un abbraccio formale, l'ennesima finzione per gli occhi di Tommaso. Ma un attimo prima che Mario se ne andasse, sfruttando un momento di distrazione del mio fidanzato, compii un ultimo, rapido gesto. Mi avvicinai a Mario, il mio sguardo a cercare il suo. Le nostre mani si sfiorarono, un tocco lieve, quasi impercettibile. E poi, le nostre labbra si trovarono in un bacio fugace, un contatto leggero, ma sufficiente perché le nostre lingue si sfiorassero per un'ultima, voluttuosa volta. Era un addio e una promessa, un sigillo segreto di una notte che aveva cambiato tutto.
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