Passeggiando lentamente per le illuminate vie cittadine, la mano stretta nella sua, avvertivo il timore costante di scorgere il volto di qualcuno che, proprio in quelle ultime sere, mi avesse posseduta a pagamento.
Quel flusso continuo di sguardi anonimi e curiosi mi provocava un brivido sottile, dalla schiena fin dentro lo slip, spingendomi a stringere con forza la presa sull'ignaro fidanzato, quasi a voler usare la sua figura irreprensibile come scudo contro i miei stessi segreti inconfessabili.
Lui, scambiando quella stretta per un gesto d'affetto, sorrideva con la solita disarmante dolcezza.
Verso le 23:30, impaziente di sentire quanto avessi da raccontargli, mi ricondusse verso la macchina, allungando il passo con insolita fretta.
Per tutta la sera, a partire dalla pizzeria, aveva cercato di rosicchiare anticipi, elemosinando piccole anteprime da me sistematicamente eluse con sorrisi complici e una finta, studiata noncuranza.
Gli camminavo al fianco, con il picchiettio dei tacchi sul pavé a richiamare sguardi audaci di altri uomini, rallentando volutamente l'andatura per esasperare la sua impazienza e costringerlo a subire quel silenzio carico di attesa.
Come prevedibile, mi portò nel solito parcheggio isolato, squallida alcova testimone di tre anni di deludenti scopate.
Guardavo fuori dal finestrino la penombra di quel posto anonimo, avvertendo una triste rassegnazione: mai un motel o qualcosa di nuovo, solo l'abitacolo della sua vettura che ora appariva stretto e mediocre, privo di quel lusso al quale mi stavo abituando. Quanto era diverso da Bruno, il cui ricordo agiva sotto il mio abito come un promemoria costante.
Tommaso, eccitato com'era, non perse un solo istante: azionò la leva che abbassava lo schienale, e baciandomi in modo convulso, prese a denudarmi con frenesia.
Le sue mani tremavano mentre faceva scivolare il tubino lungo i miei fianchi e, subito dopo, sfilava con un gesto affannato le mutandine, lasciandomi completamente nuda; fece altrettanto con ciò che indossava, togliendosi i vestiti e gettandoli alla rinfusa sul pianale.
Sistemato comodamente su un fianco per osservarmi, con gli occhi lucidi di desiderio, mi incitò a iniziare.
«Dimmi tutto, amore» sussurrò con la voce rotta e la mano che cercava timidamente la mia coscia.
Per giustificare le continue sparizioni in quell'incredibile settimana di pura follia, mi trovai costretta a improvvisare una storia credibile, ma capace di spingere al limite estremo le sue fantasie più morbose.
Sapevo perfettamente come muovere i fili della sua gelosia, trasformandola nel carburante ideale per il suo godimento, ma non mi andava affatto di raccontare di Bruno, e tanto meno potevo parlargli di tutti quelli che mi avevano sbattuta per colpa di Antonio.
Lo guardai socchiudendo le labbra e fingendomi sorpresa, come se non sapessi cosa si aspettava da me.
«Dai, ti prego, non tenermi sulle spine» insisté, stringendo le dita con calore, «dimmi di te e Sergio... e del tuo nuovo amico».
«Chi?» domandai con un sorriso innocente, godendomi quel brivido morboso che vedevo accendersi sul suo volto.
Tommaso accennò una risata nervosa, eccitato da quel mio gioco crudele: «Dai, non prendermi in giro, si vede lontano un chilometro che quello ti scopa; Bruno! L'affascinante marito di questa tua fantomatica collega...».
«Non è vero!» lo interruppi subito, addolcendo poi il tono per non farlo apparire ostile, «tu non la conosci solo perché lavora in un'altra sede».
«Sì, certo... e ti aspetti che ci creda?» ribatté, con lo sguardo che saettava freneticamente su di me, «dai, intanto dimmi di Sergio: vi siete visti tutte le sere?».
Annuendo lentamente, lasciai che il silenzio caricasse la scena di una malizia insopportabile, osservando con la coda dell'occhio quella scintilla di gelosia che lo teneva completamente in pugno.
«Ma... lo avete sempre fatto?» domandò con un filo di voce.
Lo guardai con occhi languidi e inclinai la testa, annuendo nuovamente con finta timidezza per aggiungere subito dopo: «Sì, Tommaso... ma siamo anche usciti; Sergio mi ha portata anche per negozi e siamo...»
«Qua?» mi interruppe subito, lo stupore che si mescolava a un brivido evidente, «qua in città? E magari qualcuno di nostra conoscenza vi ha pure visti» aggiunse con una nota di preoccupazione mista a lussuria.
«Non... non lo so, Tommaso... a dire il vero, in quel momento non ci ho neanche pensato...» risposi, mordendomi appena il labbro inferiore per esasperare la sua eccitazione.
«E... magari vi tenevate pure per mano!» esclamò, sporgendosi di qualche centimetro per scrutare ogni mia minima reazione.
Non risposi, limitandomi a distogliere lo sguardo con un finto, delizioso imbarazzo che valeva più di mille confessioni; sentivo il potere della menzogna scorrere sul mio corpo nudo e capii che questo gioco psicologico iniziava a piacermi enormemente.
«Rispondi, Sonia: ti teneva per mano?» insisté con un tono supplicante, le sue dita che sfioravano con sottomessa reverenza la mia pelle.
«Ma sì... può darsi... sai bene come è fatto Sergio» ammisi, voltando il capo verso di lui con una dolcezza quasi crudele, «gli piace da morire farsi vedere in giro con me e...»
«Ho capito... spero almeno che nessuno che ci conosca vi abbia visti. E poi? Raccontami» tagliò corto, muovendosi irrequieto; in realtà, l'idea che la sua fidanzata fosse stata esibita in pubblico da un altro lo rendeva infinitamente più eccitato e devoto che arrabbiato.
Ormai coinvolta nella parte, feci una piccola pausa teatrale e continuai: «Beh... poi andavamo a casa sua».
«Ma non abita ancora con i suoi?» domandò con un basso sussurro affannato.
«La madre, sì, ma è molto anziana e va a letto presto... lei crede persino che io sia la sua ragazza» risposi, carezzandomi distrattamente il seno.
«Lo... lo facevate nel letto di lui?» volle sapere, con la voce sempre più rauca, osservando il mio gesto.
«Sì, Tommaso... voleva anche che mi fermassi tutta la notte, ma come facevo? Già mamma rompe a sufficienza...»
«Sospetta qualcosa?» incalzò, agitandosi sul sedile.
«Credo di sì, e poi lo sai benissimo com'è fatta... lei per il suo adorato Tommy...» aggiunsi, lasciandomi sfuggire una risata leggera e ironica.
Ma lui rimase serio; la libidine dipinta sul suo viso era così intensa e concentrata da fare quasi spavento, rivelando tutta la sottomissione morbosa che lo teneva in pugno.
Allungai una mano per sfiorargli il cazzo, desiderosa di sentire la sua reazione, ma Tommaso mi bloccò il polso con mossa secca, tremando vistosamente e quasi sul punto di perdere il controllo e sborrare.
Lo guardai perplessa: «A questo punto sei?» gli chiesi, con un tono diviso tra l'incredulo e il beffardo, assaporando il mio totale dominio psicologico. «Amore, ma perché ti trattieni così? Lasciati andare, voglio vederti venire».
«Sono troppo eccitato... Dio, Sonia, è tutta la settimana che ti immagino a fare sesso con lui, che ripenso a ogni singolo dettaglio... Non hai idea di quante seghe mi sia già fatto pensando a voi due».
«E allora qual è il problema? Perché non vuoi sborrare adesso, davanti a me?»
«Perché mi spiace per te... io... io vorrei farti godere, farti venire prima...»
«Ma no, sciocco...» sussurrai, reggendo il suo sguardo disperato «per me non preoccuparti, Tommaso: lo farai dopo con le dita, o con la lingua. Tanto io, questa settimana, ho già scopato fin troppo...»
Bastò quella frase, pronunciata con perfida precisione, ad annullare ogni residuo freno inibitore. Tommaso ebbe uno scatto violento, inarcando la schiena sul sedile mentre il suo cazzo si contraeva in una scarica improvvisa; tre potenti getti di sborra mi colpirono in pieno il viso e il petto, caldi e densi, facendomi lanciare un piccolo urlo per la sorpresa.
Con espressione dolce e comprensiva, presi dei fazzoletti di carta e mi asciugai; in tre anni, mai l'avevo visto sborrare in quel modo.
Carica di voglia, gli salii sopra accovacciandomi sul suo bacino, muovendomi appena, sfiorando la fica contro il cazzo ancora inerte.
«La senti amore? La senti com'è bagnata?»
Non rispose, ma a quel contatto il pene ebbe un sussulto improvviso, riprendendo vigore.
«Sapessi come le piace il cazzo di Sergio...» gli sussurrai, baciandolo sulle labbra e mordicchiandogli il lobo dell'orecchio.
Tommaso esalò un gemito soffocato, quasi un lamento di dolore, mentre le sue mani afferrarono i miei fianchi nudi per trattenere il peso di quell'inadeguatezza che lo stava schiacciando.
«Mio Dio, Sonia...» ansimò, gli occhi lucidi che cercavano i miei nella penombra, «ti... ti piace così tanto? Ma come ce l'ha... è più grosso del mio? È più lungo?»
«Molto più grosso, Tommaso» risposi con un sussurro calmo, quasi materno, continuando a muovere lentamente il bacino per portarlo al limite, «e duro in un modo che tu non puoi nemmeno immaginare».
«Ti... ti riempie tutta?» insisté con la voce rotta e la gola secca, mentre il suo cazzetto, rigenerato da quell'umiliazione, spingeva con rinnovata durezza contro il mio clitoride.
«Sì amore, completamente... mi sbatte senza alcuna pietà».
«E... e ti... ti viene dentro? Voglio dire, senza preservativo?»
«Sì Tommaso, mi sborra dentro; e fin dalla prima volta il preservativo non lo abbiamo mai usato» risposi.
Ormai fuori controllo, lo baciavo cavalcandolo con folle passione, e un desiderio di venire che rischiava di farmi impazzire.
D'un tratto Tommaso si fermò, allontanandomi quel tanto che bastava per guardarmi negli occhi. «Anche quello di Bruno ti fa godere così tanto?» chiese sorridendo.
Sorpresa da quella domanda così diretta, lo fissai con espressione maliziosa e lentamente annuii.
Com'è finora?
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