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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 75
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Capitolo 75 di 78 21 min di lettura

Universi a confronto

Cosa accade quando la rassicurante mediocrità di un rapporto incontra l'entusiasmo travolgente di una nuova relazione? Due uomini a confronto, due universi così distanti, ma uniti dalla stessa donna. Cosa rappresenta Bruno per Sonia? E Tommaso?

Sonia
2 mesi fa · 592 letture · 0

Incurante di cosa si potesse intuire, rimasi immobile a guardare la berlina allontanarsi lungo la via; come se la parte più vera di me se ne stesse andando su quelle quattro ruote, abbandonandomi sulla soglia di casa con un nodo alla gola, sola e costretta a indossare nuovamente la mia maschera.

Tommaso mi fissò per un attimo con lo sguardo interrogativo e sospettoso, intuendo fin troppo facilmente il mio stato d'animo, ma preferendo tacere, catturato da quel misto di gelosia e perversione che lo teneva in pugno.



Entrai in casa dietro di lui, stringendo la borsetta al petto e già pronta a subire l'assalto e i rimproveri di mia madre, che attendeva oltre la porta come un giudice implacabile.

Fu accolto nell'ingresso come se tornasse da anni di dolorosa assenza, con i miei genitori a fare a gara per coccolarlo, comportandosi come se fosse il loro vero e adorato figlio maschio.

Mamma non mi disse nulla, recitando la parte della perfetta padrona di casa, ma dallo sguardo torvo e affilato che mi lanciò di sbieco, capii che il processo e le urla erano soltanto rimandati a più tardi.

Li lasciai a scambiarsi convenevoli in salotto e salii di corsa in camera a cambiarmi; sfilai sandali e abito, buttandomi sul letto in preda a una profonda malinconia.

Valutai seriamente se inventare un'improvvisa indisposizione per saltare la recita forzata di quel pranzo gioviale, ma sapevo che avrei solo peggiorato la situazione, accendendo i sospetti di tutti.

A malincuore scesi di sotto, infilando un paio di ciabatte e un abbigliamento decisamente più casalingo, pronta a calarmi nella parte della figlia devota e della fidanzata impeccabile.

Mamma, vedendomi seduta a tavola in apparente armonia con il suo adorato Tommy, sembrò addolcirsi nei miei confronti, fiera di quel quadro di rispettabilità borghese che si compiva sotto i suoi occhi complici.

La tregua però durò poco e si ruppe quando quell'idiota prese a raccontare di Bruno. Mentre con fanciullesco entusiasmo descriveva a papà i dettagli della sua lussuosa auto, lei, stringendo le labbra in una linea sottile e furente, sembrava fulminarmi sul posto con lo sguardo.

Difatti, non appena Tommaso si congedò per tornarsene a casa a disfare i bagagli, ebbe inizio il mio tormento inquisitorio tra le mura domestiche.

Papà, come al solito, preferì evitare il conflitto e uscì di fretta con la scusa logora di un appuntamento in parrocchia.

«Si può sapere dove hai passato la notte?» gridò lei piombandomi davanti in corridoio, le braccia incrociate sul petto e il viso paonazzo per la rabbia trattenuta durante il pranzo.

«Te l'ho scritto per messaggio, mamma... abbiamo bevuto un po' troppo alla festa e mi sono fermata a dormire da Elena» le risposi mentendo senza battere ciglio, inventando il primo nome di collega che mi passava per la mente.

«E chi sarebbe adesso questa Elena? E soprattutto, si può sapere chi è questo Bruno con la macchina da signorotti?» incalzò alzando la voce, la bava acida che le imperlava gli angoli della bocca, «ti ho già avvisata, io di sgualdrine in questa casa non ne voglio! Hai un fidanzato che è d'oro, e tu come ti comporti?».

Nemmeno le risposi, sfilandole accanto con un'espressione di totale indifferenza e prendendo a passo svelto le scale in direzione della mia camera.

Salivo i gradini pensando a quanto fosse cieca: non si rendeva conto che quei rimproveri asfissianti e quelle costrizioni bigotte non facevano altro che spingermi ancora di più a cercare la libertà e la perversione.

Chiusi la porta della camera alle spalle, lasciando che quelle grida isteriche sfumassero in un'eco ovattato proveniente dal piano terra, e mi gettai sul letto sfinita da quella rincorsa emotiva.

Scivolai in un dormiveglia agitato da cui mi risvegliai dopo un paio d'ore; la pelle tutta sudata e la maglietta umida appiccicata alla schiena.



Uscii dalla camera muovendomi guardinga, con il timore che le urla non fossero affatto finite, e andai in bagno a prepararmi per la serata.

Indossai un tubino nero, corto e aderente, con ai piedi un paio di sandali dal tacco alto e sottile.

Puntualissimo come sempre, Tommaso arrivò alle diciannove precise, e quando uscimmo sul vialetto, domandò subito: «Sonia, ma cosa ha tua madre? La durezza con cui ti si rivolgeva poco fa sulla soglia era quasi spaventosa. Avete litigato di brutto?»

Scrollai le spalle con indifferenza, facendo oscillare i capelli lisciati da poco, e mi accomodai sulla sua auto.

«Sembra davvero furiosa, dai, cos'è successo di tanto grave?» insisté una volta salito a bordo, girando la chiave nel quadro e tenendo gli occhi fissi sul mio profilo con insistenza.

«Ma niente di che, Tommaso... è solo arrabbiata perché ho dormito fuori e non l'ho avvertita; lo sai come è fatta, quella pensa subito male e ingigantisce tutto» gli risposi, accarezzando il ginocchio e lasciando che l'abito risalisse di qualche centimetro.

«E ha torto a pensare male?» ribatté, accendendosi all'istante per quel sospetto, «chissà cosa avresti da raccontarmi se solo volessi... una notte intera chissà dove, con chissà chi...» aggiunse facendomi un occhiolino complice.

Lo guardai, assaporando il potere che quelle fantasie esercitavano sulla sua mente, e sorridendo di rimando con sfacciata dolcezza lo interruppi: «Dai, metti in moto e vai ora, che ho una fame terribile».



Tommaso si diresse dritto alla solita pizzeria del centro, quasi ne avesse sentito la nostalgia durante i giorni passati lontano da casa, ansioso di ritrovare le rassicuranti abitudini.

Non appena varcammo la soglia, quel porco prese a godersi gli sfacciati complimenti che i titolari e i camerieri del locale mi rivolgevano ormai con imbarazzante insistenza, attirati dalle mie gambe nude esaltate dai sandali dal tacco vertiginoso.

«Buonasera Sonia, stasera si' nu babbà, vuoi farci morire tutti?» esclamò il cameriere più giovane accompagnandoci al tavolo con gli occhi incollati alla scollatura del mio abito.

Vedevo Tommaso gongolarsi visibilmente a quelle battute allusive e cariche di bramosia, raddrizzando la schiena sulla sedia con l'orgoglio misero del proprietario. Guardandolo di sottecchi, mi domandavo se avesse sempre avuto quel compiacimento morboso e non me ne fossi mai accorta; come un qualcosa di latente e in attesa di esplodere.

Andavamo in quella pizzeria praticamente da quando ci eravamo messi insieme, e ormai ogni dettaglio appariva abitudinario e asfissiante proprio come l'aria che respiravo a casa, cominciando dal solito tavolo nell'angolo fino alle ordinazioni ripetute a memoria.

Dino, dopo avermi squadrato per bene le gambe e aver pronunciato l'immancabile battuta sul salamino piccante che a me piaceva tanto, prese le nostre ordinazioni con un ghigno complice rivolto a Tommaso.

Appena il cameriere se ne fu andato verso la cucina, lasciandoci soli, Tommaso mi afferrò subito le mani tra le sue, stringendole con un fervore quasi infantile; «Non vedo l'ora che tu mi dica tutto, Sonia... voglio ogni singolo dettaglio di quello che hai fatto in questi giorni, anche con quel Bruno» sussurrò con gli occhi lucidi di lussuria.

Bramava con impazienza di sapere cosa avessi combinato in sua assenza, il suo sguardo implorava dettagli, confessioni torbide che sapevo di dovergli somministrare con estrema prudenza e un briciolo alla volta, per non rompere il giocattolo.

Nonostante la sua evidente perversione feticistica incentrata sui miei tradimenti, come avrei potuto raccontargli delle notti passate a battere il marciapiede per Antonio, vendendo il mio corpo per strada?

Gli sorrisi languidamente senza dire una sola parola, godendomi la sua sottomissione, lasciando che proseguisse spedito nel suo programma: «Magari dopo la pizza facciamo un salto veloce al pub a salutare gli amici, restiamo un'oretta e poi andiamo via... ci appartiamo in macchina al nostro solito posto, così mi racconti tutto con calma mentre lo facciamo».

Al solo pensiero di andare a rinchiudermi nuovamente in quella gabbia del solito pub, la rabbia mi salì dritta in gola, fredda, amara e tagliente come una lama.

«Mi pareva di essere stata fin troppo chiara l'ultima volta, Tommaso: io in quel posto schifoso non metto più piede, quindi se proprio tieni a vedere gli altri ci vai da solo!»

Sorpreso e intimorito da quella mia reazione così brusca, arretrò con la schiena, balbettando per giustificarsi: «Ma... credevo che ormai ti fosse passata, Sonia; te l'ho detto e ripetuto, con Giulia e Federica ho chiarito tutto il malinteso e...».

«Non mi importa assolutamente nulla dei tuoi chiarimenti! Io quelle due galline non le voglio più vedere, sono stata chiara?» lo interruppi bruscamente, fissandolo con uno sguardo d'acciaio che non ammetteva repliche.

In realtà, dietro quella fiammata di rabbia, il mio vero terrore era quello di trovarmi di fronte Valentino.

Come si sarebbe comportato? Sarebbe stato davvero di parola mantenendo il segreto, o gli sarebbe tornato il coraggio di ricattarmi? E cosa avrebbe preteso da me in cambio del suo silenzio?

La sua faccia perversa da maiale e la minaccia di raccontare ogni cosa a Tommaso riaffiorarono di colpo nella mia mente, facendomi rabbrividire.

In più, come se non bastasse, quello era il locale maledetto dove avevo conosciuto Antonio; dove mi aveva posseduta e poi venduta.

Tommaso alla fine non insisté oltre, piegandosi alla mia volontà; il suo animo buono e accomodante, non gli avrebbe mai permesso di impormi qualcosa che non avessi voglia di fare.

Lui non era affatto come Antonio, quel perverso figlio di puttana che mi aveva costretta ai rapporti più degradanti e violenti per compiacere i suoi clienti, ma ahimè capace di farmi godere come solo pochissimi altri uomini avevano saputo fare.



Terminata la pizza in quel clima di finta quiete, decidemmo di comune accordo di fare due passi per un gelato in centro.

Prima di andare avanti…

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