Presi coraggio e mi misi in attesa sul ciglio della strada: terrorizzata, sussultavo a ogni coppia di fari che si avvicinava; ero un'esca tra le tante, una puttanella in attesa del proprio destino, in quel mare di cemento e spazzatura. Le macchine sfilavano accanto come squali in cerca di preda; sentivo la fica pulsare, umida e traditrice, al solo pensiero di chi si sarebbe fermato.
Osservavo le altre ragazze e Lidia: la serata sembrava fiacca per tutte e già temevo cosa si sarebbero inventati nel caso l’incasso non fosse stato soddisfacente. Dopo circa venti minuti, accostò una vecchia Fiat Punto; dal finestrino abbassato uscì un alito pesante di fumo e cipolle fritte che mi investì in pieno volto. Al volante sedeva un individuo calvo dai baffi sottili e il viso deturpato dai brufoli; squadrandomi con insistenza, gracchiò:
«Quanto?».
Udii la mia voce pronunciare nell'aria fresca della sera:
«Cinquanta per la bocca, cento per la fica, centocinquanta per il culo».
Elencare quelle tariffe mi lasciò la lingua amara, come se il lerciume circostante fosse scivolato in gola; l'uomo annuì con un cenno secco, indicando il sedile accanto a sé. L'auto, cigolando a ogni sobbalzo, si allontanò dai fari della statale per fermarsi in un angolo buio. Appena spento il motore, questo si calò i pantaloni con gesti frenetici, liberando un membro flaccido e pallido; la cappella era piccola, ridicola rispetto alla stazza, e un afrore acre di smegma invase lo spazio chiuso dell'abitacolo, provocandomi un conato di vomito.
«Forza piccola, fammi un pompino come si deve» mormorò, con un tono simile a un lamento strozzato.
Cercando di guadagnare tempo, replicai secca:
«Prima i soldi. E metti il preservativo».
«Cosa? Per un pompino? Stai scherzando? Le altre non lo chiedono.»
Temendo l’ira di Lidia nel tornare a mani vuote, non insistei, costretta ad accettarne il disgusto. Piegata di lato, sforzandomi di vincere la nausea, lo accolsi in bocca percependone il sapore rivoltante, peggiore persino di quello del vecchio di prima al bar. Fortunatamente durò poco, e con una specie di rantolo sborrò, colpendomi il viso con violenti getti caldi. Dopo essere venuto, prima di avviarsi per riaccompagnarmi, prese dalla tasca alcune banconote spiegazzate e me le pose.
Appena scesa, una vecchia Volvo scura, simile a un’ombra metallica, accostò con lentezza. Alla guida c'era un uomo anziano, dalla barba bianca ben curata. Vestiva un completo blu scuro di sartoria, piuttosto datato. Aveva l’aspetto di un signore distinto, un tempo sicuramente piacente, ma ora consunto come il suo abito. Quando elencai il mio prezzo, lui annuì senza fiatare. Salii, accolta da un odore pesante di tabacco e alcol che mi rivoltò lo stomaco. Addentrandoci in un viottolo deserto, chiese:
«Mia cara, potrei sapere il tuo nome? Se non ti spiace, vorrei provare il tuo bel culetto; non ti dispiace, vero?», mantenendo i modi educati, quasi d'altri tempi.
Negando con un breve cenno del capo, replicai:
«Va bene, ma prima i soldi», risposi, tentando di mascherare il tremito della voce.
«Oh! Certo! Giusto! Quanto hai detto?»
«Centocinquanta, e il preservativo.»
Tirò fuori le banconote da un vecchio portafoglio e si sbottonò i calzoni. Quando li fece scivolare a metà gamba, insieme alle mutande, sgranai gli occhi per la sorpresa: il suo cazzo era grosso, lungo e vigorosamente eretto; un pezzo di carne marmoreo in netto contrasto con ciò che mi aspettavo.
Vedendo il mio stupore, accennò un sorriso sornione:
«Ti piace, tesoro? Non te lo aspettavi, vero? Su, non essere timida; dagli un bacetto».
Quasi ipnotizzata da quella visione e dal suo tono mellifluo, ubbidii, affondando il viso tra le sue gambe. Con mio grande sollievo la pelle era pulita e profumata di lavanda; lo leccai timidamente come fosse un gelato, poi lo avvolsi con le labbra, iniziando a succhiarlo di gusto. Lo portai quasi al limite prima di staccarmi e, dopo avergli infilato il preservativo, scivolai tra i sedili per sistemarmi dietro; lì, poggiata sui gomiti con la gonnellina sollevata, attesi di essere raggiunta lubrificando il buchetto con il mio stesso umore.
Rodolfo — così si era presentato — aspettò, limitandosi a carezzarmi le natiche e tastarne la consistenza. Sentivo la cappella premere con delicatezza contro l’ano, aumentando piano la pressione. Ma quando fu entrata, in modo brutale, lo spinse tutto fino in fondo in un sol colpo. Un dolore acuto mi squarciò il culo, facendomi lanciare un urlo, ma sotto quella fitta avvertii un piacere che mi travolse completamente. Lui pompava forte e io gemevo schiacciata contro la portiera, sentendomi la sua schiava, la sua puttana. Quando venne io lo seguii, sconquassata da un lungo orgasmo liberatorio.
Rivestendosi con calma, fiero per avermi fatta godere, iniziò a raccontare di sé e delle sue nipoti, poco più grandi di me. Rilassata, ascoltavo quelle parole, con nessuna fretta di tornare a battere, quasi dimentica dell’inferno in cui mi trovavo.
Come scesi dalla macchina, Lidia mi venne incontro, brontolando e reclamando l'incasso con gesti rapidi e nervosi.
«Dove cazzo sei stata, scema!» sbraitò.
Rodolfo, che aveva assistito alla scena, si avviò lungo la strada rivolgendomi uno sguardo compassionevole, salutando con la mano.
Senz'altra alternativa, non mi rimase che riprendere il mio posto, con il sedere indolenzito e l’angoscia per ogni automobile che rallentava, squadrandomi da capo a piedi. In quella specie di bazar regnava una gran confusione: le ragazze che battevano facevano di tutto per attirare l’attenzione dei potenziali clienti. Alcune erano persino più giovani di me, forse minorenni, dai modi sfacciati e audaci. Una biondina, con le sole autoreggenti e i tacchi vertiginosi, si mostrava spudorata ai passanti, rivolgendo loro frasi voluttuose. Per chi transitava a piedi o in bicicletta, scaturivano addirittura scambi verbali esilaranti.
Tra noi, forse per sentirci meno sole e indifese, si era creato presto un certo cameratismo. Lidia le conosceva tutte, ma la sua attività sembrava essere più quella di spacciatrice che di puttana. Tranne le poche occasioni dove veniva presa in macchina da qualcuno, la vedevo intenta a scambi rapidi con gente che accostava e ripartiva in un istante.
Ero già arrivata a una dozzina di prestazioni: un viavai di veicoli da cui salivo e scendevo senza sosta. Le ragazze mi sfottevano per l’interesse che attiravo e Lidia si sfregava le mani, soddisfatta per i soldi che le passavo. Antonio, parcheggiato poco distante, ci teneva d’occhio e incassava. Una sfilata continua di attributi maschili anonimi: chi la fica, chi la bocca, e un paio di loro mi avevano anche inculata rudemente. Per mia fortuna l’ano era ben allenato — dilatato da cazzi ben più grossi — per soffrirne.
Ogni incontro, seppur squallido, mi iniettava una scarica di adrenalina pura, trasformando la vergogna in perversa accettazione: ero una vera zoccola che godeva nel vendersi. Totalmente calata nella parte, sentivo la figa grondare e il cuore pulsare all'impazzata a ogni auto che accostava.
Quando una piccola utilitaria si fermò, mi abbassai come sempre per sporgermi verso il finestrino; il guidatore restava in ombra, un profilo indistinto nell'abitacolo. Ma quando ne misi a fuoco il volto, il respiro si fermò e la bocca si schiuse, incapace di emettere alcun suono: era Valentino, uno degli amici più stretti di Tommaso. Mi fissava con gli occhi spalancati, le mani serrate sul volante, stupefatto. Le gambe iniziarono a tremare violentemente, mentre un sudore gelido mi scivolava lungo la schiena.
«Cazzo, Sonia! Sei... sei tu?»
La sua voce suonò estranea, carica di un'incredulità che mi rendeva nuda più di quanto fossi. Vedendomi smarrita e incapace di rispondere, il suo stupore mutò presto in qualcosa di più torbido. Squadrò il mio corpo esposto, soffermandosi sui miei seni scoperti, e ordinò:
«Sali!».
Restai immobile, sospesa tra il terrore dello scandalo e l'abisso che mi si apriva davanti. Se avessi rifiutato, avrebbe raccontato ogni cosa a Tommaso; se fossi salita, cosa gli avrei detto? Come mi sarei giustificata? Ma soprattutto: cosa avrebbe preteso? Consideravo Valentino un porco, un viscido incapace di trovarsi una donna; e ora, quel depravato avrebbe potuto decidere il mio futuro. La mia doppia vita stava per venire alla luce, aprendo scenari imprevedibili.
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