Afferrai ciò che mi serviva e scappai fuori, trovando un vecchio ad attendermi: doveva avere almeno ottant’anni, scarnito, con la barba grigia incolta e la bocca che mostrava un unico dente superstite.
«Tocca a me adesso» disse sputacchiando con una grottesca gioia infantile.
Rassegnata, tornai a stendermi su quella che appariva ormai come la mia nuova postazione di lavoro. Nonostante l’entusiasmo, al nonno non tirava; cercai di aiutarlo con la mano, forzandomi a ignorare il tanfo di sudore rancido che emanava dalla logora camiciola sintetica. Sembrò un supplizio interminabile. Soffocando il disgusto per il forte sentore di piscio, glielo succhiai fino a farlo in qualche modo raddrizzare. Proprio in quel momento comparve Lidia, rischiando di vanificare tutto il mio impegno.
«Dai Giovanni, sbrigati, ci sono altri giù che aspettano!»
Nonostante la sua impotenza, il vecchio rideva, tanto da farmi quasi tenerezza. Alla fine lo feci venire alternando dita e lingua; poche gocce stentate, ma bastarono a farlo felice.
Lidia aveva annunciato che altri erano già in attesa; infatti, senza concedere all’ottantenne nemmeno il tempo di scendere le scale, un altro già aspettava sulla soglia il suo turno. Era un ragazzotto sulla trentina dall’aspetto vigoroso; forse un contadino o comunque uno abituato a lavori manuali. Questo riuscì perfino a farmi godere e, prima di ritrarsi, sorridendo soddisfatto mi schioccò un bacio sulle labbra. Stesa con le gambe spalancate lo guardai rivestirsi, in attesa che si facesse avanti il prossimo.
Fu il turno di un colosso di colore: quando salì le scale, udii le assi scricchiolare sotto il suo peso. Aveva un cazzo spaventoso; il preservativo, infilato a fatica, ne copriva solo la metà e pareva sul punto di cedere. Seppur abituata a maschi ben dotati, questo mi fece male. Quando lo mise dentro, fui costretta a fermarlo; nonostante fossi bagnata, la fica sembrava sul punto di lacerarsi. Ci volle un po’ prima che il bruciore si affievolisse, ma impaziente, quel bestione iniziò a pompare con foga, come se non scopasse da una vita. Troppo grosso per darmi piacere, provavo solo dolore: le sue spinte sembravano sventrarmi. Quando venne e finalmente uscì, mi ritrovai piena della sua sborra; il profilattico si era sfilato rimanendo dentro.
Seguirono un sessantenne dal grosso naso butterato dall’alcol e l’alito pesante, e un grassone che volle incularmi solo per provare la sensazione. Poggiata sui gomiti, sentivo la sua pancia flaccida sbattermi sulle natiche, mentre lo sperma del nero fuoriusciva ancora dalla fica.
Non appena anche l’ultimo se ne fu andato, Lidia salì. Sporca e senza nemmeno un bidet per sciacquarmi, mi diede un catino da toeletta che in origine doveva essere bianco, indicando il lavello dove piatti unti giacevano da chissà quanto tempo. Lo riempii d’acqua e lo appoggiai su una sedia, lavandomi come potevo, con nulla per asciugarmi. Quella stronza guardava divertita il mio disagio, gridando di fare in fretta.
«Te la dai una mossa? Dai, che il bello deve ancora iniziare!»
Come fossi una bambola di pezza, lasciai che mi truccasse pesantemente, stendendo strati di colore sul viso fino a renderlo quasi irriconoscibile. In lei non c’era né dolcezza né buongusto, e tantomeno intelligenza: non certo trasformandomi in un mostro avrei attratto più clienti, ma nonostante la facilità con cui vendessi il mio corpo e i relativi introiti, nutriva per me un odio viscerale.
Finito quell’obbrobrio – sperando che almeno servisse a non farmi riconoscere – mi fece rivestire. Presi dallo zainetto il completo da mignotta e lo indossai.
«Dove sono le mutande che ti ho dato?» chiese bruscamente, riferendosi al logoro perizoma sintetico.
«Non... non so... forse è rimasto al motel... era rotto...»
«Cretina! Quello piaceva ad Antonio... vorrà dire che ne farai a meno, così sarai già pronta per farti sbattere; di’ la verità, che non vedi l’ora, troia.»
E aggiunse: «Ti è piaciuto l’aperitivo? Tra poco arriverà il resto; e cerca di darti da fare, altrimenti lo sai cosa ti aspetta, vero?».
Sapendo bene a cosa si riferisse, annuii con un cenno del capo.
Appena pronta, approfittando di un attimo in cui mi lasciò sola per andare al gabinetto, infilai i miei abiti “civili” e le scarpe nello zainetto, compresi quelli della sera prima: non potevo rischiare un'altra volta di tornare a casa vestita in quel modo.
Indossate le odiose scarpe di vernice, scendemmo al bar: a un tavolo d’angolo, Antonio confabulava con un paio di ragazzi. Li riconobbi immediatamente: erano quelli che avevano abusato di me nel cesso sul retro, rubandomi poi i cinquecento euro. Questi vedendomi sghignazzarono tra loro, proseguendo a conversare indifferenti con il mio sfruttatore, il quale nemmeno alzò gli occhi per guardarmi.
Aspettando i suoi comodi per un tempo che parve interminabile, ciò che fui costretta a sopportare da quella gente fu disgustoso e umiliante. Commenti offensivi su di me e mia madre — con il timore che la conoscessero davvero — e rudi palpeggiamenti intimi a cui non fui in grado di oppormi; il mio corpo, praticamente nudo, era come un oggetto a loro libera disposizione.
Vedendo quello che mi facevano, anziché difendermi, Lidia rideva compiaciuta tracannando vino.
Quando quel bastardo finalmente si decise ad alzarsi, sotto un coro di epiteti irripetibili, docile e silenziosa lo seguii verso l’uscita. Appena fuori da quell'inferno, il tempo sembrò tornare a scorrere, quasi si fosse congelato tra quelle mura. Mancava poco alle nove, ma nonostante il sole fosse già tramontato, restava luce a sufficienza per essere riconosciuta; consapevole di come ero conciata, fui presa da un improvviso panico. Raggiunta la vecchia e sgangherata Golf, mi infilai rapida sul sedile posteriore, pregando che la patina di sporcizia sui vetri bastasse a nascondermi dalla vista dei passanti e del mondo.
Come non bastasse, durante il tragitto dovetti sorbirmi la cattiveria di Lidia, accresciuta dai fumi dell’alcol.
«Dì, dolcezza, ti è piaciuto con Kofi?» chiese, scoppiando poi in una risata sguaiata.
«Chi è Kofi?» domandai.
«Come chi è? Il tuo stallone nero; non dirmi che non te lo ricordi.»
Non le risposi, distogliendo lo sguardo verso il finestrino alla mia sinistra, dove il vetro sporco rifletteva la mia immagine disfatta.
«Domani ha detto che porta pure i suoi amici; ha intenzione di farti anche il culo.»
La sua risata era sterile, volgare, una lama che squarciava il silenzio dell’abitacolo. Come se avesse detto la cosa più divertente del mondo, diede una manata sulla spalla di Antonio, impegnato alla guida.
«Che c’è? Non sei contenta, principessa? Preparati, perché ho già le prenotazioni per domani: sei diventata famosa, sai? Tutti lì ti vogliono trombare.»
«Smettila!» intervenne lui con un tono secco che non ammetteva repliche. «Pensa a questa sera: hai preso tutto?»
«Che c’è? La difendi ora?» ribatté lei, stizzita.
«Smettila, ti ho detto! Pensa a farla lavorare e non dire sempre stronzate. Ma guardati come sei ridotta… Quanto hai bevuto? E lavati, che puzzi.»
Pronunciò quelle parole con evidente disprezzo, e Lidia incrociò le braccia in grembo, offesa; ero certa che, più tardi, avrebbe scaricato su di me tutta la sua rabbia repressa.
Antonio ci condusse verso una zona diversa rispetto alla notte precedente; una strada più trafficata, dove il profilo delle case abbandonate tagliava il cielo del crepuscolo e le auto sfilavano in un viavai continuo. Lungo i marciapiedi c'erano altre ragazze, giovani e di varia nazionalità. Appena scesa, mi squadrarono con occhi carichi di una complicità muta, quasi leggessero chiaramente i segni del mio debutto forzato. Mi sentivo esposta a ogni sguardo, ma per qualche oscuro motivo provavo una perversa eccitazione. Prima di scendere, Antonio, con un ghigno sghembo, mi aveva getto una manciata di preservativi:
«Non farti intimidire, e vedi di portarmi più soldi che puoi».
Sapevo di dovermi vendere ed ero pronta, fremevo per quella nuova immersione nel mare di perversione e degrado; tuttavia, quel luogo mi riempiva di un'angoscia profonda: a differenza del piazzale della sera precedente, sotto i lampioni che illuminavano il traffico incessante, qui eravamo ben visibili a tutti. Un rischio continuo e una vergogna impossibile da occultare, poiché ogni macchina che rallentava avrebbe potuto nascondere un volto familiare: un amico, un collega o, peggio, un parente. Ferma sul bordo del marciapiede, percepivo la mia nudità sotto la minigonna e il gilet come un'evidenza alla vista di chiunque. Come un giocattolo in balia di un bambino crudele, venivo trascinata sempre più in profondità: non esistevano più confini né limiti. Per loro ero come un bancomat e nulla più.
Scesa dall'auto, distrattamente, avevo portato con me lo zainetto. Antonio se n'era già andato, lasciando me e Lidia a venderci per i suoi sporchi interessi. Cercai un posto dove nasconderlo e lo spinsi con ribrezzo dietro un mucchio di materassi abbandonati; la puzza pungente di urina e muffa che emanavano era nauseante.
