«Non ti pare di esagerare?» gridò accigliata, squadrando il mio abito leggero con profonda disapprovazione.
«Ma mamma... te l'ho detto: esco solo con le colleghe dell'ufficio... È il mio ultimo giorno e hanno chiesto di festeggiare, non potevo tirarmi indietro...»
«Ah, davvero? Ed è tutta la settimana che esci con queste famose colleghe? Ti avverto, Sonia: io di sgualdrine in questa casa non ne voglio. Sei fidanzata con un ragazzo d'oro, cerca di ricordartene prima che sia troppo tardi.»
«Sì, mamma, ho capito...» risposi, con il cuore che batteva forte per il fastidio e la fretta di fuggire; e sulla soglia di casa, aggiunsi: «Se tardo ti mando un messaggio».
Chiusi l'uscio alle mie spalle senza darle la possibilità di replicare, sentendola brontolare cupamente dall'interno mentre mi allontanavo.
Respirando finalmente l'aria fresca della sera, a passo veloce, seguii le indicazioni inviate da Bruno: anche se in ritardo, avevo deciso di andarci a piedi, perché trovare parcheggio in centro, a quell'ora e di venerdì, sarebbe stato impossibile.
Giunta davanti a un elegante palazzo storico, dopo aver verificato l'esattezza del numero civico, scorsi velocemente i nomi scritti sul citofono di ottone lucido.
Emozionata premetti il pulsante accanto al suo nome e dall'altoparlante risuonò subito quella voce che tanto desideravo sentire: «Sonia, tesoro, che bello averti qui; prendi l'ascensore e sali fino all'ultimo piano».
Scattò la serratura ed entrai nel lussuoso androne, dove il pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri rifletteva la luce calda dei lampadari di cristallo; a lato di una splendida scalinata dalla ringhiera decorata, si ergeva la cabina di un antico ascensore in ferro battuto.
Chiusi le porte a grata e premetti il tasto del sesto piano; come un'ipnotica melodia, il leggero stridore dei cavi si univa con il battito del mio cuore, accelerato da una potente eccitazione.
Ancor prima che le porte si aprissero, attraverso le volute di ferro della gabbia lo vidi: ad aspettarmi sul pianerottolo illuminato, avvolto in un grembiule nero da chef, con un sorriso largo e sincero c'era Bruno.
Non appena la grata scattò, gli fiondai letteralmente tra le braccia, affondando il viso contro il suo petto ampio e pulito, sperando che non vedesse le piccole lacrime di gioia e di sollievo che scendevano dai miei occhi, bagnandogli la camicia.
Mi strinse a sé con forza, sollevandomi leggermente da terra: seguì un bacio lungo, profondo, carico di una passione trattenuta per giorni, con le sue labbra calde che sapevano già di vino rosso e di spezie aromatiche.
L'appartamento era elegantemente arredato, un perfetto connubio di mobili moderni dal design pulito, quadri d'autore alle pareti e tappeti preziosi.
A creare un'ovattata atmosfera intima, la luce soffusa di innumerevoli candele e le calde note di un sottofondo di musica jazz.
Senza lasciare per un solo istante la mia mano, Bruno mi condusse verso l'ampia terrazza affacciata sui tetti del centro; qui, su un tavolo finemente apparecchiato con raffinate stoviglie e calici di cristallo, due flûte e una bottiglia di prosecco millesimato ci attendevano immersi nel ghiaccio brillante.
Con l'aria della sera ad accarezzarmi la pelle nuda, brindammo a noi e a quel momento tutto nostro, guardandoci dritti negli occhi con un'intensità mai provata prima.
«Non vedevo l'ora che arrivassi, sei splendida» disse, con voce profonda.
Sorrisi con un mix di dolcezza e furbizia, consapevole dell'effetto che gli facevo; lo desideravo intensamente, molto più di quanto avessi creduto fino a quel momento.
Dopo averlo accostato alle labbra, posai il bicchiere sul tavolo e cinsi il collo di Bruno con le braccia, issandomi sulle punte per cercarne di nuovo la bocca e baciarlo. Ero calda, eccitata dal profumo della sua pelle, e lui non era da meno.
Si staccò prima che varcassimo il punto di non ritorno, e sorridendo dolcemente, sussurrò: «Wow, piccola, perdonami... sei irresistibile, ma se iniziamo così, in cucina si brucia tutto».
Risi divertita e lo seguii verso l'interno, da dove giungeva un delizioso profumo di arrosto.
Era decisamente bravo ai fornelli e si destreggiava con consumata abilità tra pentole e impiattamenti vari, anche con me tra i piedi a provocarlo in continuazione.
La cena in terrazza fu deliziosa e Bruno, oltre a dimostrarsi un perfetto e attento padrone di casa, si rivelò un cuoco superbo.
Accarezzati dall'aria fresca della sera, con i rumori del traffico cittadino che giungevano attutiti come suoni lontani sotto di noi, il tempo trascorse a dir poco piacevolmente, tra risate complici e confidenze sussurrate.
Giunti al dessert, sorseggiando uno champagne freddo e finissimo, m'imboccò con fragole fresche e panna montata, creando un gioco malizioso e seducente.
Nonostante la brezza notturna, sentivo il calore del sangue salire violento al cervello, accendendomi i sensi. La sua voce risuonava dentro di me come una melodia avvolgente, mentre l'intensità magnetica dello sguardo mi toglieva letteralmente il respiro.
Osservando la raffinatezza dei suoi gesti, pensavo a quanto fosse radicalmente diverso da tutti gli altri uomini conosciuti fino ad allora; Bruno possedeva l'innata eleganza che avevo sempre desiderato.
L'uomo dei miei sogni, il principe azzurro che ora potevo finalmente toccare, ma non avere; quantomeno non del tutto. Fin dal nostro primo incontro era stato sincero, ammettendo con disarmante chiarezza d'essere felicemente sposato. Per lui, potevo dunque rappresentare solo un piacevole e intrigante diversivo, niente più.
Eppure, nonostante quell'amara consapevolezza, sentivo il desiderio divorarmi, la voglia matta di saltargli addosso proprio lì, su quel tavolo in terrazzo, sopra tutta la città illuminata.
Rabbrividivo sotto l'abito estivo, ma non per il freddo, bensì per l'urgenza disperata di essere scopata; i capezzoli, duri come sassolini contro il tessuto leggero del vestito, quasi mi dolevano per la tensione, mentre la fica, oscenamente bagnata e gonfia, reclamava impaziente il contatto duro del suo cazzo.
Per proteggermi dall'aria della notte, prese uno scialle di seta leggera e me lo avvolse premurosamente intorno alle spalle: travolta da profonda gratitudine, con devozione gli baciai le mani. «Grazie, Bruno, ho trascorso una serata magnifica».
«Tesoro, sono io a ringraziarti; non immagini quanto ti abbia pensata e desiderata in questi lunghi giorni lontano da te» rispose sfiorandomi il collo con le labbra calde.
Bastarono quelle parole e quel dolce contatto, così intimo e protettivo, ad accendere dentro di noi un fuoco inarrestabile, distruggendo l'ultimo freno inibitore.
Facemmo l'amore per tutta la notte, partendo proprio da lì, sul tavolo del terrazzo sotto il cielo della città, per poi proseguire all'interno, nel grande letto matrimoniale, travolgendo lenzuola di seta bianca che profumavano di lusso e pulito.
Mi possedeva stringendomi forte le natiche con le dita, con una tale urgenza di avermi, da potersi paragonare solo alla fame disperata che provavo per lui.
Bruno si confermò un amante magnifico, dal corpo forte, tonico e virile, a cui mi concessi senza alcun ritegno o pudore, dimenticando ogni regola e implorando a gran voce di essere scopata senza sosta in tutti i modi possibili, anche nel culo.
E così fece, assecondando ogni mia richiesta con instancabile passione, facendomi godere ininterrottamente e riempiendomi più volte con il suo seme caldo.
I caldi raggi del sole, filtrando dalle ampie finestre, mi svegliarono dolcemente, carezzandomi il viso.
Aprii gli occhi a fatica, guardandomi intorno: per un attimo, incredula, respirai l'aria profumata della stanza; tutto era vero, non avevo sognato nulla.
