Iniziò a muoversi, spingendo con forza e ritmo, sbattendomi delicatamente contro la parete della cabina. Ogni spinta era un'ondata di piacere che mi faceva tremare le gambe. I capezzoli duri mi pizzicavano sotto il suo tocco, e la mia fica era un delirio di sensazioni, grondante e sempre più stretta intorno a lui, quasi volesse trattenerlo, non lasciarlo andare.
Non fu scambiata una parola. Solo il suono della nostra pelle che si scontrava, i nostri respiri affannosi che riempivano lo spazio angusto della cabina. Guardai i suoi occhi famelici, e vidi il suo piacere, il suo dominio assoluto, e in quello sguardo mi sentii completamente sua. Il brivido del rischio era lì, sempre presente, e amplificava il piacere, rendendolo quasi divino.
Continuò a pompare dentro di me, ritmico, inarrestabile, finché sentii una tensione crescente nel mio basso ventre, una pressione che minacciava di farmi esplodere. La mia fica si contrasse in uno spasmo incontrollabile, e un orgasmo potentissimo mi travolse, facendomi inarcare la schiena, stringendo lui ancora più forte a me. Sentii il suo sperma caldo riversarsi dentro di me, un'ondata di piacere e appagamento che mi lasciò senza fiato, completamente svuotata e felice.
La cabina, un piccolo spazio di trasgressione, era diventata il nostro universo per quei minuti. Era finita, sì, ma non del tutto.
Come la mattina, seguii Nicola al bar. La sua richiesta era un comando silenzioso, e io ero docile, quasi per istinto. Mentre camminavo, la sabbia sotto i piedi, sentivo una tensione crescere dentro di me. Era il timore che Tommaso ci vedesse, non una paura dettata dal senso di colpa, ma il brivido puro di essere scoperta, di sfidare il limite.
Ci sedemmo. Lui, di fronte a me, con quello sguardo che non si limitava a vedermi, ma sembrava penetrarmi l'anima. Ordinammo due birre, e mentre le sorseggiavamo, il fresco liquido che mi scendeva in gola, lui mi chiese di nuovo, con quella sua sfacciataggine che mi faceva bollire il sangue: «Perché il sole non lo prendi in topless?». Gli risposi che non lo avevo mai fatto e che mi vergognavo. Una bugia, ovviamente. La verità era che non ci avevo mai pensato in quel modo, e il pensiero di espormi così, sotto il suo sguardo famelico, era un mix vertiginoso di terrore e desiderio.
Lui mi guardò, il suo sorriso sornione era una domanda silenziosa: Come puoi, dopo quello che fai, vergognarti a mostrarti con il seno nudo?. Poi, con una voce che era un sussurro e un comando insieme, disse che avevo un bellissimo seno e che avrei dovuto mostrarlo fiera. Ma la sua crudeltà non si fermò lì. Con un tono che mi eccitò in un modo strano, aggiunse che «tutti quei segni non ti stanno certo bene». Mentre lo diceva, con un gesto improvviso, mi pizzicò un capezzolo sopra il tessuto del costume. Sentii la mia pelle rabbrividire, il capezzolo indurirsi sotto la sua pressione, e un brivido di piacere misto a vergogna mi percorse, lasciandomi senza fiato.
Proprio in quel momento, come un'ombra dal nulla, arrivò Tommaso. Il mio cuore ebbe un sussulto, un battito mancato. Non doveva aver visto nulla, per fortuna, o forse la sua ingenuità era così profonda da renderlo cieco alle dinamiche che si svolgevano sotto i suoi occhi. Ci salutò cordiale e si sedette con noi.
Nicola non si scompose, no. Con una disinvoltura glaciale, disse a Tommaso che, vedendomi tutta sola, mi aveva invitata a bere qualcosa con lui. Tommaso ringraziò felice e si fece portare una birra. I due iniziarono a parlare del più e del meno. Nicola, con un sorriso quasi innocente, disse a Tommaso di chiamarlo Niko, e che tutti lo chiamavano così, fingendo una complicità che non c'era. Chiese a Tommaso che lavoro facesse, e i loro discorsi proseguirono su quel tono "normale", una facciata perfetta per la perversione che ribolliva sotto.
Poi, Nicola disse qualcosa che mi sorprese. Si rivolse a Tommaso e gli rivelò di avermi proposto di lavorare per lui.
«Stiamo cercando un'impiegata alle prime armi, Tommaso,» spiegò Nicola, gli occhi fissi sui miei. «E Sonia mi sembra la persona giusta. La paga sarebbe subito ottima. Parliamo di almeno duemila euro netti al mese.»
Tommaso mi guardò, gli occhi pieni di entusiasmo, in attesa di una mia reazione, di una mia risposta. Dovetti improvvisare. Gli risposi che ci dovevo pensare e che ne avrei parlato con lui. Subito, il mio fidanzato sembrò entusiasta di questa proposta e mi disse che sarebbe stato «un peccato non accettarla». Sorrisi imbarazzata, sentendo il calore sulla pelle, ma bastò lo sguardo di Nicola per piegarmi. Quello sguardo penetrante che prometteva ben altro che un semplice impiego, un patto che andava oltre il denaro.
Finito di bere, tornammo all'ombrellone tutti e tre. Io ero davanti, loro due dietro che parlavano, la loro conversazione un brusio distante. Mi misi a sistemare il mio telo da mare, con l’intenzione di sistemarmi nuovamente a prendere il sole. La mia fica era ancora piena dello sperma di Nicola, una sensazione vischiosa e intima che mi ricordava la nostra trasgressione appena consumata.
Mentre mi sistemavo, sentivo i suoi occhi addosso. Non era una sensazione di fastidio, ma di pura, inebriante eccitazione. E poi, la sua voce, chiara, si rivolse a Tommaso: «Tommaso, hai proprio una ragazza bellissima e con un fisico perfetto». Mi girai verso di lui, il mio sorriso era un misto di gratitudine e complicità che solo noi due potevamo capire.
Ma Nicola non si fermò. Aggiunse, sempre a Tommaso, con tono casuale: «Però, è un vero peccato che un fisico così lei lo nasconda e lo riempia di segni antiestetici».
Tommaso si bloccò. Il suo viso si fece una faccia da ebete, come se fosse la prima volta che mi vedeva davvero, che notava i segni sulla mia pelle, il mio seno magari meno "perfetto" di come l'aveva visto lui per la prima volta. Nicola, rivolgendosi a me con quel suo sorriso malizioso, proseguì: «Sicuramente è perché lui è geloso».
Tommaso, come se si dovesse difendere da chissà quale accusa, negò, dicendo che se io lo volevo fare lui non sarebbe stato per nulla contrario.
Ora la palla era passata a me. Entrambi mi guardavano in attesa di una mia risposta. Nicola con quel suo sorriso malizioso stampato in faccia, quasi a sfidarmi, a spingermi oltre. Avrei voluto rispondergli che erano affari miei, che la mia scelta di coprirmi o di mostrarmi era solo mia. Ma lo sguardo penetrante di Nicola sembrava ipnotizzarmi, bloccandomi ogni parola in gola. Restai lì, sospesa, la palla nelle mie mani, gli occhi di Nicola che mi trafiggevano. Ogni fibra del mio corpo urlava di rispondere con sfrontatezza, di mandarlo al diavolo. Ma c'era qualcosa nel suo sguardo, un misto di sfida e conoscenza, che mi bloccava. Sapeva. Sapeva tutto.
Abbassai lo sguardo per un attimo, fingendo imbarazzo, e poi tirai su le labbra in un sorriso debole, quasi innocente. Guardai Tommaso, che mi fissava con quella sua faccia da ebete, come se stesse aspettando una qualche autorizzazione da me. E poi riportai gli occhi su Nicola. Il suo sorriso malizioso non era svanito. Anzi, si era fatto più marcato.
«Ma... ma cosa dici, Niko?» gli dissi, la voce un po' più acuta del solito, cercando di suonare sorpresa, quasi offesa. Poi, con un tono più basso, quasi un sussurro rivolto a entrambi, aggiunsi: «Non è vero che Tommaso è geloso. E comunque... queste sono cose mie.»
Mi sentii immediatamente una bugiarda, ma in un modo eccitante. Quella risposta, così diplomatica e così falsa, serviva a mantenere la facciata con Tommaso, ma in realtà era una totale sottomissione a Nicola. Era un modo per dirgli: «Sì, hai ragione tu. Lo faccio per te. E lo nascondo, ma tu sai». Il mio sorriso imbarazzato era una maschera perfetta. Sapevo che lui aveva capito il vero significato delle mie parole. Il gioco era appena iniziato.
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