Lui mi guardò dritto negli occhi, un sorriso sornione che gli si allargò sulle labbra. «Ah, quindi ci hai preso gusto,» mi disse, con un tono che non era una domanda, ma un'affermazione. «Visto che con me non ti sei fatta pregare. E so che non sarà l'ultima volta.»
Un'altra ondata di imbarazzo mi travolse. Le guance mi andarono a fuoco, e abbassai lo sguardo, incapace di sostenere l'intensità. Sapevo che aveva ragione, che la mia sfacciataggine con lui era stata evidente, ma sentirlo dire così apertamente, con la gente attorno, mi faceva ribollire il sangue di vergogna e di un piacere perverso.
«Quanto ti piace rischiare, Sonia?» mi chiese, la sua voce bassa ma chiara, un brivido che mi percorse la spina dorsale. Era una domanda che andava dritta al cuore della mia nuova natura, quella che stavo scoprendo e amando. Non riuscivo a formulare una risposta immediata. La sua domanda mi aveva colto di sorpresa, pur essendo così coerente. I miei occhi cercarono i suoi, un misto di desiderio e la paura di essere scoperta.
Poi, si chinò leggermente, la sua voce che divenne un sussurro, ma pur sempre tagliente. «E dimmi, come hai fatto a farlo dormire?» mi chiese, riferendosi a Tommaso. «Eravamo nello stesso letto, mentre noi scopavamo.» La domanda mi gelò e mi accese allo stesso tempo. Il suo sguardo era fisso sul mio, non ammetteva finzioni. Sapevo che voleva la verità, la cruda, eccitante verità. Il fatto che lo chiedesse così apertamente, in mezzo alla gente, amplificava la mia eccitazione. Ero completamente in suo potere.
A quella domanda, «Come hai fatto a farlo dormire? Eravamo nello stesso letto, mentre noi scopavamo», la mia bocca si aprì per rispondere. Non avevo intenzione di mentire, non a lui, non su questo. La sua sfrontatezza mi eccitava troppo per negargli la verità. «Gli ho messo delle gocce nel drink,» sussurrai, la voce appena udibile, ma con una nota di orgoglio per la mia astuzia. «Un sonnifero leggero. Così dormiva tranquillo mentre...» Interruppi la frase, ma i miei occhi parlarono per me, il mio sguardo che cercava il suo. Volevo che capisse la portata di ciò che avevo fatto, la completa e totale disinvoltura con cui l'avevo tradito lì accanto a noi.
Un sorriso lento, predatorio, gli si disegnò sulle labbra. I suoi occhi brillarono con una luce che mi fece sentire ancora più esposta, ma al tempo stesso desiderata. Sembrava che ogni mia confessione lo eccitasse ancora di più. «E ti è piaciuto, vero?» mi chiese, la sua voce ora un sussurro rauco, gli occhi fissi sui miei. «Scopare con me, con il tuo fidanzatino che dormiva vicino? Ti è piaciuto il rischio, Sonia?»
Annuii, incapace di parlare, i miei occhi che tradivano ogni segreto. Il sangue mi pulsava nelle vene. La sua capacità di leggere la mia anima perversa era quasi spaventosa, e mi rendeva completamente sua. Mi sentii una puttanella tra le sue mani, una marionetta che non poteva fare altro che confessare le sue oscenità. E, per quanto imbarazzante, era un piacere indescrivibile.
Tornammo verso i nostri ombrelloni. Lui era disinvolto, il suo passo leggero, come se nulla fosse accaduto. Io, invece, mi sentii un po' imbarazzata, o forse meglio dire accesa da un misto di sfacciataggine e la consapevolezza del rischio. Soprattutto perché sua moglie mi guardava male, con uno sguardo che mi trapassava e che sembrava capire tutto. Dovetti abbassare gli occhi per non incrociarli.
Tommaso era lì, steso sul lettino, che leggeva la Gazzetta, ignaro di tutto. Mi accolse con il suo solito sorriso, così dolce, così fiducioso. E io, con la mia maschera di fidanzata perfetta, gli sorrisi di rimando. «Amore,» mi annunciò, molto contento, il suo volto che si illuminava, «ho ricevuto la telefonata di Mario! Ci ha invitati a cena a casa sua per domani sera!» Quella notizia mi elettrizzò. Un brivido mi corse lungo la schiena, completamente diverso da quelli provati con Nicola. Questo era un brivido di pura, anticipata perversione. Cominciai già a pensare al tipo di serata che ci aspettava, alla sottomissione, alla degradazione, ai giochi proibiti. La mia mente era già lì, proiettata su quello che Mario avrebbe voluto da me. Un sorriso, questa volta autentico e malizioso, mi spuntò sulle labbra.
Il pranzo era stato un'agonia e un'eccitazione crescente. Gli sguardi di Nicola si fecero ancora più sfacciati e audaci di prima, una morsa invisibile ma potente. I suoi occhi azzurri, famelici, si incollarono addosso, mi percorrevano, spogliandomi di ogni velo. La presenza di sua moglie, seduta al suo fianco, sembrava non importargli nulla. Anzi, forse quel sottile sfiorare il proibito rendeva il tutto ancora più elettrizzante per lui. Io, quella a essere imbarazzata, o almeno la parte di me che ancora si aggrappava a una qualche forma di rispettabilità, sentivo il calore salire al viso. Ma sotto quell'imbarazzo, un fuoco bruciava, un'eccitazione che mi divorava. Mi guardava con quel mezzo sorriso che mi faceva sentire esattamente ciò che ero diventata per lui: la sua puttanella, gestita a suo piacimento.
Nel pomeriggio, la scena si ripeté, una danza già conosciuta. Ero di schiena, stavo prendendo il sole e sentivo il calore sulla pelle, un benessere quasi innocente, interrotto bruscamente dalla sua ombra che si stagliava su di me. Eccolo di nuovo, Nicola, a porgermi la chiave. Il leggero tintinnio era un richiamo irresistibile. La moglie e i figli non c'erano, probabilmente in camera a riposare, ignari di tutto, le loro vite così distanti dalla mia.
Mi sollevai lentamente, i muscoli intorpiditi dal riposo e dalla tensione accumulata. Cercai istintivamente i laccetti del costume per allacciarlo, un gesto automatico per coprirmi, per nascondermi. La sua voce roca ruppe il silenzio della spiaggia, un sussurro che era un comando: «Perché il sole non lo prendi in topless?».
Una domanda diretta, sfacciata, che mi colse di sorpresa. Non risposi a parole. Non ce n'era bisogno. La mia risposta fu un'altra, una resa silenziosa. Docile, mi avviai verso la solita cabina, ormai il nostro piccolo, segreto rifugio. Lui mi seguiva, la sua presenza alle mie spalle una promessa silenziosa, un'ombra che mi spingeva in avanti.
Dentro la cabina, l'aria era calda, quasi soffocante, densa di odore salmastro della salsedine e di un indefinibile profumo di chiuso. La porta si chiuse dietro di noi, sigillando il nostro piccolo mondo proibito. Nicola non perse tempo, né concesse preamboli. Le sue mani forti si posarono sui miei fianchi, attirandomi a sé con una forza irresistibile. Non resistetti, non volevo. Il suo sguardo, più intenso che mai, incontrò il mio, e in quegli occhi azzurri vidi la fame, il desiderio di possesso, una scintilla che accese un fuoco dentro di me. Sentii il suo cazzo indurirsi contro il mio addome, grande e virile, una promessa silenziosa.
Mi afferrò il sedere, le dita che affondavano nella mia carne soda, e mi spinse con decisione contro la parete ruvida della cabina. Ansimai, l'aria che mi si bloccava in gola. La mia fica iniziò a grondare umore, un desiderio liquido e impellente che mi bagnava le cosce, già pronte. Le nostre bocche si unirono in un bacio avido, profondo, che mi tolse il respiro. Sentivo le sue labbra muoversi con urgenza, le nostre lingue cercarsi in una danza sfrenata. Le mie mani, quasi per riflesso, gli si aggrapparono alle spalle, poi scivolarono sulla sua nuca, tra i suoi capelli, stringendolo a me.
Non ci fu una parola. Solo il suono rauco dei nostri respiri affannosi, il fruscio del mio bikini che scivolava a terra, liberando completamente il mio corpo. Ero nuda, esposta, completamente sua, pronta ad accoglierlo. E il suo sguardo mi percorse, dalla testa ai piedi, con un'intensità che mi fece sentire la sua proprietà.
Appoggiata alla parete ruvida, il respiro ancora corto, Nicola non mi diede il tempo di pensare. La sua mano scivolò sul mio seno, accarezzando la carne, facendo indurire i miei capezzoli quasi all'istante. Sentii un brivido attraversarmi il corpo, una scarica elettrica. La sua bocca si staccò dalla mia per scendere sul mio collo, poi sui miei seni, succhiando con avidità, mentre le sue dita forti afferrarono il mio culetto, stringendolo, quasi impastandolo, plasmandolo al suo volere.
Il suo cazzo, enorme, era duro e pulsante contro la mia fica, che grondava umore, già calda e pronta a riceverlo. Sentii il suo desiderio primordiale, la sua fame insaziabile. Mi sollevò leggermente, le mie gambe che si avvolsero intorno ai suoi fianchi con naturalezza, quasi per istinto, come se il mio corpo sapesse già cosa volesse il suo. E poi, con una spinta decisa, entrò dentro di me. Lo sentivo tutto, la sua grandezza che mi riempiva completamente, un piacere doloroso che mi fece gemere, un suono che trattenni a stento. Il respiro mi si mozzò in gola.
