I due si mossero con un ritmo selvaggio, sincronizzato. Mario mi scopava la figa con una brutalità che mi faceva gemere, mentre Enzo mi inculava con una profondità che mi portava alle lacrime di piacere. "Sei la nostra puttanella, Sonia! Ti piace farti usare, eh?" urlava Mario. "Goditi i nostri cazzi, cagnolina! Siamo fatti per te!" aggiungeva Enzo.
E io godevo. Godevo come mai in vita mia. I miei capezzoli erano durissimi, e le mie gambe si stringevano per intrappolarli, per sentirli ancora più dentro. Venivo in continuazione, in un susseguirsi di spasmi che mi lasciavano senza fiato. Non volevo che finisse, volevo solo che mi scopassero ancora, e ancora, fino all'alba.
I cazzi di Mario ed Enzo si muovevano dentro di me con una furia implacabile, riempiendo la mia figa e il mio culetto fino all'orlo. Ero un mare di spasmi, ogni muscolo che si contraeva per il piacere ininterrotto che mi stavano infliggendo. La cocaina mi aveva spinto in uno stato di euforia pura. Ma non era abbastanza. Loro volevano di più. Volevano la mia mente, volevano che il mio piacere si tingesse di una perversione ancora più nera.
Mario mi afferrò il viso, costringendomi a guardarlo negli occhi mentre il suo cazzo mi martellava la figa. "Ti piace, Sonia, eh? Ti piace farti scopare da noi mentre il tuo bravo fidanzato dorme come un deficiente?" La sua voce era un ringhio, e un brivido freddo, ma al tempo stesso eccitante, mi percorse la schiena. "Come ti senti a tradirlo, puttanella? Non ti senti una troia?"
Enzo, dietro di me, mi sferrava delle spinte profonde nel culetto, i suoi commenti che si mescolavano a quelli di Mario. "Immagina, Sonia, se Tommaso sapesse. Se vedesse la sua fidanzatina, la sua 'brava ragazza', così, con il mio cazzo nel culo e quello di Mario nella figa. Cosa direbbe, eh?"
Ero persa. La mia mente, annebbiata dalla droga e dal piacere, non aveva più filtri. Le loro parole mi scavavano dentro, risvegliando un lato oscuro che non sapevo di possedere. Le mie labbra si aprirono, e le parole mi uscirono di bocca, parole che non avrei mai immaginato di dire. "Lui non sa niente... non capirebbe... È un ingenuo... Un pivello..." La mia voce era roca, quasi irriconoscibile. Era la Sonia puttana che parlava, non più la Sonia di Tommaso.
"È vero," continuò Mario, le sue spinte che si fecero ancora più potenti. "Lui è solo un ragazzino. E tu sei una donna, una cagna che vuole il cazzo vero! Non è così, Sonia? Dillo! Dillo che il suo pisellino non ti dà nulla in confronto a questo! Dillo che lo disprezzi!"
"Sì... sì! Il suo è piccolo... non mi fa niente!" urlai, la mia voce un lamento che si perdeva nei gemiti di piacere. "Non mi ha mai fatto godere così! Non è un uomo! Non è come voi!" Stavo umiliando Tommaso, il mio Tommaso, nel modo più completo e vile. Confessai un disprezzo per la sua innocenza che mi sembrava improvvisamente così liberatorio.
Enzo mi diede una pacca sul culo, le sue spinte nel mio buchetto che mi portavano a un nuovo orgasmo. "Sei perfetta, Sonia! Una vera puttana! Dimostragli chi comanda! Fagli vedere che sei la nostra cagna!"
Ero presa da una furia cieca di piacere e di degradazione. Non c'erano più freni. Le mie parole erano un fiume in piena di volgarità, di umiliazione per il mio fidanzato assente.
I cazzi di Mario ed Enzo si mossero all'unisono, le loro spinte finali che mi sbattevano contro il divano. Sentii un'onda di calore travolgermi, un misto di sborra e puro piacere che mi inondava la figa e il culetto contemporaneamente. Urlai, un grido strozzato di puro godimento, mentre i loro corpi si irrigidivano e poi si riversavano dentro di me, lasciandomi sfinita, grondante e tremante.
Rimasero per un attimo immobili, ansimanti, poi si ritrassero, lasciandomi stesa sul divano. Ero fatta, distrutta, ogni muscolo indolenzito, la mente annebbiata dalla coca e dagli orgasmi. Nonostante la stanchezza, quella parte perversa che si era risvegliata non voleva che finisse.
Le loro voci mi arrivavano ovattate. Confabulavano, ridevano. Poi, Mario si chinò su di me. "Dai, puttanella, si è fatto tardi. Ti riaccompagniamo."
Un'ondata di delusione mi pervase. Non volevo che finisse. Ma annuii, troppo esausta per protestare.
Mi alzai a fatica. Sentivo il loro seme scivolare lungo le mie cosce. Fuori dalla cascina, nell'aria fresca della notte, raccolsi il mio miniabito nero dalla ghiaia sporca. Lo indossai, sentendo la seta fredda sulla pelle ancora calda e appiccicosa.
L’auto procedeva veloce, ma il clima nell'abitacolo era cambiato. I due si lanciavano occhiate complici. Poi Mario, con un tono sfrontato che mi fece gelare il sangue, mi disse: "Allora, Sonia, ti è piaciuto farti scopare? Sei la nostra puttana, adesso. E le puttane lavorano, no?"
Mi sentii raggelare. "Cosa... cosa dici?" balbettai. Cercai di credere che stessero scherzando, ma i loro sguardi non scherzavano.
"Ti portiamo a battere, Sonia. È ora che ripaghi il favore," aggiunse Enzo, la sua voce piatta, priva di ironia o compassione.
Il cuore mi balzò in gola. No. Non poteva essere vero. Io, Sonia, la ragazza per bene, a battere? Mi irrigidii. "No! Siete impazziti? Non lo farò mai!"
L'auto rallentò, si fermò sul ciglio di una statale buia. Era quasi l'alba, le luci della città ancora lontane. Mario si voltò, e nel buio, vidi che mi lanciava qualcosa. Caddero sul sedile accanto a me, un piccolo pacchetto argentato. Preservativi.
"Scendi, Sonia," disse Mario, la sua voce un ordine inappellabile. "Se vuoi tornare in hotel, devi battere per noi. Ti diamo noi la roba, non preoccuparti." Enzo si girò, con in mano un'altra bustina di coca. Me la porse. Senza pensarci, la presi, e ne tirai su. Il sapore amaro, la scarica di euforia, mi diedero il coraggio che mi mancava.
Le mie gambe tremavano mentre aprivo la portiera. Erano le quattro del mattino. Poche auto passavano, ma ognuna era un predatore. Ero lì, nel mio miniabito, senza mutandine, a battere.
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