Dopo aver gustato un ottimo amaro che ci lasciò una scia di erbe e calore in gola, si fece portare il conto con un cenno discreto.
Lo sentii mormorare qualcosa al cameriere, il quale annuì con un cenno professionale e complice. Quando rimanemmo soli, mi fissò con quegli occhi capaci di leggermi l’anima e, con voce suadente, chiese: «Sonia, preferisci che ti riaccompagni a casa oppure proseguire la serata in un comodo salottino che abbiamo a disposizione al piano superiore?».
Era una domanda che in realtà non lo era. La sua richiesta era un invito esplicito a varcare la soglia dell'irreparabile.
E io, con la mente piacevolmente annebbiata dall'alcol e dal desiderio, non nutrivo il minimo dubbio su cosa volessi fare: la mia scelta era già scritta nel sangue che mi pulsava nelle tempie.
Non ci pensai nemmeno un istante, e risposi con un sorriso che lui decifrò al volo, un’espressione di assoluta complicità che gli confermava che ero sua e che la serata era appena iniziata.
Alzandosi con grazia aristocratica, si chinò verso di me sfiorandomi il viso con un bacio leggero, sussurrandomi all'orecchio: «Andiamo».
Il suo respiro caldo sulla pelle mi innescò brividi violentissimi.
Ero eccitata in modo quasi doloroso; la fica reclamava prepotentemente quel magnifico cazzo, del quale avevo già saggiato consistenza e sapore.
Salimmo una scalinata di legno scuro, immersa in una penombra interrotta solo da piccole luci soffuse che tracciavano un sentiero dorato verso l'alto.
Ogni gradino che superavo sembrava un passo consapevole verso una nuova trasgressione, un abisso di piacere in cui non vedevo l'ora di naufragare. Non parlammo; non era necessario. La tensione tra noi era diventata una presenza fisica, densa, quasi palpabile nell'aria ferma.
Lo seguivo con lo sguardo fisso sulla schiena larga e le spalle modellate dalla giacca perfetta, desiderandolo ardentemente dentro di me: volevo che mi riempisse fino a togliermi il respiro, scopandomi fino allo sfinimento.
Arrivati in cima si fermò, indicando un piccolo salottino riparato da una boiserie che lo rendeva quasi invisibile al resto del mondo.
Non era un ambiente ordinario, ma un rifugio d’élite dove mi sentivo una regina ammessa nei quartieri privati del Re. All’interno, un profondo sofà in velluto bordeaux e un caminetto acceso proiettavano ombre danzanti sulle pareti.
Su un tavolino basso, un secchiello d’argento con una bottiglia di champagne già in ghiaccio e due calici di cristallo pronti a brindare alla nostra notte.
«Vieni,»
mormorò, tirandomi a sé: le nostre bocche si unirono in un assalto di labbra e lingua, preludio di un momento di pura magia, un’estasi capace di cancellare ogni traccia della ragazza che ero stata fino a poche ore prima.
Mi fece strada verso il divano, una seduta così morbida che sembrò accogliermi in un abbraccio.
Bruno rimase in silenzio, lasciando che fossero i suoi occhi a tessere la trama del discorso. Si sedette accanto a me prendendomi la mano. Iniziò ad accarezzare il dorso con il pollice, un tocco sapiente e sensuale che scatenò un effetto sismico nel mio basso ventre.
Mi baciò nuovamente: lo ricambiai con la medesima urgenza, affondando le dita tra i suoi capelli folti e brizzolati, mentre il suo profumo si mescolava al mio in un’alchimia inebriante.
Continuammo a cercarci con le labbra finché, con un gesto esperto che tradiva una confidenza assoluta con il corpo femminile, mi sfilò l’abito.
Rimasi in intimo, avvolta solo dal pizzo nero del tanga e del reggiseno coordinato. I capezzoli, già turgidi come gemme, premevano prepotentemente contro la trama del pizzo, quasi lo volessero perforare. Non provavo un briciolo di imbarazzo; al contrario, sotto il suo sguardo che brillava di una palpabile bramosia, mi sentivo investita di un potere immenso.
«Sei bellissima,» sussurrò con voce roca, «ma ho voglia di vedere ogni singola sfumatura di te.»
Lo accontentai senza esitare: slacciai il reggiseno e lo lasciai scivolare a terra; i seni, piccoli e sodi, parvero offrirsi da soli ai suoi occhi ipnotizzati.
Li contemplò come un’opera d’arte, poi iniziò a massaggiarli e a baciarli, alternando morsi leggeri a succhiate profonde che mi strapparono gemiti incontrollati: la sua bocca scese, tracciando una scia di fuoco sul ventre piatto, puntando sempre più in basso, verso il nucleo del mio desiderio.
Quando raggiunse il tanga, lo sfilò: ero completamente nuda, esposta alla luce tremula del camino, in una vulnerabilità che non aveva nulla di fragile.
Al contrario, ero onorata di offrirmi come una schiava al suo sguardo: Bruno scrutò ogni singolo centimetro, scatenando in me una scarica di piacere mai provata prima. Le mie gambe tremavano vistosamente, e la fica era ormai fradicia di umore; le labbra bruciavano, ancora arrossate dall'irruenza dei suoi baci.
Sdraiata, lo osservai liberarsi dei pantaloni con gesti decisi: la vista del suo cazzo imponente, in erezione, mi tolse il fiato.
Allungai la mano per toccarlo, sentendomi una puttana in calore travolta da una voglia matta di assaporare quell’imponente cappella che prometteva estasi proibite. Guardandolo dritto negli occhi, gli feci un pompino, decisa a farlo impazzire.
Leccavo quel magnifico palo di carne da cima a fondo, soffermandomi a succhiargli le palle, grosse e lisce: udivo il suo respiro farsi sempre più corto e roco.
Poco prima di raggiungere il culmine, afferrandomi per i fianchi con forza, mi sollevò di peso per poi impalarmi delicatamente.
Entrò con una lentezza esasperante, facendomi affondare le unghie nelle sue braccia, man mano che sentivo la fica riempirsi completamente. Il suo cazzo era così grosso da darmi quasi una sensazione di soffocamento, un piacere invasivo che dominava ogni mio senso.
Ci muovemmo come in una danza di passione, che ci trascinò rapidamente verso l'abisso. Gemetti a lungo, in preda a un magnifico orgasmo, sentendo il ventre inondarsi di una lunga sborrata.
Sognante, in quel momento avrei voluto fermare le lancette del tempo, impedendo a quell'estasi di svanire.
Rimanemmo a lungo abbracciati, godendo del calore reciproco dei nostri corpi: ci scambiammo effusioni intrise di una tenerezza inaspettata e di passione residua, un intreccio di desiderio e dolcezza che rendeva quell'intimità qualcosa di esclusivo; un segreto che apparteneva solo a noi due.
Si era fatto tardi, eppure l’idea di andare via mi pesava sul cuore: quando feci per rivestirmi, Bruno indicò un piccolo bagno celato dietro la boiserie, dicendo che avrei trovato asciugamani puliti e un accappatoio se avessi desiderato rinfrescarmi.
Avviandomi verso quel rifugio di marmo e specchi, lo ringraziai con la voce leggermente incrinata dall'emozione.
Avevo le labbra turgide e arrossate, i capelli scompigliati. Il mio corpo sembrava ancora emanare il calore di quell'incendio, ed ero, senza ombra di dubbio, la donna più felice del mondo.
Uscii dal bagno e mi rivestii lentamente; l’abito conservava la fragranza di Bruno, mentre ogni fibra del mio essere restava pervasa da un desiderio che non accennava a placarsi
Il viaggio di ritorno trascorse in un silenzio quasi malinconico. Seduta accanto, ne percepivo il profumo fondersi con quello che mi era rimasto addosso: un’alchimia di desiderio, sudore e segreti condivisi.
In cuor mio, un dubbio insistente scatenava un timore capace di farmi tremare: e se, dopo avermi avuta, non ci fossimo più rivisti? Era una paura irrazionale, eppure pulsava forte. Mi odiai per quel bisogno viscerale di piacergli, per la bramosia di restare la sua amante per sempre.
Come se intercettasse i miei pensieri, chiese quando sarebbe rientrato Tommaso e quando avremmo potuto rivederci.
Quella domanda, così essenziale eppure densa di promesse, accese in me una felicità talmente pura da risultare incontenibile. La mia bocca si aprì in un sorriso largo, quasi infantile; sentendomi una donna pienamente desiderata.
Cogliendo la mia gioia, carezzò la mia guancia con estrema dolcezza, accennando una risata leggera e complice che mi fece sciogliere.
Senza riflettere, gli afferrai la mano e la strinsi a me, premendola contro il viso; in quel gesto era racchiusa tutta la mia gratitudine, il desiderio di appartenergli.
Per evitare sguardi indiscreti, si fermò a una distanza di sicurezza da casa; e come ultimo atto di riguardo, rimase ad aspettare finché non varcai il portoncino d’entrata.
Un vero signore, che conosceva perfettamente l’arte di trattare una donna.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
1 racconti, 1 libri.
Altri racconti di Sonia
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.