«Ah, sì, giusto… Digli che abbiamo scopato, ti do i soldi della prestazione completa.» Tirò fuori le banconote con gesti tremanti, porgendomele come se scottassero.
«Va bene... Sì, è meglio; altrimenti quello è capace di correrti appresso.»
Quando scesi dall'auto, non ebbe nemmeno il coraggio di voltare lo sguardo nella mia direzione, figuriamoci di parlare. Fui io a bloccare lo sportello per un istante, fissandolo attraverso il finestrino.
«Allora siamo d’accordo?»
Annuì un'ultima volta, con il terrore dipinto in volto, impaziente solo di sparire.
“Povero coglione” pensai mentre lo guardavo allontanarsi in tutta fretta, “e poi il fesso sarebbe Tommaso”.
Un guappo di cartone, scappato a gambe levate dopo aver pagato la tariffa intera senza nemmeno scoparmi.
Il freddo della notte mi riportò presto alla realtà, ricordandomi che il turno non era ancora finito. Difatti, non ci fu nemmeno il tempo per ripensare a quanto accaduto, che una vettura accostò.
A bordo di questa, un paio ragazzi piuttosto bellocci, senza giri di parole, chiesero: «Quanto vuoi per farti scopare?»
Recitai il listino quasi come un invito: anche se consapevole che ogni singolo centesimo sarebbe finito nelle tasche di Antonio, i due mi piacevano e un formicolio familiare mi risaliva lungo il ventre.
Questi mi portarono in un vicolo, dove il buio profondo era rotto solo dall’insegna lampeggiante di un vecchio capannone.
Potevano avere al massimo ventiquattro o venticinque anni, uno biondo e l'altro dai capelli rossicci. Fin dal primo momento si erano mostrati simpatici, trattandomi più come una ragazza con cui divertirsi, che come una puttana.
Stretti sul sedile posteriore, lasciai che mi baciassero, e che le loro mani prendessero confidenza con il mio corpo nudo. Impaziente, cercai i loro cazzi sotto i calzoni, e fui ben contenta di sentirli belli grossi e già marmorei.
Li succhiai, assaporandone la calda consistenza, e persa in quella totale lussuria, azzerai ogni pensiero: svanirono Valentino, Lidia e persino Antonio; volevo godere, ne avevo un bisogno disperato.
Mi scoparono in fica e persino nel culo, e fui io a chiederlo; volevo sentirli entrambi dentro di me, nello stesso istante. Cavalcavo il biondo, muovendomi con foga sul suo bacino, mentre il rosso da dietro mi inculava a ritmo serrato. Per loro era la prima volta, ma presto riuscirono a coordinarsi nei movimenti, e in quella posizione, all’unisono e in un incastro perfetto, venimmo travolti da un orgasmo violentissimo.
Ci ritrovammo esausti ma appagati, con la pelle sudata che aderiva al rivestimento del sedile.
«Accidenti...» disse il biondo, cercando di riprendere fiato. «Ma da dove arrivi? Non sono pratico di puttane, ma non mi aspettavo una furia simile».
«Vuol dire che siete capitati bene» risposi ridendo.
«Altroché» aggiunse il rosso. «Ma lo fai sempre così?».
«Dipende».
«Da cosa? Scusa se te lo chiedo, ma quanti anni hai?».
«Tranquillo, sono maggiorenne» gli dissi, facendogli l’occhiolino.
Ci rivestimmo conversando in modo confidenziale, quasi intimo.
«Ora ragazzi, mi spiace, ma è meglio che mi riportiate indietro. Altrimenti ci vengono a cercare».
Quando arrivammo, il viale era deserto. Le altre ragazze erano sparite, lasciando la strada come un palcoscenico vuoto e livido sotto i lampioni della statale.
Lorenzo, il biondo, notando il mio stupore, ipotizzò una retata della polizia: se realmente quello era il motivo, l’avevo scampata per un soffio. Rendendomi conto di quanta fortuna avessi avuto, rabbrividii all'idea di un possibile arresto.
Supplicandoli di portarmi in città, scesi di corsa a cercare il mio zainetto tra i materassi luridi: fortunatamente c’era ancora.
Durante il tragitto mi spogliai, sfilando i capi sintetici per indossare i miei abiti normali; con un fazzoletto di carta, cercai anche di togliere quel trucco così volgare.
Mi feci lasciare a pochi isolati da casa, salutandoli con sincera gratitudine.
Insistei per restituirgli i soldi della prestazione e scesi rapida, aspettando che se ne andassero prima di muovermi, attenta a non fornire alcun indizio sulla mia direzione.
Dopo aver svoltato l’angolo di una via deserta, con un gesto colmo di disprezzo, gettai in un cestino dei rifiuti quegli odiosi abiti da battona, scarpe e pochette comprese.
Erano quasi le due quando arrivai davanti a casa. Entrai piano, tendendo l'orecchio nel corridoio buio: non un rumore, non una luce filtrava dalle fessure.
Aprii la porta della mia camera con cautela, scivolando dentro in punta di piedi.
Appoggiata con la schiena al legno, quasi a voler sbarrare l'inferno appena vissuto, sentivo il cuore percuotere il petto con violenza.
Lasciai cadere i vestiti a terra, per poi guardarmi allo specchio, smarrita davanti alla mia stessa immagine.
Entrai in doccia, lasciando scorre l'acqua bollente sulla pelle alla ricerca di un sollievo che faticava ad arrivare.
Sfinita, mi accasciai sul piatto smaltato, mentre il vapore denso avvolgeva ogni cosa; chiusi gli occhi e la parata dei clienti della notte riapparve subito dietro le palpebre, in una sequenza di cazzi e volti anonimi.
L'ansia, oltre alla fame, mi stringeva lo stomaco; ero preoccupata che qualche indizio potesse far risalire alla mia persona, distruggendo tutto.
E Antonio, dov'era sparito? Quell'incubo sarebbe finito, o si trattava solo di un'ingenua illusione? Domande asfissianti, alle quali la stanchezza non aiutava certo a trovare risposta.
Sotto il getto bollente, la fica era gonfia e vistosamente dilatata dalle troppe penetrazioni della statale; le dita scivolavano tra le labbra turgide per saggiarne la sensibilità, risvegliando un brivido che si propagava lungo le cosce.
Anche il culetto era indolenzito, teso per le spinte profonde del rosso: oltre ad appagare le mie voglie, quei ragazzi mi avevano salvata; senza di loro, abbandonata su quel marciapiede deserto, come sarei tornata a casa?
Nemmeno sapevo dove si trovasse esattamente quella zona sperduta, in cui mi ero prostituita per tutta la sera.
Rischiai di addormentarmi lì, sospesa tra l'esaurimento muscolare e un’iperattività cerebrale che non accennava a spegnersi; immersa in una spirale di bugie che ormai costituiva la mia unica, vera sostanza.
Facendomi forza uscii dal bagno, lasciandomi cadere sul letto con il corpo ancora umido e pesante, avvolta in un profumo rassicurante di cocco e vaniglia a cancellare gli odori della notte.
Afferrai il cellulare sul comodino: povero Tommaso, i suoi numerosi messaggi erano un misto d’ansia e morbosa fantasia; un mix micidiale che nutriva la sua depravazione.
Negli ultimi giorni ci eravamo sentiti poco: impediti dai suoi impegni e dalle mie notti da battona, i nostri tempi non avevano coinciso. Sabato sarebbe tornato e io lo avrei atteso all'aeroporto, esibendo il mio volto più candido, innocente; mentendo spudoratamente su come avevo trascorso le mie ultime serate.
Tra i vari messaggi ce n'era uno di Luca, che mi chiedeva se lo avessi dimenticato, uno di Sergio, preoccupato per avermi vista così strana sul lavoro, e infine il più atteso: quello di Bruno.
«Come stai, tesoro? Domani sera riesci a liberarti? Ho voglia di vederti... 😊».
Il mio cuore fece un balzo per la gioia e, nonostante l'ombra di Antonio incombesse ancora come una minaccia brutale, accettai entusiasta. «Certo! Non vedo l'ora» digitai con foga. «Ho tanta voglia di rivederti e di essere tua. ❤️»
Spensi la luce, cercando di dormire: poche ore di sonno che mi separavano dalla sveglia e dal mio ultimo giorno alla ditta di autotrasporti. In parte mi spiaceva, soprattutto per Sergio, ma avremmo potuto continuare a vederci a modo nostro, specialmente dopo che Tommaso lo aveva accettato come mio amante ufficiale.
Una nuova avventura professionale stava per aprirsi, ma il peso di Antonio schiacciava ogni entusiasmo.
Tormentandomi nel buio, mi chiedevo se, nel caso tutto fosse venuto a galla, Nicola avrebbe voluto ancora che lavorassi per lui.
Antonio rappresentava la mia rovina, e la fine era solo una questione di tempo.
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