Era stato bello, e pensai che con clienti simili avrei potuto prenderci gusto a battere.
Dopo avermi riaccompagnata, li guardai allontanarsi: la loro baldanza era svanita, sostituita da una spossatezza compiaciuta; li avevo prosciugati a dovere, spremendo e gustando ogni grammo della loro vigoria.
Lidia mi venne subito incontro con passo svelto.
«Allora? Com’è andata con quei due? Quanto ti hanno mollato?» chiese, squadrandomi con sospetto.
«Duecento» risposi secca.
Lei mi guardò storto, masticando un’imprecazione, ma preferì non approfondire.
Nei brevi istanti di attesa che seguirono, notai strani movimenti attorno a lei: ragazzi accostare per pochi secondi, allungarle del denaro e ricevere in cambio piccoli involucri.
Non ebbi però il tempo di osservare i suoi traffici, perché il passaggio di potenziali clienti si intensificò improvvisamente.
Presto persi il conto delle volte in cui scesi da un’auto solo per salire su quella successiva; a volte trovavo qualcuno già fermo ad attendermi, con i fari puntati sulle mie gambe.
Chi preferiva l’anonimato del sedile, chi la comodità del motel: varcai la soglia della numero 29 così spesso da vedere il cestino riempirsi fino all'orlo di profilattici usati e fazzoletti di carta spiegazzati.
Chi voleva la fica, chi pretendeva il culo, chi entrambi; rari quelli che si accontentavano di un pompino.
Sfilarono davanti a me maschi di ogni età e forma: alcuni passabili, molti sgradevoli.
Mi capitò persino una coppia sulla sessantina che mi trascinò in camera.
La signora, dall'aria insospettabile e perbene, pretese che le leccassi la fica fino a venirmi in bocca, mentre il marito, da dietro, mi scopava con un misero e patetico cazzetto che faticavo persino a sentire.
Ero esausta, svuotata di ogni energia, e il mio orologio da polso segnava già le due.
Seppur avessi esaurito da tempo la scorta di profilattici, Lidia me ne aveva consegnati altri con un gesto distratto; quasi fossi una macchina da rifornire per non fermare la produzione.
Mi riportarono a casa verso le 2:40 di notte, ancora vestita con quegli stracci sintetici che fungevano da divisa.
I miei abiti borghesi, quelli indossati il giorno prima in ufficio, erano rimasti nell'appartamento di Antonio; a nulla erano valse le suppliche per recuperarli, troncate dal suo rifiuto netto e divertito.
Era soddisfatto il porco, glielo si leggeva in faccia; per tutte quelle ore ero stata il suo bancomat, lo sportello che gli aveva riempito le tasche.
Io davo i soldi a Lidia e lei li dava ad Antonio, in un continuo passaggio di mano di denaro. A me che mi vendevo, venivano dati in cambio solo altri preservativi da usare.
Varcai la soglia di casa in punta di piedi, le scarpe strette in grembo e il cuore che martellava contro le costole a ogni minimo movimento.
Ogni scricchiolio del parquet o vibrazione nel silenzio mi faceva temere l'improvviso accendersi di una luce: il volto di mio padre o di mia madre che mi scoprivano lì, ridotta in quello stato.
Fortunatamente, la casa restava immersa nel buio più assoluto.
Riuscii a chiudermi in camera e tirai un sospiro di sollievo, sentendomi finalmente al sicuro tra le mura amiche.
Mi spogliai velocemente, anche perché c’era poco da togliere.
Strappai via la minigonna di latex e il gilet; entrambi impregnati dell’odore di chi in quelle ore mi aveva avuta.
Il perizoma era rimasto chissà dove, dimenticato senza rimpianto; sembrava fatto più per irritare la pelle che per sedurre. Ero rimasta con la fica nuda per gran parte della notte, pronta per essere usata.
Cercai un nascondiglio per quei capi da mignotta: li ammassai in un angolo dell'armadio, sotto un cumulo di vecchi vestiti dimenticati. Era un gesto inutile, quasi sperassi di poter occultare la mia perversione semplicemente seppellendola sotto strati di stoffa innocente.
Andai in bagno per concedermi una lunga doccia. Non avevo nemmeno cenato e lo stomaco vuoto reclamava cibo con morsi sordi, ma il bisogno di purificarmi era più urgente della fame.
Sotto il getto dell'acqua calda, riuscii finalmente a lasciarmi andare.
Mentre mi insaponavo con gesti lenti, le immagini di quella folle serata riemersero prepotenti: volti sfuocati, corpi pesanti, odori acri e sapori ferrosi si mescolavano in un turbine di emozioni contrastanti; un groviglio di disgusto, vergogna e perversa soddisfazione.
Pensai a quegli uomini e a come mi avessero affittata per il loro piacere. Avevo assecondato ogni tipo di richiesta, e l'ano, ancora indolenzito e teso, n’era il promemoria fisico.
Ma poi, il pensiero scivolò verso quei pochi clienti che mi avevano regalato un orgasmo autentico. Erano stati rari, eppure c’erano stati.
In quell'istante, avvolta dal vapore della doccia, compresi di non essere stata solo una puttana, ma una donna capace di trarre piacere persino da quella situazione degradante.
Avevo goduto nel profondo, e quel pensiero, nonostante tutto, mi fece nascere sulle labbra un sorriso amaro e segreto.
Avvolta in un grosso telo bianco, con le gocce d'acqua che colavano dai capelli bagnati lungo la schiena, mi fermai a guardarmi allo specchio appannato: il viso era stanco e i piedi dolevano per via dei tacchi altissimi indossati tutta la sera.
Nonostante questo però, riverberando gli orgasmi vissuti, il mio corpo pulsava ancora.
Coricata finalmente nel mio letto, recuperai il telefono dalla borsa e lo accesi: c’erano diversi messaggi, tra cui uno di Bruno e diversi di Tommaso.
Non ebbi dubbi su a chi dare la precedenza: «Ciao Bruno,» scrissi, usando la stessa dolcezza che un tempo avrei riservato solo a Tommaso, «scusa se non ti ho risposto prima; sono stata con la mia famiglia per una cena di compleanno e ho scordato che il cellulare era spento. Spero tu abbia passato una splendida e serena serata... come la mia. Non vedo l'ora di rivederti.»
Era una bugia, certo, ma come avrei potuto dirgli la verità? Confessargli che ero vittima di un ricatto meschino, capace di distruggermi la vita.
Passai poi al mio fidanzato “ufficiale”: c’erano almeno una dozzina di suoi messaggi, un crescendo d’ansia e libidine; chiedeva addirittura di mandargli delle foto intime di me con Sergio.
Povero Tommaso, la sua bramosia lo stava mandando fuori di testa.
La mano mi tremava per l'ipocrisia, ma digitai comunque un messaggio: «Amore mio, scusami, non ero con lui, sono uscita di nuovo con le amiche e sono rientrata tardi. Spero tu abbia passato una buona serata.»
Non era certo una giustificazione credibile, ma il dubbio avrebbe fatto il resto.
Godeva delle mie bugie, incertezze su cui costruire castelli erotici senza limiti.
La verità, di gran lunga superiore a ciò che poteva immaginare, lo avrebbe distrutto; e questo io non lo volevo.
Tra le altre notifiche, ne scovai una di Sergio che mi mise subito in allerta.
«Sonia,» recitava il testo, «ti ho vista con un tizio e una biondina fuori dalla ditta; facce poco raccomandabili, credimi. Volevo sapere se va tutto bene.»
Sentii avvampare il viso.
Risposi solo: «Sì, tutto bene grazie, sono due vecchi amici. In effetti hai ragione ah ah ah… Comunque tranquillo, fortunatamente sono innocui, non preoccuparti.»
Altro che innocui, due autentiche canaglie!
Ripensai all’incubo in cui ero immersa: fortunatamente, durante il tragitto verso la zona industriale, avevo trovato il tempo di rassicurare mamma, anticipando che avrei tardato con la scusa di una cena fuori.
Ero diventata la regina delle falsità; la mia vita si era trasformata in un gioco di ruolo, dove mi trovavo a interpretare parti diverse e contrastanti.
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