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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 57
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Capitolo 57 di 78 10 min di lettura

La vacanza è finita

Il ritorno alla routine impone nuove regole e solleva dubbi inquietanti. Sonia scivola in un gioco di specchi dove ogni verità vacilla. Quale prezzo avrà la sua libertà?

Sonia
8 mesi fa · 435 letture · 0

Sergio non aveva mai nascosto la sua attrazione per me: battute, occhiate audaci, qualche ingenua toccatina apparentemente involontaria. Era un bel ragazzo, gentile ed educato, e gli volevo bene; ma non avevo mai preso sul serio le sue avance, frapponendo sempre il fatto che fossi fidanzata. Questo almeno, fino a quel momento.

Ci rimase male e lo vidi incupirsi quando gli confessai del mio imminente licenziamento. Davanti a quella reazione, così spontanea e sincera, lo abbracciai d'impulso; promettendo che ci saremmo frequentati comunque e che saremmo rimasti amici. Lui, guardandomi negli occhi con un debole sorriso, rispose con un bacio fugace ma deciso sulle labbra, a cui non mi sottrassi.

Un tempo lo avrei fatto per fedeltà a Tommaso, ma la "nuova" Sonia si limitò a ridere, sentendo un sapore nuovo accendersi sulla lingua. Era il gusto del proibito che tornava a bussare, anche lì, tra la consuetudine lavorativa e la routine.

Era una bella giornata di sole e, finito di pranzare, ci spostammo al parco, sedendoci accanto alla fontana per godere degli ultimi istanti di libertà prima del rientro. Per me, era anche il momento del rituale quotidiano: la telefonata a Tommaso.

«Ciao, amore,» esordii, sfoderando il mio tono più dolce. Fu la solita conversazione affettuosa, una sequenza di frasi fatte che ormai recitavo a memoria. Ma mentre parlavamo, sentivo il suo tono leggermente diverso, una nota di stanchezza o forse di attesa.

«Spero tu stia meglio, piccola,» disse infine, con la voce piatta ma carica di una strana attenzione. «Ieri sera ero davvero preoccupato quando non ti ho sentita rispondere al citofono. Sembrava che la casa fosse vuota.»

«Ero sfinita, Tommaso. Avevo preso un antistaminico e sono crollata in un sonno profondissimo,» mentii, fissando l'acqua della fontana.

«Capisco. L'importante è che ora tu stia bene,» concluse lui, senza fare altre domande sulla serata. Quel suo silenzio, quella sua accettazione così immediata, cominciava a sembrarmi una trappola tesa con cura. Era davvero così ingenuo, o stava aspettando che fossi io a fare il passo falso definitivo?

La telefonata con Tommaso mi aveva lasciato addosso un’ombra di inquietudine. Trovavo irritante e noioso quel suo tono sulle sue, quasi risentito. Sapevo che non aveva digerito il congedo frettoloso della sera prima, ma la sua delusione non faceva che alimentare la mia recita di perfetta attrice: amante bugiarda e fidanzata fantasma.

Per far svanire quel senso di oppressione borghese, sentii un impellente bisogno di un’altra dose di trasgressione.

Sedendomi a cavalcioni sulla panchina in pietra, di fronte a Sergio, lasciai che la gonna risalisse lungo le cosce. Era un invito sfacciato, un’esca lanciata per catturare il suo sguardo. Mentre le mani fingevano di ricomporre il tessuto per coprirmi, il mio sorriso malizioso gridava l'esatto opposto.

Quando mi chiese se ci fossero problemi con Tommaso, colsi l’attimo. «A volte vorrei solo essere libera», sussurrai, studiando la sua reazione. «Secondo te, la fedeltà è davvero così importante in una coppia?», gli domandai con finta ingenuità, godendo del mix di sorpresa e bramosia che gli accese il volto. In quel momento Sergio smise di essere un collega per diventare una preda, un nuovo brivido da consumare.

La mia fica fremeva, vogliosa di nuove scosse, mentre i capezzoli premevano duri contro il tessuto del reggiseno. Non stavo più recitando la parte della compagna devota; stavo assecondando la troia che reclamava spazio nella mia anima.

Cogliendo nei miei occhi quello che poteva sembrargli un invito, lui si sporse e mi baciò. Non fu il contatto fugace di prima, ma un bacio vero. Le mie labbra si schiusero per accoglierlo e la mia lingua cercò la sua con una fame che lo sorprese. Fu un cortocircuito. La sua mano si posò sulla coscia nuda, la cui pelle bruciava sotto il suo tocco, mentre le dita si facevano strada con decisione sotto la gonna.

Sentii la sua mano risalire verso la mia fica già zuppa, provocandomi un brivido violento. Mentre la sua bocca scendeva a mordermi il collo, chiusi gli occhi godendo di ogni istante. Mi sentivo una preda che guidava il gioco, una zoccola a cui piaceva da morire farsi usare in un parco pubblico.

Quando la sua mano cercò l'elastico delle mutandine per passarvi sotto, lo fermai. Con un sorriso malizioso gli dissi che per quel giorno poteva bastare: non era un rifiuto, ma l'inizio di un gioco più eccitante. Lo lasciai sfogare sul mio collo e sul seno, gemendo mentre mi torturava i capezzoli, rendendoli dolenti e sensibili.

Lo sorpresi a mia volta: senza attendere un suo invito, portai la mano sulla sua patta. Sentivo il cazzo duro attraverso il jeans e morivo dalla voglia di toccarlo. Gli slacciai il bottone, abbassai la cerniera e vidi la cappella svettare dall'elastico dell’intimo: un invito a cui non potevo resistere.

La carezzai con la punta delle dita, facendolo fremere, poi lo impugnai come uno scettro sotto il tessuto, iniziando a segarlo piano.

Lui si staccò un istante dal mio collo, il fiato corto, cercando nuovamente di spingere le dita verso la mia intimità. «Fermati...» gli sussurrai all'orecchio, stringendo con più forza il suo cazzo tra le dita. «Ti ho detto che non è il momento.»

«Ti prego, Sonia... Sei zuppa, lo sento da qui,» mormorò lui.

«Sono le ultime perdite del ciclo, idiota,» ribattei con un ghigno malizioso. «Domani. Domani te la farò toccare e te la prenderai tutta. Ma ora guarda cosa ti sto facendo.»

Masturbandolo piano lasciai cadere un po’ di saliva sulla cappella, inumidendolo. Avrei voluto chinarmi e prenderlo in bocca, sentirne il sapore e mandare il mio attonito collega in delirio; ma visto dove eravamo, era già tanto quello che stavamo facendo.

La pausa pranzo volgeva al termine; non potevamo restare lì come adolescenti. Ci staccammo con un mix di desiderio e rassegnazione. Sergio, guardandomi con il respiro ancora affannoso dopo avermi sborrato sulla mano: «Sonia, mi hai fatto impazzire. Non vedo l'ora di averti».

A quelle parole avvertii un brivido di piacere. Gli accarezzai il viso con un ultimo sorriso: «Anche io, tesoro. Ma ora torniamo al lavoro. Non facciamoci scoprire».

Lui annuì e, aiutandomi ad alzarmi, mi diede un ultimo bacio. Non un bacio passionale, ma un bacio dolce, di affetto, quasi d’amore; come se quanto accaduto fosse il coronamento di una lunga attesa.

Rientrammo in ufficio come se nulla fosse successo. Ma sotto i miei vestiti il mio corpo era ancora scosso. Sentivo la mia fica grondare e i capezzoli duri da far quasi male. Un dolore delizioso che a ogni movimento attestava chi ero veramente: una troia, e questo mi piaceva da morire.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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