Rientrando in hotel, lo vidi seduto a uno dei tavolini del bar, da solo. Ci invitò a fermarci per un aperitivo. Io indossavo gli short attillati e la canottiera molto scollata. Al mattino mi sentivo coperta dal costume, ma ora la parte sopra non c'era più. Il mio seno si offriva libero e in bella vista sotto la canottiera. Provavo una sensazione di vulnerabilità e al tempo stesso di eccitazione.
Tommaso, nel frattempo, manifestò un’urgenza improvvisa di andare al gabinetto. Così, finito di bere la sua birra, scusandosi, salì in camera. Rimasta sola con Nicola, lo guardai, i miei occhi che incontravano i suoi, e scuotendo la testa, gli feci capire che la situazione era incredibile. Non vi era rabbia nel mio gesto, ma un misto di rassegnazione e ammirazione per la sua audacia, per il suo controllo su ogni situazione e, soprattutto, su di me.
Seduti a conversare, vidi sopraggiungere Alessandro, il ragazzo con cui avevo parlato un paio di volte. Mi salutò con poche parole educate e andò a prendersi il suo aperitivo. Nicola, subito, mi chiese di lui. Gli dissi la verità, parlandogli di quelle brevi conversazioni innocue. Ma lui, con quella sua sfacciataggine che mi mandava in corto circuito, disse: «Ti piace, Sonia? Ti piacerebbe farti scopare anche da lui? Sii onesta». Gli chiesi se fosse pazzo. Lui mi fissava, in cerca di una risposta che andasse oltre le mie parole, in cerca di un’ammissione che neanche io osavo fare a me stessa.
Alessandro stava tornando, il bicchiere in mano. Nicola, con una rapidità che mi colse di sorpresa, mi ordinò quasi in un sibilo: «Fai in modo che Alessandro possa intravedere il tuo seno attraverso la canottiera scollata. Devi farlo». Lo guardai incredula. La mia mente urlava: Ma cosa sta dicendo? Come posso? Alessandro ci chiese se disturbava e se poteva sedersi perché i tavoli erano tutti occupati. Nicola lo invitò con un sorriso disinvolto e il giovane prese posto accanto a me. I due iniziarono a conversare del più e del meno, ma mentre parlava, gli occhi di Nicola mi restavano puntati addosso: un comando silenzioso, implacabile.
Non sapevo come fare, il mio corpo sembrava non rispondere. Cercai di trovare un modo, ma l'imbarazzo mi bloccava. E vedendo che io non agivo, intervenne lui. Cambiando discorso, disse: «Scusaci Sonia, ti stiamo annoiando con i nostri discorsi». Poi, rivolto ad Alessandro: «Non è forse uno splendore? Bella vero?» E con un gesto rapido, deciso, mi aprì di lato la canotta, mostrando la mia tetta ad Alessandro. Un gesto veloce, un lampo, ma fu abbastanza. Nicola, con una finta innocenza, chiese: «Ti piacciono le sue tettine? Pensa che si vergogna a mostrarle. Guarda bene, non sono molto grosse, ma secondo me sono perfette».
Alessandro quasi si rovesciò addosso l'aperitivo, diventando rosso come un pomodoro. Si sentiva così a disagio, così inaspettatamente coinvolto. Con Nicola che sollecitava una sua risposta, il ragazzo, balbettando, disse che sì, le trovava molto belle. Io stavo lì, bloccata, incapace di reagire, lasciandolo fare. Una parte di me era mortificata; l’altra, quella più oscura, vibrava per quella pubblica esposizione.
Poco dopo, Alessandro, ancora visibilmente turbato, se ne andò. Mi voltai verso Nicola, i miei occhi che lo trafiggevano. Gli chiesi di nuovo, con voce quasi strozzata: «Sei completamente fuori di testa?» Come risposta, lui disse, con quel suo sorriso malizioso e una determinazione che non ammetteva repliche: «Farò in modo che il ragazzo ti scopi, Sonia. Presto». Le sue parole erano come una promessa, una minaccia e una sfida. Sapevo che l’avrebbe fatto. E in quel momento, nonostante la mia finta rabbia, assaporavo già il brivido di quella futura trasgressione.
L'odore sgradevole lasciato da Tommaso in bagno era un promemoria fastidioso della sua presenza, della sua ingenuità. Ma neanche l’acqua calda della doccia riusciva a lavarmi via ciò che era successo al bar. La scena si riproponeva nella mia mente: gli sguardi di Nicola, le sue parole sfacciate e poi Alessandro, il suo imbarazzo, il mio seno esposto. Mi chiedevo quanti avessero visto, quante persone avessero assistito a quel piccolo, pubblico scandalo. La figura che avevo fatto con Alessandro mi bruciava, ma non di vergogna. No. Era un misto di eccitazione e consapevolezza di quanto fossi andata oltre. Mi ero mostrata, mi ero sottomessa e quella sensazione mi pervadeva.
Mi lavai con cura, ma la mente continuava a correre a quel «Farò in modo che il ragazzo ti scopi» di Nicola. Una promessa e una minaccia che mi faceva fremere. Uscita dalla doccia, iniziai a prepararmi per la cena. Come intimo, scelsi un perizoma di pizzo nero sottilissimo, quasi invisibile sotto la seta. Non misi il reggiseno, lasciando il mio seno libero di muoversi sotto la stoffa, in una sfida silenziosa. Volevo sentire la sua nudità sotto il vestito, un contatto costante che mi ricordasse chi ero diventata.
Per l’abito optai per un vestito lungo di seta nera, leggero e scivoloso. Era elegante, sì, ma la seta accarezzava ogni curva del mio corpo, rivelando senza mostrare del tutto. Scollato sul davanti, lasciava intravedere l’inizio del mio seno e mostrava uno spacco vertiginoso sulla coscia sinistra, che arrivava quasi all’inguine. Ogni movimento avrebbe rivelato un po’ di più, un gioco di nascondere e rivelare che mi eccitava.
Ai piedi, sandali neri altissimi, con un tacco a spillo sottile che slanciava la figura e mi faceva sentire irresistibilmente attraente. Ogni passo ribadiva la consapevolezza del mio corpo, della mia sensualità. Mi guardai allo specchio. La mia immagine riflessa non era più quella della «brava ragazza». Dallo specchio emergeva una donna sfrontata, desiderosa, con gli occhi che brillavano di un fuoco nuovo, di una consapevolezza perversa.
Entrando nella sala da pranzo, percepii immediatamente gli occhi dei maschi su di me, un coro di sguardi che mi accarezzava, mi spogliava. Ma uno sguardo in particolare mi trafiggeva: quello di Nicola. Stava lì e sembrava mi stesse mangiando con gli occhi, ogni sua pupilla un raggio laser che mi scandagliava. Lo vidi prendere il telefono, le dita rapide sulla tastiera. E subito, il mio cellulare vibrò. Lessi velocemente le poche righe di testo. Non una richiesta, ma un ordine: «Metti a dormire il cornuto e aspetta». Sentii un fremito attraversarmi il corpo, un brivido di pura eccitazione per quella richiesta così sfrontata, così diretta. Di risposta, gli sorrisi: un sorriso che era una promessa silente, un patto tra noi due che nessuno avrebbe mai potuto capire.
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